Racconti nella Rete®

22° Premio letterario Racconti nella Rete 2022/2023

Premio Racconti nella Rete 2023 “Conversazione in un bar” di Paola Taboga

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2023

Vengo spesso in questo bar. Ci vengo di notte.

Non mi siedo al tavolo, sto appollaiato su questi sgabelli alti, anche se sono scomodi. Osservo da vicino Olga, la nuova barista, mentre riempie i bicchieri e prepara i cocktail. Intanto, guardo lo specchio dietro al bancone.

È da quello specchio che ho visto Mia entrare, la prima volta. È come se l’avesse portata lo specchio. Lo specchio è diventato il confine della realtà, o forse della verità.

E contiene tutto. Anche la mia faccia di oggi, un po’ più grigia di quella di ieri.

Perché so bene com’era la mia faccia ieri. E anche quella di un mese fa.

Ricordo tutto, ogni impronta del mio sguardo. 

“Ehi, Hemingway, come ti va? Il solito?”

È simpatica Olga. È una tosta. Quasi bella, con quegli occhi allungati. Mi chiama Hemingway, anche se sono solo un insegnante di lettere ed Hemingway lo spiego a quei testoni dei miei allievi. Il resto, il sogno del mio romanzo, gli articoli… sparito tutto, non c’è più niente.  

“Olga, tesoro. Quando ti fermi a bere con me?”

“Aspettami, poeta, questa sera stacco presto” sussurra lei, avvicinandosi. E il fiato tradisce che ha già bevuto qualcuno dei suoi shottini.

Olga lo sa che Mia se n’è andata. Le racconto di Mia un po’ alla volta.

Ho bisogno di sfinirmi dentro questa storia, affondando in ogni dettaglio.

Olga ascolta con pazienza e attenzione.

Anche se lo so: Mia non le piace proprio.

***

Non le è piaciuta dall’inizio, quando ho detto che Mia era perfetta.

“Nessuno è perfetto. Cos’ha di speciale questa tizia?” aveva replicato Olga. Parole dette subito e in fretta, troppo in fretta.

Avevo tracannato fino in fondo il liquido chiaro del mio bicchiere. Se qualcuno mi chiamava Hemingway, tanto valeva. Il fronte alcolico è l’unico che potrebbe avvicinarmi a   Hemingway. 

“È perfetta perché è tutto ciò che io non sono. Mia è pulita, capisci, Olga? Vive in un mondo di cose vere e sostanziose,” aveva proseguito la mia voce soffiata, quasi stessi dicendo qualcosa che non mi apparteneva.

“Uffa, quanto la meni! E poi ci sono anche donne che se ne approfittano, credimi. Te ne verso un altro?” Olga aveva riempito il bicchiere, senza aspettare la mia risposta.

“E com’è che è diventata miss mondo nella tua testa?”

Mi ero messo a raccontare di quel nostro primo incontro qui, a questo bancone, e poi quando eravamo usciti insieme, fino alla prima volta che avevamo fatto l’amore, a casa sua. Sul comodino c’erano due fotografie. In una c’era un ragazzino al mare, l’altra foto doveva essere più vecchia, perché il bambino era piccolo, lei aveva i capelli diversi e poi c’era un uomo che teneva entrambi abbracciati. Non aveva mai parlato prima di loro, la sua vita è sempre stata molto lontana da me.

“Cioè, stavate uscendo insieme e lei non ti aveva mai detto di avere un figlio?”

“Sei giovane, Olga, cosa ne sai tu… succede.”

“Boh, una cosa del genere mica si nasconde. Ma come hai fatto a innamorarti di una così?”

“In realtà ero incazzato come un puma.”

“Sei strano, Hemingway,” aveva concluso Olga con un’espressione diversa, più affaticata del solito. L’avevo salutata per quella sera e, barcollando, avevo portato fuori dallo specchio la mia faccia grigia. Un po’ più grigia del giorno prima.

***

“Ma allora perché se n’è andata, questa tua signora del cuore?” sta dicendo adesso Olga, mentre strofina il bancone. Siamo rimasti solo io e lei. “E almeno siete stati un po’ felici insieme?” aggiunge, smettendo di pulire per guardarmi.

