Premio Racconti nella Rete 2026 “La foto” di Lucia Delli Santi Zarri
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Desideria spinse con tutta la forza il pesante cancello arrugginito. Cigolò, e quel rumore aspro le provocò un brivido lungo la schiena, simile a un graffio nell’anima.
Come altre volte percorse il vialetto a testa bassa. L’odore le restava impresso nelle narici per ore. Andava spedita fino a lì, dove sua madre l’attendeva. L’avrebbe ascoltata, come sempre.
Si chinò per vederne meglio il volto.
Quanto sei bella, mamma.
Lo disse in silenzio, a se stessa. Quante volte le parole le erano morte in gola, si rimproverò.
Mamma, i tuoi capelli hanno il colore del sole e i tuoi occhi quello del mare.
Desideria amava sua madre in modo sviscerato. Si sedette per terra, al suo fianco. La lastra di granito rosa era gelida, ma il freddo lei lo sentiva molto più in profondità.
— Ho delle cose da dirti, mamma, e tu mi ascolterai come sempre. Ricordi? Io e te sul divano, io e te davanti allo specchio a truccarci, io e te a fare compere, io e te a discutere di tutto. Inesauribile nutrice d’amore.
Infilò la mano nella borsa, frugò nel disordine sparso e sentì che era lì. L’accarezzò. Aveva portato un regalo. Quello, ne era certa, le avrebbe strappato un sorriso.
Quel luogo era l’ideale per chi, come Desideria, sentiva il bisogno di rifugiarsi da un destino assurdo. Era un languido pomeriggio autunnale. Una giovane donna fissava un volto troppo immobile. Un impudente sole tracciava bagliori irregolari su entrambe.
Pareva che quello sguardo, vitreo e carezzevole, dicesse le solite cose che dicono le madri. Più sorrideva, più la giovane donna piangeva.
Le lacrime le rigavano il viso, asciugate dal vento che fischiava melodie stonate, sconosciute. Sapevano di solitudine.
Desideria si guardò attorno: le era parso di sentire dei passi. Il cancello non veniva mai chiuso, e ne ebbe paura. Da quel giorno ogni rumore le procurava angoscia. Vide un vecchio signore riempire una brocca alla fontanella e si quietò. Pensò a quel rituale compiuto con minuziosa cura, come una carezza, come un bacio che non si può più dare.
I vialetti erano una sorta di scacchiera della morte, rischiarata da lumini. Un grande albero di Natale disteso. Cercò l’intesa negli occhi della madre. Lei la guardava, amorevole e paziente, in attesa delle sue parole.
Era arrivato il momento di mostrarle il regalo. Le parve di cogliere un bagliore in quello sguardo troppo fisso.
— Mamma, sembra ieri che, immobili sul pianerottolo, confermavi di amarla. Quel “sì” uscì dalle tue labbra e cadde su di me, pesante. Te lo chiesi mentre giravi la chiave nella toppa. Alle spalle avevo la scala che scendeva silenziosa; davanti vidi solo un frammento di divano. Il semicerchio disegnato dalla porta si interruppe, appena in tempo per scorgere un lembo di casa. Quella casa che sapeva d’amore e gioia. Ero la regina delle regine e non lo sapevo.
Le lacrime ripresero a scorrere. Passò un dito tremulo sul volto immutabile della madre.
— Non lo avresti mai fatto, un tempo: sorridere davanti a me piangente. Piuttosto avresti pianto con me, o fumato sigarette. Mi avresti abbracciata, asciugato le lacrime con il pollice, ricacciandole indietro sulle tempie.
Era piccola allora, ma sua madre aveva ritenuto giusto spiegarle che nell’amare una donna non c’era niente di male. Lo scoprì così: con un piede fuori e uno dentro. Dentro c’era l’amore, fuori il mondo con le sue insidie.
Desideria si guardò ancora attorno. Stavolta era certa di aver sentito dei passi. In lontananza scorse un gruppo di persone che gesticolavano e chiacchieravano. Fu colta da un capogiro. Le parve di udire sirene spiegate: un eco lontano, un ricordo vicino.
Era un tardo pomeriggio quando Emma la chiamò. L’amore per quella donna era cresciuto giorno dopo giorno. Emma, con i capelli un po’ troppo corti. Emma, con un cuore grande e tutto femminile. Emma, che voleva essere madre a tutti i costi. Emma, che le aveva rubato un po’ di sua madre.
I sentimenti di Desideria oscillavano come un pendolo: ora necessaria, ora intrusa. Sua madre aveva tentato più volte di affrontare l’argomento, proponendo gli incontri di quell’associazione di famiglie “Arcobaleno”. Tante famiglie in una grande famiglia.
Desideria la scherniva:
— Ciao, sono Desideria e ho due mamme.
Lo scimmiottava davanti allo sguardo ferito della madre. L’argomento moriva lì.
Quando rispose al telefono, la voce di Emma tremava. Parlava senza prendere fiato. Capì solo che doveva correre in ospedale.
L’odore dei cipressi si mescolava a quello della corsia immacolata. Una lacrima cadde sull’immagine sorridente che teneva tra le dita. Il triage era stipato di gente. Alla reception le dissero di andare in terapia intensiva.
— Voglio vedere mia madre. Devo parlarle. Lei mi ascolterà, come ha sempre fatto.
La stanza d’attesa era avvolta da una luce fioca. Un silenzio soffocante gemeva. Emma era lì, seduta, un gomitolo di dolore. Il volto tirato, gli occhi gonfi, il corpo ferito. Camminava zoppicando. Desideria si lasciò abbracciare. Le braccia le pendevano lungo i fianchi.
Un medico uscì dalla porta. La voce era pacata, severa.
— Purtroppo ci sono poche speranze che superi la notte.
Ora la pioggia le cadeva addosso.
Desideria era di nuovo lì. Davanti a sua madre.
— Emma mi ha raccontato tutto. So come sono andate le cose. Vi hanno seguite all’uscita del cinema. Prima le parole, poi le mani. Quando ti hanno afferrata e spinta in macchina, Emma si è aggrappata alla portiera. Non si è staccata. Neanche quando l’auto è partita. È rimasta a terra, ferita, mentre ti portavano via.
Ti hanno ritrovata più tardi, accanto ai cassonetti.
Erano troppi. Bestie accecate dall’odio. Qualcuno guardò. Qualcuno pensò fosse la giusta punizione per due donne così.
Il cimitero si svuotò. Rimase solo la pioggia.
— Finalmente sole.
Desideria posò la foto accanto al volto serafico della madre. Le parve di sentirne l’abbraccio. Una mano leggera le sfiorò la spalla. Si voltò: era Emma. Invecchiata di vent’anni.
Si abbracciarono. Un tempo indefinito. Poi guardarono la donna che avevano amato più di ogni cosa.
Tre sorrisi.
Un’unica anima.
L’amore.
Lontano.
Un ricordo vicino.
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Ciao Lucia, ho trovato il tuo racconto molto toccante, una storia che colpisce con delicatezza e dolore insieme. Complimenti e buona fortuna!
Ciao Linda, grazie per aver dedicato il tuo tempo alla lettura del mio racconto e per aver accolto, con sensibilità, la storia. Grazie e buona figura anche a te!
* fortuna