Premio Racconti nella Rete 2026 “Cicogna dorata” di Emanuela Pergolizzi
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026In casa i tappeti distesi sul pavimento, la sedia rivolta verso il corridoio, i libri sulla mensola reclinati in direzione della porta – ogni oggetto pareva tendere l’orecchio a un suono, ad un movimento, come invitati in attesa di una festa a cui sono arrivati con largo anticipo.
Fuori, a pochi chilometri di distanza, Alma Gentinetta scrutava i baffi stanchi del funzionario delle aste comunali che doveva renderle le chiavi. Ce l’aveva fatta: dopo anni di ristrettezze e una famiglia avara, era riuscita a comprare una casa tutta per sé.
Poco importava se l’agognato trofeo fosse stato ottenuto a seguito di una altrui disgrazia. Mentre Alma tratteneva il respiro in attesa, qualcuno, da qualche parte nella sua stessa città, aveva perso una casa. Forse se l’era giocata tra un bicchiere di Braulio e una scommessa ai cavalli. Alma non ci pensava, era concentrata. Le mani del funzionario frugarono in una borsetta troppo piena e finalmente estrassero il piccolo tesoro, un mazzo di chiavi: una piccola, come da bicicletta; una minuscola, da lucchetto; una tozza, con i denti usurati dagli sforzi; una incurvata all’estremità. Sembravano guardarsi in cagnesco, ciascuna ad un lato diverso dall’anello, come un gruppo di parenti riunitosi malvolentieri, per necessità.
Alma diede uno sguardo veloce alla famigliola dentellata, si fece spiegare in fretta la funzione di ogni chiave, firmò le carte lanciando una rapidissima occhiata al contenuto e in un attimo fu al civico 9 alle prese con la serratura, a braccetto con il suo entusiasmo.
“Ammobiliata” scriveva l‘annuncio dell’asta. Una promessa che aveva potuto verificare solo dalle fotografie prima di puntare 20, 50, 150, 200, 240 mila euro (“aggiudicato!”).
Ora, nel calore dell’ingresso, tutto le appariva come immaginato. Dalle mensole un gruppo di libri la osservavano curiosi mentre due piante grasse, quasi allo stremo, sembravano lanciarsi un’occhiata complice: “non abbiamo resistito invano”. Meno cordiale il grande sofà accigliato al centro del salotto. La sua pancia morbida sembrava portare ancora il segno del corpo dell’ultimo proprietario come il territorio marcato da un cane prima di zompettare oltre. Alma provò una sorta di timore reverenziale per quell’anziano inquilino e decise che non vi si sarebbe seduta.
La parola “ammobiliata” poteva non essere il termine più adatto. Era come se l’ingiunzione di sfratto che aveva dato il via al procedimento d’asta fosse stata notificata solo agli abitanti umani dell’appartamento, mentre agli oggetti fosse riconosciuto il diritto e il dovere, più che la possibilità, di restare.
Proseguendo la passeggiata Alma si trovò specchiata, con il suo neo accanto al naso e i capelli biondi, nel controluce di una cornice contenente una foto. L’immagine ritraeva una donna che poteva avere quasi la sua età. Capelli castani, occhi verdi, anche lei aveva un neo curioso che poteva parlare al suo nella lingua dei segni particolari. Il verde chiaro dell’occhio destro si interrompeva in un evidente puntino marrone vicino alla pupilla.
Contatore della luce – piombato. Contatore dell’acqua – piombato. Contatore del gas – piombato, come Alma aveva previsto. In preparazione, nei giorni precedenti, aveva già fatto le sue ricerche di mercato e chiamato i tecnici di tre compagnie per riaprire le utenze. In attesa del primo, che sarebbe venuto di lì a mezz’ora, continuò il suo giro in avanscoperta degli oggetti di quel piccolo museo di casa. Sembravano quasi parlare.
