Racconti nella Rete®

20° Premio letterario Racconti nella Rete 2020/21

Premio Racconti nella Rete 2012 “Pietre e sogni ai margini del fiume” di Vito De Nicola

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2012

Alex mi parla spesso della lunga estate del 1972… A Kh., paese rurale di poche migliaia di persone, nel cuore della valle dell’Ophanto,la Vallebleu, quattro amici diciassettenni Alex, Ernesto, Josè e il Rosso, cresciuti tra la cultura contadina e i miti della letteratura, decidono con spensierata noncuranza di abbandonare la noiosa routine della vita di paese e cercare l’avventura tra le golene intricate e l’acqua trasparente del fiume, immaginando di essere un po’ il partigiano Johnny un po’ il comandante Che Guevara… o semplicemente qualcuno dei tanti giovani ribelli che in quel periodo attraversano le strade blu d’America alla ricerca inquieta di libertà e gioiosa uguaglianza… Non era sulle strade secondarie segnate in blu, più che su quelle principali segnate in rosso, che si muovevano verso l’avventura, riscoprendo nuovi modi di vivere collettivamente con gli scarti della società consumistica e reazionaria?… Così, sulle strade segnate in giallo o arancione, nelle cartine italiane, quelle dimenticate delle tante valli appenniniche, spesso, in quegli anni correvano gli esili fili dell’avventura, immaginaria o reale, di tanti giovani animati solo dalla voglia di vedere cose nuove e stare insieme…

Da parte mia, non faccio altro che curare il manoscritto del racconto giovanile di un amico di vecchia data, intriso delle considerazioni che andava facendo in quel periodo, per quel che ne so… Esito ad apporre ogni altro commento o aggiunta, convinta come sono di trovarmi di fronte a qualcosa di delizioso. Mi perdo nel suo mondo interiore che io percepisco come incantato nonostante tutto, anche perché mi ricorda emozioni d’altri tempi ed evoca in me tanti ricordi sopiti, pensieri che facevo…e tante altre cose.

La prosa é limpida, scintillante, sobria; pervasa da un’ansia leggera, ora ingenuamente letteraria, ora attraversata da sottile e allegra ironia; i quattro ragazzi si muovono con maldestra goffaggine, ma sempre come personaggi a tutto tondo, veri con le loro illusioni e i loro sogni, immersi nella piatta, stordente, aspra quotidianità paesana… La vicenda narrata, un semplice episodio di vita quotidiana, riporta dettagli minuziosi e inaspettati, delicate gouache di un mondo rurale e di una natura ancora incontaminata, che solo un inguaribile sognatore può permettersi di custodire dentro di sé con tanta affettuosa cura… Quarant’anni dopo, essi appaiono, nitidi e struggenti, in tutta la loro disarmante semplicità… con un filo di flebile amarezza ed infantile nostalgia…

Mi lascio prendere dal racconto, attratta anche dalle delizie e dai colori di un’estate sul fiume, ancora integro, qualche anno prima che fosse avvelenato dagli scarichi e devastato dal degrado e dall’inquinamento. Sospiro; poi sorrido all’immagine che mi passa davanti agli occhi con frotte di ragazzini turbolenti e scalmanati, schiere di adolescenti annoiati e spavaldi, tutti nudi e delicati, i corpi acerbi, bianchicci e scattanti, accalcarsi sulle rive sabbiose o immersi nella corrente vorticosa. Penso alle belle pagine di letteratura che hanno suggerito i bagni nel fiume, agli stagni del Belbo nascosti nelle forre intricate o ai fitti canneti che ricoprono le sponde del Tevere o dell’Aniene… “Anche le acque verdi dell’Ophanto, all’inizio degli anni Settanta,” mi dico convinta “dovevano essere niente male… per non parlare dalla corrente fredda che ogni anno cambiava il percorso dell’alveo e levigava i macigni, le rocce rosse spaccate e le distese di ciottoli colorati, scintillanti sotto il sole di luglio o d’agosto.”

Ne sento per la prima volta parlare, una sera mite di settembre, al bar T, l’internet cafè, sotto casa sua. C’é una delle tante festicciole che animano la fine dell’estate in paese e una strana euforia trapela da tutti i nostri ragionamenti, dopo lunghi periodi di silenzio, in cui ognuno di noi s’é perso dietro le proprie vicende. Siamo amici d’infanzia, Alex ed io; scelte di vita differenti, ci hanno portati a vivere, come succede, in posti diversi…  Me, poi, in un’altra città, a correre dietro ai tanti impegni che la responsabilità di una piccola casa editrice richiede… Ma é piacevole quando capita, sempre più di rado, ritrovarsi a parlare del nostro passato comune; dei tanti, come ci diciamo qualche volta, che amano così intensamente i propri errori da passare il resto della vita a difenderli, convinti, anche noi, di aver avuto vent’anni, o poco più, nel ‘77, e ora soltanto diciassette…

