Premio Racconti nella Rete 2026 “Sentire aude” di Sara Barontini
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026“Sublime.” “Veramente straordinario…” “Tenete presente che la tela venne dipinta fra maggio e giugno del 1889 – anzi, per essere più precisi, pare che sia stata dipinta la notte del 23 maggio 1889 – per cui, come tutti noi sappiamo, si tratta di un quadro successivo al raccapricciante episodio dell’orecchio mozzato , orecchio che per l’esattezza era il sinistro…” “Ovvio mio caro Federico, ovvio. In questo dipinto la metafora del contrasto inconciliabile fra la vita reale e la vita interiore dell’artista tocca le massime vette espressive; dunque mi pare conseguente che si tratti di un’opera posteriore a tale spaventoso gesto autolesionistico…” “.. e null’altro che un preludio all’atto finale, quasi una performance che invera il concetto stesso di nichilismo.” “E’ la forma che diventa incubo” chiosò Tania, citando il critico d’arte simbolista Albert Aurier, che con queste parole aveva reso omaggio a Van Ghogh già nel 1890, sul “Mercure de France”.
In piedi di fronte alla Notte stellata, i tre amici continuarono per un po’ la conversazione, riflettendo insieme sull’uso della pennellata e dei colori, enumerando citazioni tratte dalle lettere a Theo, sciorinando le varie interpretazioni dell’indiscusso capolavoro. Volendo continuare la conversazione, ma stanchi per le ore già trascorse al Museum of Modern Art, decisero infine di concedersi una pausa, per ristorarsi e continuare a chiacchierare davanti a un aperitivo.. “Alle 9:30 ho un intervento importante, un’angioplastica” riferì Max seduto su una poltroncina di velluto color senape, dando un’occhiata distratta al suo Rolex Daytona; poi riprese a guardarsi intorno, indugiando con lo sguardo sul fondoschiena di una ragazza fasciata in un tubino scarlatto. “Sono le 19:30 appena” riprese Tania “passa un superjumbojet ogni mezz’ora e in cinquanta minuti siamo a Firenze. Non c’è nessuna fretta! Anche io in mattinata ho un impegno, un’udienza per un caso importante”. “Non dirmi che si tratta ancora del caso Frasconi?!” esclamò Fede con un’espressione incredula e divertita. “Sì, caro mio, esattamente. So cosa stai pensando: i processi hanno ancora una durata assolutamente non ragionevole.
Certe cose non cambiano mai! Come Max, che non metterà mai la testa a posto!” rispose Tania, scompigliando sbarazzina i capelli ingelatinati del chirurgo,che adesso aveva posato lo sguardo sul notevole decolteè della bella rosso-vestita. I tre amici scoppiarono a ridere e decisero che era ora di un brindisi. “Cameriere!”, chiamò Federico. A passi rapidi un ragazzetto dai tratti orientali e dal sorriso scintillante si avvicinò per prendere l’ordinazione. “Champagne!” Il ragazzetto diligente “annotò” la richiesta ripetendola al suo dispositivo da polso, il quale a sua volta replicò proponendo la scelta fra un Dom Perignon del 2056 e un Louis Roederer del 2058. “Dom Perignon!” fu la scelta unanime, considerato che quella del 2056 era ritenuta da tutti un’ottima annata. Il cameriere prese nota, col solito sistema vocale, e Max, Tania e Federico non poterono fare a meno di notare il suo inglese incerto, zoppicante, stentato. “E’ incredibile”, disse Tania, “che nel 2060 un ragazzo così giovane non sappia ancora parlare bene l’inglese, che tra l’altro è la lingua del Paese dove risiede”. “Ma vi rendete conto? Sicuramente ha interrotto gli studi prima del diploma. Potrebbe essere uno dei miei alunni!” aggiunse Federico, professore di Matematica nel più quotato liceo di Firenze. “Dovremmo ricordarcelo più spesso, quanto siamo fortunati.
Pensa quante rinunce, quante limitazioni debbono sopportare i meno abbienti” “Beh, già il fatto che si calcola non ci siano più – o quasi – casi di malnutrizione in nessuna zona del pianeta, non mi sembra poco” valutò Max mentre osservava severo il cameriere versare lo champagne nei lunghi calici di cristallo, così ridicolmente impacciato. “Certo, Max, grazie, questo è palese. Ma io intendevo rinunce d’altro tipo” continuò Tania, impostando il tono della voce come sempre faceva quando si accingeva a tenere una delle sue arringhe, reali o metaforiche che fossero. “Prendi questo ragazzo: non ha studiato, non potrà mai farlo… dunque non possederà mai blocchi di costruzioni concettuali tali da potergli permettere di usufruire con profitto, ammesso e non concesso che un giorno possa acquistarla, della piattaforma che usiamo noi, ad esempio.” “Ah, la piattaforma… un’AI generativa impiantata nel cervello umano. Impareggiabile meraviglia della tecnologia” sentenziò compiaciuto Federico, alzando il calice come se volesse omaggiare le discipline scientifiche, in cui era maestro. “Avvertite il paradosso? Prendete il nostro giovane eroe, il cameriere. Cioè, lavora al Museum of Modern Art di New York, uno dei più celebri templi mondiali dell’arte e della memoria… e nonostante la sua immersione quotidiana in un ambiente stracolmo di opere straordinarie, poveraccio, non sarà mai e poi mai in grado di capirle fino in fondo, non potendo accedere, date le sue scarse conoscenze, all’istanza apollinea… che necessariamente deve incontrarsi con quella dionisiaca, pena la mancata profonda comprensione di qualsiasi opera d’arte!”. “Infatti, cara Tania, lo penso anch’io. E’ profondamente ingiusto che nel mondo occidentale anche il più sempliciotto possa far suo gran parte del sapere grazie ad un semplice microchip … microchip che per il resto del pianeta rimane inaccessibile..Che posto migliore sarebbe la Terra se Wikiknow fosse impiantato gratuitamente a tutti!” sospirò infine il professore, mentre con lo smartphone chiedeva alla sua cucina automatica di preparargli una pizza con i funghi per le 7:30, ora italiana.