Ho compreso tardi cosa fossi e a cosa servissi. Il mio primo ricordo è dentro una scatola calda, di cartone, dalla quale filtrava una linea di luce. Dopo una serie di viaggi, venni appoggiato su un piano, il coperchio della scatola subito aperto quasi fossi una pentola da troppo tempo in ebollizione. Alcune narici si affacciavano, mani ruvide, piccole, lunghe, lisce mi sollevavano. “Oh, quindi brilla anche al buio?” commentavano con quello che doveva essere il mio padre adottivo, venditore al mercato. Finché un giorno non fui acquistato insieme ad alcuni simili da una donna vestita di scuro. Siamo stati a lungo a ciondolare nella sua borsetta accanto ad uno spray nasale e qualche ramino disperso qua e là. Finché, un Natale, non fui incartato e consegnato come regalo.
Divenni proprietà di una bambina che mi mise sul comodino, faro d’avvistamento sulla sua camera e sulle onde dei suoi respiri notturni. A volte mi parlava a bassa voce, confidando le preoccupazioni sui genitori: “Non vanno mai in Chiesa, finiranno all’inferno?” mi chiedeva, approntando un Padre Nostro e un Ave Maria prima di dormire. L’ho vista farsi sempre più alta, i capelli crescere insieme ad un po’ di peluria sul viso su cui spuntò, sempre più grande, un neo vicino al naso.
Le preghiere si diradarono finché un giorno non sentii parlare di un trasferimento. Venni lanciato in una cesta con alcuni peluche e donato ad un ente benefico. Fu così che conobbi Anna, che mi scelse tra vari oggetti regalo. Anna era una ragazza sulla ventina che mi portò con sé in lunghe notti passate al freddo per strada finché non trovò un lavoro, poi un compagno e insieme l’affitto di una casa in cui la loro vita cambiò radicalmente. Anna mi portò sempre con sé e non di rado, tra un cambio di lavoro e molte difficoltà, mi tirò fuori dalla borsetta, rivolgendosi a me, parlando e pregando.
La borsa di Anna era sempre piena, forse memore di quando viveva in strada, doveva avere tutto con sé: Tachipirina, cerotti, disinfettanti, caricabatterie. Galleggianti come in una piscina osservavamo il mondo dalla fessura della zip sempre un po’ aperta per la pressione al suo interno. Un giorno da lì, sull’autobus all’incrocio tra via Massarenti e vicolo Garibaldi, mi sembrò di vedere il naso e il neo già conosciuti. Forse furono proprio loro quel giorno a spingere Anna per uscire.
Sono stata creata a partire dal 1983. Il mio primo ricordo è un rumore di rotaia ed uno scompartimento a 6. 3 contro 3 paia di scarpe una davanti all’altra si scrutavano al centro. Verso le 13 la signora Miuccia tirò fuori la lasagna e la offrì, come sua abitudine, a tutti i presenti. Chi era salito a bordo alle 6 dalla provincia di Messina non ne poteva più e senza pensarci troppo tradì il panino incartato con cura dalla madre per il profumo di ragù e besciamella. Ma non il signor Gentinetta, salito alla stazione di Termini per tornare a Torino, che a quelle condivisioni non era avvezzo.
La signora Rosa, terminato in fretta il generoso pranzo a sorpresa, iniziò a tessermi ad uncinetto guardando fuori. Continuò ogni sera nella città d’arrivo, Torino, di ritorno da lavoro come donna delle pulizie presso gli uffici di una grande banca di cui il signor Gentinetta era direttore. Non si incrociarono mai: il suo turno iniziava all’alba, prima che i colletti bianchi timbrassero il cartellino in modo che ogni scrivania fosse profumata al loro ingresso. Quando fui pronta, venni adagiata sulle gambe della signora con così tanta frequenza da poter misurare con esattezza l’allargarsi e il restringersi delle sue cosce ad ogni chilo in più o in meno, con l’alternarsi delle stagioni. Venne poi il momento in cui mi chiesero di abbracciare sua figlia Anna prima adolescente e poi giovane donna in un turbinio di stanze del centro e della periferia, poi in strada e infine, finalmente, in una casa. Lì potei ricevere un lavaggio e intessere una duratura amicizia con il divano del salotto dove mi trovo tutt’ora, abbandonata.
