Premio Racconti nella Rete 2026 “Gaetano ‘o comunista: le ragioni romantiche della militanza di periferia” di Ignazio Riccio
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Un caldo afoso pungeva le labbra e gli occhi della folla assiepata sul sagrato della chiesa. Il sole cocente teneva bassi gli sguardi di uomini e donne in preghiera per l’ultimo saluto al loro concittadino. Il giorno prima era morto Gaetano, ’o comunista. La bara era ferma sulla porta e insieme alla cassa di legno le bandiere rosse con falce e martello, portate a mano dai militanti del partito. La mattina del 5 luglio 1966 a Frattaminore si doveva decidere se accogliere o meno davanti all’altare i vessilli di sinistra tanto ostili al clero.
Don Alfonso Cristiano, prete della parrocchia di San Simeone, era irremovibile: «Il funerale non si celebra, potete anche andare via». Gli uomini della famiglia di Gaetano ’o comunista, spalleggiati dai compagni della sezione cittadina del Pci e dal sindaco “rosso”, l’avvocato Alfonso Conte, insistevano. «Le bandiere entrano, lui così avrebbe voluto». Un braccio di ferro che aveva ammutolito la folla. Nessuno capiva perché quel feretro non varcava l’ultimo gradino della chiesa. La discussione si svolgeva nella sagrestia e don Alfonso, sempre più indispettito, non cedeva. «Se insistete così tanto, rivolgetevi al vescovo, per me le esequie saltano». Un invito accolto a fatica dagli uomini di partito, spinti dalle donne della famiglia Riccio a ragionare. Si doveva andare ad Aversa, in diocesi, per sentire il parere del vescovo Antonio Cece. La corsa fu breve, così come il responso del prelato. «Il funerale si fa, non si nega la benedizione a un cristiano, ma le bandiere comuniste aspettano fuori». Il giorno delle esequie per Gaetano Riccio si svolse come tutta la sua vita: una continua ribellione contro le convenzioni e le regole costituite. D’altronde era un marxista dalla nascita, da quando esserlo procurava più di un problema. Gaetano ’o comunista era capitato a Frattaminore per caso. Nel 1923 era dovuto scappare via da Napoli a causa della sua militanza politica. Alla Doganella si era fatto troppo notare e neppure la sua vena artistica lo aveva salvato dall’ira dei fascisti. Gaetano Riccio era uno stuccatore di fino; oggi sarebbe catalogato tra i restauratori di beni storico-artistici, allora era semplicemente ’o stuccatore.
Le facciate dei Quattro Palazzi di Corso Umberto I a Napoli portano la sua firma, così come tanti altri lavori effettuati nel capoluogo campano. Ma il suo credo marxista cominciava a dare fastidio e gli amici lo avevano avvisato: «Prima o poi subirai una rappresaglia, non te la faranno passare liscia, vattene in provincia, lì darai meno nell’occhio e sarai più protetto». A Frattaminore Gaetano Riccio si ambientò presto. Con moglie e figli cominciò una nuova vita, senza mai rinunciare a fare politica. In quel paese della provincia napoletana non tardò a stringere amicizia con operai e contadini affascinati dall’idea di vivere in un mondo migliore, dove sarebbe stato possibile affrancarsi dal dispotismo e dai soprusi. Queste idee lo stuccatore napoletano non le nascondeva, tutti conoscevano a Frattaminore Gaetano Riccio, anche se pochi lo frequentavano. I fascisti erano attenti ad ogni movimento e scambiare due chiacchiere con un sovversivo faceva paura. Il podestà non sapeva, però, che il “forestiero” venuto dalla Doganella teneva le riunioni con i compagni a casa sua, clandestinamente. Nel salone, al centro del muro maestro, era appesa una grande cornice con la foto della moglie. In mezzo alla stanza un tavolo di legno massiccio e un numero spropositato di sedie impagliate.
