Premio Racconti nella Rete 2026 “Tra poco” di Rocco Abazia
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Era già buio quando l’app segnalò il ritardo dell’auto.
Mary guardò lo schermo un’ultima volta, poi infilò il cellulare nella tasca del giubbotto. Restare a fissare il percorso le dava l’impressione di perdere tempo, anche se in realtà non aveva altro da fare.
Il termometro segnava –1. Manchester era coperta di ghiaccio quella sera. Accanto a lei, un lampione illuminava un tratto di marciapiede vuoto; poco più in là una panchina, e un cestino così pieno che parte dei rifiuti era caduta a terra. Le strade erano quasi deserte, solo qualche macchina di passaggio.
Mary preferiva restare in piedi, pronta a muoversi nel momento in cui l’auto fosse arrivata. Ogni tanto alzava lo sguardo verso la strada, per vedere se potesse comparire da un momento all’altro senza dover riprendere il telefono. Le macchine passavano lontane; il rumore arrivava ovattato, come se venisse da un’altra zona di Manchester.
Il mattone rosso del Lancashire era visibile anche al buio. Davanti ai suoi occhi scorrevano solo auto nere, i tipici taxi inglesi. Nessuna traccia della sua. Riprese il telefono per controllare l’app. Nulla. L’auto sembrava ferma, senza alcun segnale, senza aggiornamenti.
Il freddo cominciava a farsi sentire. Si strinse meglio nel cappotto e mosse le gambe, che nel frattempo si erano intorpidite. C’era un messaggio, letto da ore. Non lo aveva ancora aperto.
L’attesa non sembrava finire. Diede un altro sguardo all’app.
Finalmente arrivò un aggiornamento.
Tempo di attesa: 2 minuti.
Fece appena in tempo a riprendere l’equilibrio. Il marciapiede era coperto di ghiaccio e gli stivali di pelle nera, con il tacco alto, non offrivano alcuna stabilità.
Finalmente un’auto grigia passò sull’altra corsia. Dopo aver rallentato, fece inversione e si avvicinò al marciapiede, fermandosi qualche metro più avanti rispetto a lei. Il finestrino si abbassò. Un uomo dai capelli ricci e neri guardò prima il cellulare, poi sollevò gli occhi.
«Il nome?»
Mary rispose. L’uomo annuì, come a confermare ciò che aveva appena letto sullo schermo. Sbloccò le portiere. Lei salì sul sedile posteriore.
L’odore della pelle, mescolato a un profumo artificiale di oceano, dava una sensazione di pulito, quasi di ordine. L’app segnalava ancora due minuti di attesa, ma l’auto era arrivata. Mary ripose il cellulare nella borsa: non aveva più senso continuare a guardarlo.
Appoggiò la borsa sul sedile accanto, allacciò la cintura senza fare rumore. L’auto ripartì subito.
«Mi ripete l’indirizzo, per favore?» chiese l’uomo, senza voltarsi.
«Vale Road, Clayton Vale.»
Lui annuì ancora una volta, come se quell’indirizzo non richiedesse altre domande.
Lei osservò il navigatore che mostrava il tragitto. Le strade di Manchester le sembravano tutte uguali: una successione di edifici anonimi, takeaway, palazzi per studenti. Qua e là resisteva qualche edificio storico, isolato, come se fosse rimasto lì per errore.
Manchester era famosa per la sua università, una delle più importanti del paese, seguita dalla Metropolitan, meno prestigiosa ma onnipresente. Come ogni città, aveva i suoi pregi e i suoi difetti. Di sera, soprattutto in centro, alcune zone diventavano più rischiose: gruppi di ragazzi, tensioni improvvise, territori che cambiavano mano senza che nessuno lo dichiarasse apertamente.
L’auto attraversava una strada costellata di locali italiani. Vide l’insegna di Don Giovanni, poi San Carlo, Rosso, Cibo. Luci calde dietro le vetrine, tavoli pieni anche a quell’ora. Poche persone camminavano per strada: l’aria era troppo fredda persino per respirare a fondo.
Mary ebbe l’impulso di dire qualcosa, una frase qualsiasi, ma non le sembrò necessario. Il silenzio non pesava.
L’uomo guidava con entrambe le mani sul volante, tenute leggermente troppo in alto. Ogni tanto alzava lo sguardo verso lo specchietto centrale per controllare il traffico alle spalle. Non parlava, e neppure lei.
Dopo qualche isolato Mary avvertì l’auto rallentare. Non una frenata vera e propria, piuttosto una perdita graduale di potenza. Il freddo, pensò, non aiutava. Guardò il telefono per controllare il percorso: l’app indicava ancora due minuti di attesa. Il segnale doveva essere scarso, con quel tempo.
L’uomo, lentamente, ruppe il silenzio.
«Vive a Manchester?»
«No», rispose Mary, con un tono appena esitante. «Vivo a Brighton. Sono venuta qui per trovare un’amica.»
«Com’è il tempo a Brighton?» chiese l’uomo.