Le mie gambe metalliche furono forgiate nel laboratorio di due fratelli fabbri della provincia lombarda. Non era ancora il tempo delle produzioni in larga scala, mi costruirono di loro pugno con l’obiettivo di vendermi, insieme ad una decina di gemelli, ad una casa di distribuzione di articoli di sartoria. Avevo dimensioni e peso perfetti, dicevano: facilmente impugnabile a mano, acciaio nichelato, finitura lucida, gambo dorato. Appresi in bottega che il mio corpo era molto bello, definito con le forme di una cicogna. Un articolo di pregio.
Mi acquistò una piccola signora dai capelli di nuvole e neve, la chiamavano “Virna” e niente più. Le facevo compagnia davanti alla televisione, quando rammendava calzini o preparava un ricamino per le nipoti. Un giorno la Virna non si svegliò. Rimasi a lungo a chiacchierare con i rocchetti verdi, gialli, neri e rossi tenuti nella scatola del cucito, insieme agli aghi. Si era creata una buona intimità tra noi finché non fummo separati. Non so che ne sia stato di loro. Io venni venduta ad un mercatino artigiano per pochi euro e mi sistemarono a casa di una giovane coppia. Sembravano amarsi ma la loro vita non era esente da difficoltà: contratti in scadenza e un debito. Poi due. Poi alcune discussioni. Finché un giorno lei, seguendo una tradizione scaramantica, mi tirò fuori dal cassetto e adagiò sotto il materasso in camera da letto, aperta. Credenze superstiziose in alcune regioni d’Italia sostengono che le forbici aperte in quella posizione abbiano la funzione di “tagliare” via dalla casa le energie maligne nel momento in cui siamo più vulnerabili: quando dormiamo. Possono spezzare tutto – incubi, cattive presenze, invidie, rabbia, animosità. Osservai la posizione richiesta per lunghi mesi, finché anche in quella casa non regnò il silenzio e potei finalmente richiudere le gambe.
Era passata circa un’ora nel piccolo museo dove Alma trovò un archivio di ricordi che sembravano strizzarle l’occhiolino. Li passava in rassegna lentamente, quadri senza nome né autore, facendosi poche ma curiose domande sul perché del loro posizionamento, della loro scelta, del loro colore: una caffettiera rossa per due, un porta penne a forma di giraffa, un portagiornali di vimini, una radio-stereo dei primi duemila, alcuni portacandela. Le sarebbe venuto da classificare, schedare, con ordine e cura, come una piccola archeologa, ciascuno di quegli oggetti per sé ma anche per chi li avrebbe posseduti in futuro. Come se quel passaggio di proprietà avesse dato il via ad una trasmissione: come erano giunti a lei forse era giusto arrivassero anche ad altri? Non sapeva ancora che ne avrebbe fatto, se se ne sarebbe disfatta o meno, ma poco importava. In questo preciso momento erano suoi con tutto l’incontrastabile potere che l’aggettivo possessivo le conferiva.
“Driiin!” il telefono interruppe i pensieri. Ad arrivare per primo fu il responsabile dell’utenza della luce. Si fecero largo in cantina con le torce del cellulare, il tutto fu sbloccato in un attimo e finalmente Alma poté vedere la casa libera dalle ombre.
