Racconti nella Rete®

23° Premio letterario Racconti nella Rete 2023/2024

Premio Racconti nella Rete 2024 “My one and only love” di Flavia Grosso

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2024

Nel tardo pomeriggio, quando rientro a casa dopo una lunga giornata di lavoro, non vedo l’ora di sprofondare nel mio divano di velluto blu. Quello vicino alla lampada con il cono di luce ambrata che proietta cerchi di luce e ombra sul tappeto. Neppure due minuti dopo aver varcato la soglia, le mie scarpe sono già volate in un angolo della stanza e io, abbandonato sul divano, la musica jazz in sottofondo, a far da cornice ai miei pensieri. Improvvisamente mi trovo ad Harlem, il salone che diventa la “Minton’s Playhouse”, soffitti a volta, mattoni a vista, una spessa coltre di fumo, due dita di whisky e la mia saliva impregnata del tabacco dei miei sigari cubani preferiti, pezzi forti, da cento euro l’uno, un Juan Lopez, un Bolivar, un Montecristo. Stamattina, poi, avevo pregustato quell’istante già dalla tangenziale. All’altezza di Via Garibaldi, al semaforo, con gli occhi chiusi, erano pronti, di lì a poco, ad aspettarmi, la tromba di Chet Baker, la chitarra di Jim Hall e poi il contrabbasso di Charlie Haden, o la voce di Al Jarreau. State tranquilli, miei cari, abbiate pazienza, fra poco sarò da voi, inebriatemi ancora una volta con la vostra musica, fatemi ascoltare “My one and only love”, la versione originale, però, riempitemi anima e corpo di uno struggimento senza fine. Per un’ora sola potrò dedicarmi a voi, fino a quando, all’ora di cena, il salone non diventerà il solito campo di battaglia, sacche sportive, chitarre elettriche che si accordano, porte che sbattono.

Oggi però é accaduto qualcosa di nuovo. Che non avevo calcolato. Mia moglie Sara é uscita dal lavoro prima del previsto, ma senza avvertirmi. I nostri occhi si sono incrociati, le mie due dita di whisky “on the rocks” appena versate nel bicchiere di cristallo, la mia “play list” studiata nei minimi dettagli e a un certo punto, proprio sopra quell’accordo perfetto, lei mi ha guardato fisso negli occhi e seria mi ha detto, oggi sono stanca, sai, sono tornata prima, ho un terribile mal di testa, pensaci tu alla cena.

Avrei potuto dirle, ascolta, questa é l’ultima versione di “My one and only love”, proprio quella originale del ’63, che ho tanto cercato, scritta da Guy Wood, oppure avrei potuto cingerle la vita, baciarla, come ai vecchi tempi, il cono della lampada a disegnare luci e ombre sul tappeto, e io che avrei cominciato a sbottonarle dolcemente la camicetta, la voce calda di Hartman ancora in sottofondo e le note del clarinetto e del pianoforte sprigionate nella penombra senza mai sfaldarsi. Invece lei mi ha detto, fredda, sai, ci sono diverse cose di cui dobbiamo parlare, abbiamo poco tempo, sta tornando Marco, a momenti, non mi piace proprio l’andazzo che sta prendendo nostro figlio, dobbiamo parlare anche di questo.

Niente mi irrita di più di questi suoi cambi di umore repentini, improvvisi. Di questo suo mettere in discussione tutto e tutti improvvisamente. Un fulmine a ciel sereno che squarcia il cielo da un momento all’altro anche in pieno giorno, scaraventandoti a terra, esanime. Cerco di oppormi, questa volta. Mi sottraggo al suo campo visivo, calmo, impassibile. Accendo ” My one and only love” e riprendo a sorseggiare il mio whisky.

Alle prime note del sassofono lei cambia espressione del viso, sbarra gli occhi, preludio all’ira, a cui non devo cedere, no, cerco di far finta di niente, di ostentare naturalezza, quella che mi é sempre mancata quando la pioggia di proiettili sta per abbattersi su di me. Lei dice, sai, poi dobbiamo parlare anche di noi, ci sono delle cose che ti devo dire da tempo. A questo punto mi avvicino, ma lei continua e mi dice, con tono ancor più ruvido, nostro figlio ha deciso di smettere di studiare e di non cercare neanche un lavoro. Trattengo il respiro mentre quella valanga di travolge, nel mentre mi squilla il cellulare. Lo afferro, con gli occhi di Sara ancora puntati su di me, aspetta una risposta, rapida, solerte, risolutiva, i suoi occhi come due fanali accesi nella penombra. Sul display mi appare il nome del mio collega, lo devo richiamare, forse é urgente, penso. Mentre cerco di digitare un messaggio sul cellulare, attacca la voce bassa di Hartman, il suo vibrato naturale, poi Sara si avvicina a me, mi afferra il braccio e mi strappa il telefono dalle mani, poi le blocco il polso, come a dirle aspetta. Lei incalza, dice basta, non capisci, te ne freghi di tutto, nostro figlio non fa niente dalla mattina alla sera, pensa solo a suonare nella sua band. Io me ne vado. Parlaci tu con Marco.