«Uguale», disse Mary, accennando un sorriso forzato. «Il clima è più o meno lo stesso in tutta l’Inghilterra.»
«Già», disse l’uomo.
La conversazione si esaurì prima ancora di cominciare. A quell’ora il traffico cambiava senza un motivo preciso. Mary riprese il cellulare per controllare se qualcuno le avesse scritto. Nulla.
L’uomo svoltò a sinistra. L’auto proseguì senza scosse, come se tutto stesse andando esattamente dove doveva andare.
Il freddo diventava sempre più aggressivo e il parabrezza si appannava, nonostante il riscaldamento acceso. Mary posò la borsa sulle ginocchia: non dovevano essere molto lontani.
L’uomo non prese la deviazione abituale che lei conosceva, quella che riportava verso il centro. Proseguì dritto e poi imboccò una strada più stretta, laterale. Ai lati, alberi secchi. Mary se ne accorse perché l’auto sobbalzò più del solito, come se avessero imboccato qualcosa di non previsto.
All’inizio non disse nulla. Guardava fuori dal finestrino: il bosco sembrava avvicinarsi troppo alla carreggiata. La strada si restringeva a tal punto che, se fosse arrivata un’auto in senso opposto, avrebbero dovuto fermarsi e fare retromarcia per lasciarla passare. I rami bassi sfioravano la fiancata.
Pensò che stesse evitando il traffico. In quella zona di Manchester, a certe ore, le strade principali diventavano impraticabili. Ma dopo qualche minuto si rese conto che non incrociavano altre auto. Nessuna luce. Nessuna casa. Solo il rumore delle gomme sulla terra e, a tratti, un colpo secco quando la macchina prendeva una buca più profonda.
«Non è la strada principale, vero?» chiese Mary, portando una mano dietro la testa e continuando a guardare dal finestrino. Il tono era volutamente casuale.
L’uomo rispose subito, come se avesse previsto la domanda.
«No. È una scorciatoia. Quella zona di Manchester, a quest’ora, è impossibile. Arriveremmo al tuo appuntamento tra almeno due ore.»
Lo disse senza voltarsi, con lo sguardo fisso davanti a sé e le mani ferme sul volante.
Mary annuì, anche se le sembrava di andare nella direzione opposta rispetto a quella che conosceva. Riprese il cellulare: il segnale lì era quasi assente, la mappa appariva grigia, priva di dettagli.
La strada si fece ancora più stretta. In alcuni punti gli alberi si piegavano verso l’interno. Mary ebbe l’impressione che, se l’auto si fosse fermata, non sarebbe stato facile trovare aiuto, da quelle parti.
Non ebbe paura subito. Fu piuttosto una sensazione di errore, come quando ti rendi conto di aver preso una decisione sbagliata e ora cerchi, senza successo, di rimediare.
«Può fermarsi qui, se vuole. Proseguo a piedi o con i mezzi, dovremmo essere vicini.»
La frase uscì male, detta troppo in fretta, come se fosse stata preparata all’ultimo momento. L’uomo non rispose subito.
«Non è il caso», disse infine. «Tra poco la strada si ricollega.»
Mary guardò fuori. Non vedeva alcuna strada che si ricollegasse a qualcos’altro. Solo bosco. Sempre bosco. E una curva identica a quelle precedenti.
Sentì il bisogno di precisare, come se fosse importante chiarire che non stava accusando nessuno.
«Ho fretta», disse. «Mi aspettano.»
Quella volta l’uomo sorrise. O almeno così le parve, da una breve smorfia delle labbra. Disse che mancava poco.
Fu allora che Mary pensò che, se davvero mancava poco, non ci sarebbe stato motivo di impedirle di scendere. La strada, per quanto scomoda, non sembrava pericolosa. Avrebbe potuto tornare indietro o chiamare un altro taxi.
Ripeté la richiesta, con più calma.
«Preferisco scendere adesso, la prego.»
Sospirò. Disse solo che voleva scendere, che non importava dove, che avrebbe fatto a piedi l’ultimo tratto. Lo ripeté. Poi una terza volta, più forte del necessario. La voce le si spezzò.
L’auto rallentò appena. Quel tanto che bastava per farle credere di essere stata ascoltata.
Mary portò la mano verso la maniglia, come per prepararsi. Disse grazie.
Fu allora che sentì il rumore secco delle sicure. Un gesto rapido, quasi distratto. Subito dopo, l’auto tornò a prendere velocità.
La strada si strinse ancora. Il bosco si chiuse ai lati, fitto, immobile. I tronchi scuri scorrevano lenti oltre i finestrini, come se stessero assistendo a qualcosa che avevano già visto.
Mary rimase con la mano sulla maniglia, senza più tirarla. Le lacrime scesero senza rumore.
«La prego», disse ancora.
Non aggiunse altro. Capì che la richiesta era stata registrata e respinta, e che non ce ne sarebbe stata un’altra.
L’auto entrò lentamente nella parte più buia, dove il bosco si chiudeva del tutto e la luce smetteva di arrivare.