Il secondo fu quello del gas, un omino timido che con discrezione si fece largo chiedendo alla proprietaria dove potesse trovare l’oggetto del suo interesse. Ora avrebbe potuto cucinare. Terza, la persona incaricata dell’utenza dell’acqua. Una donna. Alma sentì una certa familiarità con la persona ma non la riconobbe, né il suo neo riconobbe il gemello negli umidi occhi verde chiaro. Pur essendosi fatta sera, la stanchezza e quella strana intimità le portarono a chiedere “vuole un caffé?”. No, rispose quella sbrigativa, frugando in una borsa decisamente troppo piena alla ricerca di un fazzoletto per il naso. Forse non vedeva l’ora di terminare il lavoro e tornarsene a casa. Domandò dove fosse il contatore sovrappensiero, guardandosi attorno come in ricerca ma avanzando con una certa naturalezza attraverso il corridoio. Alma sentì che quella persona sapeva il fatto suo e senza preoccuparsi, quando la vide al lavoro, si congedò per fare un primo giro nel suo nuovo bagno dalle piastrelle verde acqua, come aveva sempre desiderato. Era più ampio di ogni bagno avesse avuto ma – cosa ancora più importante – conteneva una vasca, oggetto ormai vintage che aveva posseduto nel corso di tutta l’infanzia. A differenza della poltrona in salotto quella vasca le appariva invitante e materna, sembrava chiederle già di sdraiarsi e abbandonarsi all’acqua, alle pareti arrotondate, ai profumi del bagnoschiuma. Alma pensò che quella sarebbe stata la prima cosa da fare una volta sola: come quando era piccola avrebbe lasciato il rubinetto scorrere finché l’acqua non fosse diventata calda. Poi avrebbe chiuso il tappo e atteso che la vasca si riempisse mentre il vapore iniziava ad offuscare lo specchio e a lasciare goccioline sulle pareti piastrellate. Si sarebbe seduta a bordo vasca assaggiando con le dita dei piedi l’acqua bollente, come faceva da piccola, quasi ad ustionarsi. Avrebbe quindi aggiunto altra acqua meno calda inserendo entrambi i piedi vicino al gettito, dove il calore era più sopportabile, e iniziato a rimescolare l’acqua della vasca muovendo le mani, fino a rendere il tutto di un calore accettabile. Poi si sarebbe immersa completamente e sarebbe rimasta a mollo finché le dita non si fossero raggrinzite. Avrebbe giocato con il sapone e il doccino fino a riempirla di schiuma. Avrebbe trascorso una decina di minuti a leggere il retro del bagnoschiuma in tutte le lingue, compresa la lista di ingredienti incomprensibili. E mentre fantasticava su quel primo bagno si svegliò di colpo allo sguardo interrogativo del rubinetto, con i suoi profondi occhi blu e rosso e il beccuccio che sembrava un lungo naso. Da quanto tempo era lì dentro? L’intervento era terminato? Se quella donna l’avesse chiamata, lei l’avrebbe sentita da lì, assorta com’era?
Uscì a cercarla con un certo imbarazzo. La trovò ancora al contatore, intenta a segnare alcuni codici e a preparare le carte per la firma del suo nuovo contratto. “Ha un’altra penna? La mia ha smesso di funzionare” – le chiese, sembrava nervosa. Forse era spazientita dal suo ritardo?
Alma ricordò il portapenne visto poco prima e tornò verso lo studio. Fece per prenderne una nera quando le sembrò di essere osservata da qualcosa poco lontano. Era una piccola statuetta di un Cristo identica a quella che aveva avuto da piccola, una statuetta fluorescente che aveva perso quando a dieci anni avevano cambiato casa. Sorrise pensando a quanti piccoli particolari di quella nuova dimora le parlassero di momenti d’infanzia felici.
Tornò dalla donna, prese le carte, si appoggiò ad un mobiletto per rileggere velocemente quel contratto e firmare. Le carte di quel pomeriggio erano state contrassegnate in modo frettoloso ma per quella, che era l’ultima, volle prendere un attimo, come ad investire di solennità quel sospirato finale. Arrivò il momento: avvicinò la mano sul foglio, la penna toccò la carta. Mentre l’inchiostro iniziava la prima stanghetta della “A”, dal basso verso l’alto, ad Alma sembrò sentire un alito di vento ed un battito d’ali. Si girò un secondo verso la finestra ma una fitta violenta la prese alle spalle, un freddo incredibile le avvolse il corpo e cadde con un tonfo sul pavimento in finto legno.
Al suo sguardo offuscato parve di cogliere una sola immagine: una cicogna dorata dal becco macchiato rosso sangue. Per pochi secondi riuscì a metterla a fuoco, sembravano un paio di bellissime forbici di forma animale. Non ci avrebbe giurato ma nel momento prima di svenire le parve di vedere la cicogna richiudere il becco insanguinato, fare un leggero inchino ed iniziare a volare.
La casa sospirò.
Ora era tutto pronto per una nuova festa…a cui si sarebbe scelto con cura chi invitare.
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