Era lì che si riunivano di nascosto i “compagni”di Frattaminore per discutere di come sovvertire il regime fascista e guidare la rivolta dei proletari, ed era lì che si svolgeva ad ogni incontro il rituale che dava inizio alla discussione. Gaetano ’o comunista si alzava dalla sua sedia a capotavola e ruotava la cornice al centro del muro maestro. Il volto della moglie finiva per baciare l’intonaco, dando luce all’immagine di Karl Marx. «Adesso possiamo cominciare», erano le parole che il padrone di casa pronunciava sistemandosi di nuovo sulla sedia. E quelle parole, nel segreto di una stanza, l’artigiano della Doganella le articolò ripetutamente fino alla caduta del fascismo. Il 25 luglio del 1943 cominciò una nuova vita per i “compagni” frattaminoresi. L’eco del Gran consiglio giunse in tutte le case d’Italia, anche nella piccola abitazione di piazza Crispi, dove quei militanti clandestini, guidati da ’o comunista, raccolti dal clamore delle notizie,facevano fatica a credere che il regime di Benito Mussolini era crollato. Ma una nuova epoca era sopraggiunta a spazzare il recente passato, stravolgendo la vita di tutti, anche degli abitanti della piccola città di Frattaminore.
Quando il 10 giugno del 1946 furono proclamati dalla Corte di Cassazione i risultati del referendum istituzionale, che sancivano la nascita della Repubblica italiana, l’insegna con falce e martello già campeggiava sulla serranda della sezione frattaminorese del Pci. Gaetano Riccio l’aveva fondata insieme ad un manipolo di “compagni” dopo la liberazione d’Italia. La prima sede fu aperta nel vico degli Studenti, nella zona della purtella, dove per pagare l’affitto i militanti vendevano i bomboloni di zucchero colorato e altri dolciumi. Per i bambini la casa dei comunisti evocava le fiabe lette sui libri di scuola, con la falce e martello che ai loro occhi si spogliava di ogni significato politico, assumendo il sapore mielato di un paese dei balocchi. Gaetano Riccio della sezione della purtella ne fu segretario, per acclamazione, ma anche tesoriere e custode. Era lui ad accogliere i più piccoli, con la stessa austerità e pacatezza con cui trattava i militanti iscritti al partito e questo lavoro lo ha svolto con rigore e intransigenza fino a quando le forze lo hanno sorretto. Segretario, tesoriere e custode anche nei trasferimenti di sede a piazza Atella e in via San Nicola. Era seduto in prima fila al Teatro Eliseo di Frattamaggiore il giorno in cui si festeggiava la vittoria al referendum della Repubblica. Sul palco le autorità e una bandiera tricolore, che gli era saltata subito agli occhi. A quello stemma sabaudo al centro del vessillo nessuno aveva prestato attenzione, fino a quando Gaetano ‘o comunista non decise d’impeto di strapparlo via e gettarlo ai piedi del sipario. «Siamo qui per rallegrarci dell’esito del referendum, facciamolo seriamente».
E seriamente il segretario del Pci di Frattaminore si occupava di politica, quella di partito, lasciando agli altri gli impegni e gli incarichi amministrativi. «Mi devo occupare della sezione, non posso fare altro», diceva a quei “compagni” che gli chiedevano di candidarsi. Gaetano Riccio ci teneva a far crescere il partito, pagava di tasca sua la tessera a quegli operai e ai contadini che non potevano permettersela, distribuiva personalmente le copie de L’Unità nelle abitazioni dei “compagni” e sovvenzionava le iniziative politiche, specie quando a Frattaminore, durante le campagne elettorali, arrivavano i leader regionali e nazionali del Pci. Giorgio Napolitano, Luigi Longo, Giorgio Amendola, Eugenio Reale, Manlio Rossi Doria e altri “compagni” dei quadri dirigenziali del partito hanno frequentato la casa dello stuccatore. Per loro recarsi nel piccolo centro di periferia a nord di Napoli significava trovare sostegno elettorale, ma anche ristoro e risorse economiche. Erano i tempi in cui cresceva, utilizzando un’espressione gramsciana, l’attenzione delle “classi sociali subalterne” nei confronti del Partito comunista e Gaetano Riccio esibiva orgogliosamente un nome e un simbolo che andava oltre la propria vita quotidiana, oltre la famiglia. «Sembra quasi che il Pci sia più importante di noi», ebbe a dirgli un giorno la figlia Giovannina, in un momento di disperato coraggio. «Per me il partito viene prima di ogni cosa. Portare avanti le nostre idee serve a garantire un futuro migliore anche a voi», fu la sua risposta lapidaria. Che Gaetano Riccio fosse capace di scontrarsi a viso aperto anche con i familiari per questioni ideologiche se ne rese conto ben presto il figlio Salvatore che, a differenza del fratello Ignazio, aveva il pallino della politica.