Forse dovrei cercare di convincerla, avvalorare tutte le mie tesi, ad una ad una, invece non reagisco, mi rifiuto, questa volta, di essere messo nella lista dei proscritti e cerco di continuare a sorseggiare il mio whisky, ancora ghiacciato, con il tempo che scorre e lei che sta per andarsene, cammina verso la porta, il rumore dei suoi tacchi…ma forse, invece, dovrei agire, fare qualcosa, insistere affinché lei resti, Marco sta per tornare, dovrei parlargli, fargli mettere in ordine la sua vita proprio adesso che la mia sta andando in fumo. Prima di girare la maniglia della porta, Sara si volta verso di me, lo sguardo ancora più affilato, e mi domanda, bé non dici niente? Guarda che me ne vado davvero, faccio sul serio, stavolta.

Non ce la faccio, non riesco proprio a trattenermi, allora sbatto il bicchiere di whisky sul tavolino, i cubetti di ghiaccio scontrandosi tintinnano, una parte del whisky mi bagna il polso, si rovescia sul tavolo. Lei pare infuriarsi ancor di più. Da arrabbiata é ancor più bella, penso tra me e me. Non so perché mi torna in mente il nostro primo incontro, quel dicembre di quindici anni fa in cui ad una cena da amici, ci siamo stretti la mano. Per la prima volta. Poi una lunga pausa, dilatata a dismisura da impegni di lavoro, finché non mi decisi a chiamarla, a farmi avanti, preludio alla nostra storia, fitta di alti e bassi, una vita frenetica, la nostra, soggiogati dal tempo che fugge.

In mezzo a quel ricordo le avevo detto, Marco non fa nulla dalla mattina alla sera forse per attirare la nostra attenzione, siamo due persone distinte che pensano ognuna a riempire di sostanza la propria vita e basta. Pensi che sia io ad essere cambiata? Osservo i suoi occhi verdi muoversi rapidi come pesciolini d’argento, la sua voce che assume una tessitura diversa, meno dura, una tela che allisciandosi acquista morbidezza. In quell’istante un tuono aveva fatto spalancare la finestra del salone. Lo scroscio della pioggia aveva coperto a tratti il sassofono, poi un altro tuono, ancor più poderoso e invadente, aveva cancellato i nostri discorsi, infine il buio, improvviso, aveva avvolto tutta la stanza. Lei si era avvicinata a me, agitata mi aveva detto, presto, accendi qualcosa, una candela, trova una torcia. Arranco nel buio, tasto la parete, mi piego verso l’anta del mobile, la apro, rovisto nei cassetti confusi, ecco una candela, la afferro, l’altra anta della finestra che si spalanca, ci raggiunge una ventata gelida che scompiglia i capelli sciolti di Sara che ora é accanto a me, i nostri corpi in tensione, che si sfiorano a tratti, il profumo della sua pelle morbida, accendo un fiammifero, lo poggio sullo stoppino della candela, é un black out dice lei, chissà quanto durerà, la fiamma della candela si gonfia, ridefinisce gli spazi, ridisegna le pareti. Sara appoggia la sua mano sulla mia, é calda, lo stesso calore di sempre. Ci guardiamo, la luce della candela sbatte contro le sue pupille dilatate, poi il rumore improvviso di una chiave nella serratura e la porta di ingresso che si apre. Nella penombra, la sagoma di un ragazzo, in giacca e cravatta. Cosa succede qui, domanda perplesso. Cosa ci fate lì, al buio? La vita é caos, penso. Ti sorprende sempre, quando meno te l’aspetti. Sara annuisce, accenna un sorriso, come se avesse letto nei miei pensieri. In quell’istante torna la luce, si riaccende la lampada, le note di “My one and only love” ripartono, senza più sfaldarsi.

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2 commenti »

  1. Intenso e coinvolgente. Davvero piacevole leggerlo! Complimenti!

  2. Non avevo letto che l’aveva scritto una femmina. Un racconto da maschio, ho pensato. Che vede le donne un po’ spicce, che tornano con il mal di testa e, invece, di un cachet, prendono la porta facendo sentire il ticchettio dei tacchi.
    Per il ragazzo c’è speranza: se uno che non ha voglia di studiare né di lavorare, gira comunque in giacca e cravatta, può alimentare nei genitori un moderato ottimismo.
    È un quadro d’ambiente. A Hopper la luce, dopo quel buio improvviso, sarebbe tanto piaciuto. Bravissima

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