“Gratuitamente? Ma siete matti? Sapete quanto costa l’upgrade della nuova versione?! Meglio che non ve lo dica” asserì Max con una risata. “Dopotutto, siamo nati dalla parte giusta del mondo, ma non siamo nemmeno gli ultimi degli imbecilli! E oggi siamo qui per festeggiare la terza laurea di Tania, quindi… meno onanismo mentale e facciamo un brindisi!” “Sì! Un brindisi alla conoscenza! Alla conoscenza che illumina le menti e rende uomini migliori… alla conoscenza e alle tecnologie, che fra qualche anno, si spera, la renderanno davvero di tutti!” “Prof, ma sai che sei il solito, inguaribile comunista… se nel 2060 questa parola ha ancora un senso! Sapere aude!” disse Tania guardando il marito con occhi languidi , ridendo con la sua risata bambina. “Sapere aude!” risposero gli uomini in coro.
Continuarono a dissertare di arte e conoscenza, osannando Wikiknow e gli altri strumenti che li avevano resi edotti anche di quelle che non erano le loro discipline, come l’arte appunto; poi ad un tratto si accorsero che il caffè si era svuotato e che erano passate le 20, ora di chiusura del Museo. Dopo aver pagato e lasciato una – risibile – mancia al cameriere, si alzarono. Mentre loro si avviavano il lungo nastro trasportatore che li avrebbe portati alla stazione del superjumbojet, gli inservienti – fatti i dovuti inchini agli ultimi ospiti – avevano cominciato a pulire e sanificare i locali, come avveniva ogni sera. L’attenzione del quartetto fu a quel punto attirata da un giovane, anch’egli orientale, che, appoggiata la testa allo spazzolone, si era fermato proprio davanti alla Notte stellata, nello stesso punto in cui prima avevano sostato per analizzare il quadro; una lacrima rigava il suo volto. “Ehi, ti senti male?” chiese Tania. “Hai bisogno di aiuto? Sono un medico.” aggiunse Max. Il ragazzino non rispondeva, e continuava a guardare i tre amici con quei suoi grandi occhi nocciola, senza proferire parola. Sopraggiunse allora il giovane cameriere, che, dopo aver scambiato col collega due parole in una lingua oscura, nel suo inglese approssimativo rinfrancò gli amici, dicendo che andava tutto bene e che potevano tranquillamente allontanarsi. “Devo subito fare un upgrade” commentò il medico “Nel 2060, via, è inammissibile non poter comunicare con tutti… ma che diamine di dialetto indo-dravidico sarà questo? E comunque, con quello che pago… non esiste proprio!” “Eh già, hai assolutamente ragione Max. Inaudito”!
Guardandoli mentre si allontanavano borbottando, il cameriere sornione mise un braccio attorno alla spalla del ragazzo delle pulizie. Lo fissò intenerito nei profondi occhi ancora lucidi, e nella sua lingua melodiosa, semplicemente disse: “Noi non siamo come loro, amico mio. Non abbiamo e non sappiamo tante, tante cose…” Si interruppe, come per raccogliere una lacrima. “Ma la bellezza, la bellezza, credimi amico, non si può sapere. La bellezza si può solo sentire”.
Con il cuore che batteva forte, rimasero abbracciati nella Notte, quasi illuminati loro stessi dalla falce di luna dentro il cielo inquieto.
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Ciao Sara, mi è piaciuta molto l’idea di questo racconto. Hai creato un mondo a mio dire distopico: una tecnologia che permette l’accesso a tutte le conoscenze, ma ristretta soltanto alla ricca parte della popolazione che può permettersela. Una tecnologia che invece di abbattere le barriere e unire, separa ancora di più. E mi trovi perfettamente d’accordo: la bellezza si sente. Mi è piaciuto molto, complimenti! 🙂
Ciao Sara, il tuo racconto ha un messaggio davvero potente. Hai descritto così bene la scena che mi sono prima innervosita e poi quasi commossa…è proprio vero che la bellezza non la si può comprendere con il sapere 🙂 complimenti!