«… Adoro stendermi sulla panchina della vecchia scuola d’Arte, laggiù, dietro la curva, verso il crepuscolo… » dice quella sera. Al ritorno dal lavoro, sfibrato dalle tensioni… annoiato… stanco, una breve camminata a piedi per le strade del paese piene di gente chiassosa e inconcludente lo incoraggia a venir subito via; attirato di più dall’idea di aspettare lì, sotto i pini, la sera… Soprattutto al termine di giornate un po’ strane, trascorse con la testa tra le nuvole, un filo di uggia sempre in agguato, come succede spesso, negli ultimi tempi, più il sabato che il lunedì… Ed ecco il buio, finalmente… anche l’ape muraiola, che si affanna a costruire le sue celle di creta nel cilindro di ferro arrugginito per l’asta della bandiera vicino al portone della scuola abbandonata, può riposarsi!… L’altra mattina, domenica, sotto un sole infernale, si capiva che era affannata, estenuata… Ed ecco anche l’assiuolo nascosto tra i rami dell’ontano…

Ascolto in silenzio anche le sue lunghe pause.

Continua a parlarmi di viaggi fantastici confusi con scene e cose realmente vissute… E mi ritrovo, anch’io, con lui, navigante occasionale incuriosita, su un’imbarcazione d’epoca nei pressi di una grande isola biancastra, un’alba sul mare turchese in un giorno di giugno del 1611, al cospetto di una muraglia di pietra, bastioni massicci, torri imponenti… forse Candia… scherzi di una domenica assolata, che però s’avvia verso la fine… con lui che non vede l’ora di andare a letto per proseguire il viaggio…

E’ così che comincia a parlare dei lunghi pomeriggi d’estate, della sua adolescenza. Lo rivedo, fino alle otto passate, con un sole d’inferno che spacca i sassi senza un alito di vento, a zonzo per le strade del quartiere, affollato e rumoroso… Le pause noiose nella bottega del barbiere, a leggere riviste sdrucite di cronaca e vecchi fumetti di sesso e avventura o a giocare a dama. E le bazziche al biliardo, nell’angusta spelonca del bar di via Concezione… Visto che é impossibile vedersi, prima del giorno successivo, con la ragazzina dagli occhi verdi che l’aveva incantato… ‘occhi verdi occhi verdi!…’ aspetta con ansia che arrivi la notte blu per incontrarla nei dormiveglia o nel sonno profondo… Calda anche la notte di stelle. Come le stupende giornate trascorse in libertà l’estate di quell’anno, il 1972. All’aria aperta sul fiume, da maggio a settembre… Quando, stanchi di bagni nelle acque limpide e fredde, si mettono, infine, a leggere… a recitare brani o parlare di letteratura. E la sera, storditi dall’euforia, a stento trattengono la voglia di lanciare urli sovrumani di gioia nel silenzio…

«Passavo intere mattinate a leggere…» prosegue animato. E’ chiaro che la mia attenzione ad ascoltarlo accentua la sua voglia di parlare… «Era un periodo, quello, in cui mi tuffavo letteralmente nella lettura. Non avrei staccato mai la testa dal libro, se, a un certo punto, non mi fossero bruciati gli occhi… Gulliver tra gli houyhnhnm, o la storia di un vecchio pescatore che, da solo su una barca a vela nel mar dei Caraibi, da ottantaquattro giorni non prendeva un pesce… o, ancora, Talino col suo tridente in un profumo acre di grano e fieno e il racconto di un ragazzetto partigiano di nome Pin che gioca a far la guerra vera, di sentieri dei nidi di ragno… più tardi arriva anche la bella Mardou e le notti calde dei… sotterranei di San Francisco… e Kerouac… ma io voglio Mardou: perchè la vedo in piedi, coi calzoni di velluto nero… i capelli neri sulla nuca tagliati corti pettinati all’ingiù belli e lisci, il rossetto, la pelle di un bruno chiaro, gli occhi scuri, il modo in cui le ombre giocano sugli zigomi sporgenti, il naso, la linea breve morbida dal mento al collo… Pensavo alla sua gonna blu notte un po’ corta e alla maglia amaranto, alle sue lentiggini e ai suoi ricci, al suo modo leggero di camminare… E ogni tanto scrivevo… »

Annota, su un quadernetto nero, appunti all’incirca come questo: “Anche oggi è stata una giornata trascorsa en plein air… Bella la passeggiata allo Spineto, campi verdi prati boschi che rinascono, peri selvatici in fiore e sassi, ciottoli di selce durissima, taglienti come lame di coltelli violacei… sparsi in una terra nera… sento anch’io, adesso il richiamo dell’assiuolo: chiù chiù…chiù…” oppure “Vorrei… Ecco… Avere qualcosa da fare, qualcuno da aspettare… un lavoro da terminare con entusiasmo per non sentirmi inutile… sfinirmi di stanchezza… cose che non siano… le solite puttanate…” oppure ancora, cose tenere del tipo: “Ho incominciato da qualche giorno a scrivere un racconto ‘L’estate sul fiume’… Vorrei dargli una forma decente, se mi riesce… mi piacerebbe farne capolavoro…”

«D’accordo, pubblicherò il tuo racconto… Mi hai convinta…» Dissi, infine. E aggiunsi subito, come un sussurro: «Ma non ci voleva molto, lo sai… ».

1 commento »

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