Si era iscritto al Partito socialista ed era entrato in lista per le elezioni comunali. I dirigenti del Psi, probabilmente, immaginavano che il giovane rampollo di casa Riccio avrebbe ottenuto il pieno dei voti, ricevendo l’aiuto del padre comunista, ma avevano fatto male i loro conti. «Non ti voto e non ti farò votare, hai sbagliato partito, cavatela da solo». Gaetano Riccio non amava le mezze misure e non ebbe dubbi, neppure per un istante. Salvatore dovette arrangiarsi da solo e lo fece bene, dato che per anni ha ricoperto ruoli amministrativi a Frattaminore, anche senza il sostegno del padre che, neppure invecchiando, ha abbandonato i suoi ideali comunisti. Con i funerali di Gaetano Riccio del 5 luglio 1966 si è chiusa una pagina di storia politica importante per Frattaminore. Un periodo in cui la militanza comunista di base, quella vissuta dal basso, nelle polverose e povere sezioni di periferia, ha avuto ragioni romantiche fondamentali e tali sono rimaste, anche se buona parte dei dirigenti di allora ha finito per predicare la rivoluzione senza credere in essa o, quantomeno, senza fidarsi dei rivoluzionari che la praticavano.
La sezione del Pci di Frattaminore è stata intitolata a Gaetano Riccio dopo la sua morte e lo è rimasta anche negli anni successivi alla caduta del muro di Berlino. Poi, con le varie scissioni del partito, quel nome è andato perso, forse per dimenticanza. Ma anche l’oblio, spesso considerato nella sua accezione negativa, può avere un buon sapore. Oggi i familiari di Gaetano ‘o comunista sono felici che l’intitolazione della sezione del partito di piazza Atella sia scomparsa. Nessuno nutre dubbi sul fatto che lo stuccatore della Doganella, se in vita, avrebbe strappato e gettato via quell’insegna con il suo nome, come fece con la bandiera sabauda il giorno della nascita della Repubblica italiana.
Gaetano Riccio è il mio bisnonno. Ho potuto scrivere queste righe grazie ai racconti di mio padre Gaetano e di mia zia Orsolina. Con la loro memoria, mi hanno permesso di mettere su carta una storia che, probabilmente, si sarebbe persa per sempre.
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Ciao, hai tratteggiato un personaggio davvero concreto, e lo hai fatto molto bene, raccogliendo le testimonianze e mettendo poi assieme il tutto.
Io avevo scritto un racconto su mio nonno materno seguendo il tuo modus operandi (racconti e storie sulla sua vita da alpino), è un bel modo di ricordare una persona, sicuramente non da tutti. Mi sento di dirti che il tuo bisnonno sarebbe rimasto contento delle righe che tu, oggi, gli hai dedicato.
Ciao Nicola, ti ringrazio per il giudizio lusinghiero. Sono d’accordo con te: il mio bisnonno sarebbe rimasto contento, soprattutto della parte finale del racconto.
Ciao Ignazio, il tuo racconto sembra una pagina di storia civile più che un semplice ricordo familiare. Mi ha colpito come la figura di Gaetano emerga viva e piena di passione, un uomo che ha fatto della politica una scelta esistenziale, pagando il prezzo delle sue convinzioni ma senza mai smussarle.
Bellissimo anche il modo in cui la memoria privata si intreccia con la storia collettiva: non è solo il ritratto di un militante, ma di un’epoca in cui le idee erano vissute con intensità quasi romantica. Si sente l’affetto di chi racconta e fa riflettere su cosa significhi davvero credere in qualcosa. Complimenti!
Ciao Linda, ti ringrazio tanto, sei molto gentile.