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Complimenti per questo racconto. Mi è piaciuto. La scrittura scorrevole mi ha presa subito e l’ho letto tutto d’un fiato. L’atmosfera buia e fredda si adattano bene alla trama e rendono il racconto surreale, insieme a questi alberi vivi e minacciosi che si stringono sempre più sulla macchina, intrappolandola. Mi è piaciuto anche un altro piccolo tocco: l’app che segna ancora due minuti d’attesa, ma Mary è già sull’auto. Il tutto lascia presagire qualcosa. Complimenti ancora
Fidarsi sempre delle app! Bello stile, con un crescendo di drammaticità. Complimenti.
Si avverte la tensione salire mano a mano che il racconto procede, l’hai resa proprio bene.
Sul finale ho immaginato per un attimo un ribaltamento totale della situazione, dove davvero le famose strade si ricollegano e con un espediente si rivolta tutto, sarebbe stato interessante e credo inaspettato (mio personalissimo desiderata).
Trovo decisamente azzeccata la scelta del luogo e delle atmosfere che si respirano, già fredde e cupe di norma, arricchiscono la tragicità della vicenda.
Ciao Rocco, il tuo racconto mi ha fatto venire i brividi. Il finale è stato inaspettato anche se, rileggendo di nuovo il racconto, ci sono molti dettagli che fanno immaginare che qualcosa possa andare storto. In generale mi piace molto la tua attenzione ai dettagli, mi ha fatto sentire presente nella fredda Manchester e mi ha fatta immedesimare nel terrore di Mary. Complimenti!
Molto bravo a tenere viva la tensione per tutto il racconto. Il finale tragico anche se prevedibile è assolutamente necessario nella dinamica delle cose; si ha come l’impressione che la protagonista accetti la sua fine come se dovesse o volesse scontare una colpa. “Non aggiunse altro”…
Toglimi una curiosità: l’intenzione dell’uomo di fare del male alla donna c’è sempre stata o un c’è un momento preciso in cui scatta?
@FabioAmadei Ciao Fabio,
grazie davvero per la lettura attenta.
Non ho mai pensato a un momento preciso in cui l’uomo decide di fare del male. Per me non “scatta” nulla: la situazione prende una direzione sbagliata e continua così. È soprattutto la protagonista che cambia poco alla volta, capendo che le sue richieste non verranno ascoltate. Non si tratta tanto di accettazione o di colpa, quanto di una presa di coscienza.
In parte questa scelta nasce anche dal fatto che il racconto è ispirato a una storia reale. In situazioni del genere raramente esiste un momento netto in cui tutto cambia: c’è piuttosto una continuità che diventa evidente solo dopo.
Complimenti ancora per il racconto.
Nella tua risposta affermi: “Non ho mai pensato a un momento preciso in cui l’uomo decide di fare del male”.
Perdonami se faccio un appunto, ma credimi, non è una critica ma una semplice riflessione tra “colleghi” che lavorano di fantasia e che provano a organizzare un certo numero di parole per il piacere della lettura.
Il pensiero è il seguente: il personaggio della storia può avere una propria idea del tutto autonoma oppure tutto deve passare attraverso la penna dello scrittore?
C’è il bellissimo racconto di Flannery O’Connor che analizza, in un saggio, il suo testo “Brava gente di campagna”. Lei afferma di essere rimasta colpita da questo giovane venditore di Bibbie che porta via alla donna la sua gamba finta. L’autrice stessa se ne meraviglia.
La O’Connor dichiara: “Fino a dieci o dodici righe prima non sapevo nemmeno che avrebbe rubato la gamba, ma quando ho scoperto quanto stava per accadere, ho capito che era inevitabile. È una storia che sciocca il lettore, è una delle ragioni che ha scioccato per primo il narratore”.
Insomma, lei non si aspettava questo tipo di sviluppo, ma, parole sue: “ho capito che era inevitabile”.
Scusami per la lunghezza della nota.
L’intenzione era condividere un mio piccolo tarlo.
@FabioAmadei, Ciao Fabio, non ti preoccupare: sono qui per imparare e migliorare, quindi apprezzo molto questo tipo di riflessioni.
Nel mio modo di scrivere non credo che il personaggio abbia una reale autonomia: non “decide” da solo. Scrivendo, però, a un certo punto ti rendi conto che una cosa non può più essere evitata, non perché il personaggio lo voglia, ma perché tutto ciò che è successo prima porta lì la storia.
Quando arrivi a quel punto, puoi solo seguire la storia oppure romperla, e se la rompi smette di funzionare. Nel caso di Tra poco, nel momento in cui Mary chiede di scendere, e l’uomo non la fa scendere, il destino e` segnato. Fino a quel momento, la strada poteva essere una scorciatoia, un errore, ma quando Mary chiede di fermarsi piu volte e lui rifiuta, allora non c`e` piu ritorno , da lì in avanti la traiettoria è segnata, anche se non era stata pianificata in anticipo. Come O`Connor dice , anche in Tra poco non c`e` un momento pianificato, ma quando l`uomo non fa piu scendere Mary, da li la storia non ha piu ritorno, e il seguito diventa inevitabile.