“Felici… che parolona,” dico, facendole il verso. Ma poi non riesco a smettere di parlare.

“Non ho mai capito cosa provasse per me. La possedevo di continuo, ma non riuscivo mai ad averla. A sentirla. Diventavo furioso, scavato dall’odio, le mie mani si gonfiavano, i polpastrelli si dilatavano e i cerchi delle impronte diventavano enormi, senza mai poterla toccare davvero.”

Gli occhi allungati di Olga, adesso, sono dentro ai miei.

Non chiede, ma so cosa vuole sapere. E rispondo.

“No, non gliel’ho mai detto.”

Gli uomini hanno spesso un’anima scura, troppo scura per le donne. Le donne spremono fuori il nero dell’anima con il mestruo, in una purificazione regolare che le rende di nuovo lattee. Anche questo non l’ho mai detto a Mia. E non lo dico nemmeno adesso, a Olga.

“Vabbè, ma poi stavate assieme,” cerca di proseguire Olga, con quell’ostinazione tutta femminile sull’amore.

Stavolta non rispondo.

“Stavate insieme?” insiste Olga, con voce perentoria. 

“Sì, cioè… Ma non l’ho mai avuta veramente.”

 “Cosa vuoi dire?”

“Lei era così… irraggiungibile. La più bella, la più elegante. Affascinante, colta, diceva sempre la cosa giusta. Gli uomini le giravano intorno. Sembrava farlo apposta, per mostrare a tutti la nullità che sono.”

“Beh, anche lei avrà avuto i suoi difetti. Ad esempio, non ti aveva detto del figlio.”

“Sì, ma poi quella cosa era stata superata.”

“Non proprio un dettaglio, comunque.  E poi?

“E poi, e poi. Cosa devo dirti? Mia era così perfetta che io non c’entravo niente, capisci?”

Olga annuisce, senza convinzione.

“Ero sempre escluso da ogni cosa importante. Ero geloso. Ho fatto cose brutte.”

Il viso di Olga si storce piegandosi da un lato.

“Ero geloso, ero sempre la seconda scelta.”

Olga mi fissa, quasi avesse capito tutto.

“La picchiavi?”

Abbasso la testa. Allungo il braccio spingendo in avanti il bicchiere.

Olga però, questa volta, non lo riempie. 

Guardo lo specchio. La porta del bar è chiusa. Non entrerà più nessuno.

“Le hai fatto del male?”

“Non è come pensi tu.”

“E com’è allora?”

Sto zitto.

“Cazzo, anche tu la solita merda d’uomo!”

Resto zitto, ancora.

“Perché? perché sei come tutti gli altri?”

Le prendo la mano. Lei non si sottrae. E questo contatto della pelle mi dà la forza di continuare.

“Vuoi davvero sapere?” chiedo, prendendo tempo.  

Olga chiude le dita e posa le labbra sulle mie nocche sbiancate dalla sua stretta. 

“Quella sera, quando sono entrato in bagno e lei era accovacciata sul bidet, mi è sembrata una chioccia intenta a covare il frutto della pancia in quella maiolica bianca. Mi ha detto, non ce la faccio, non posso, non saremo mai capaci… Ed era stanca. Sconfitta. Una creatura senza più speranza.”

“Cosa vuoi dire?

“Era incinta, Olga. Mia era incinta.”

E la mia voce vibra come un’eco metallica. Come se non fossi io a parlare. 

E infatti poi non le dico che in quel momento ho sentito il mio vuoto farsi pieno e l’ho amata, l’ho amata davvero solo in quel momento. Ho abbracciato quella sua nuova debolezza e l’ho inghiottita, tenendola finalmente dentro di me, come fossi io, quello gravido. Perché in quel momento eravamo uguali. Finalmente non era più irraggiungibile, ma una creatura stravolta e grigia come me. Finalmente vicina.  

 “E quindi… cosa hai fatto?” chiede Olga, dopo il silenzio delle mie parole non dette.

“Ho guardato dentro il water quasi ci fosse qualcosa da vedere. Ho tirato lo sciacquone, ho abbassato il coperchio e mi ci sono seduto sopra. Ho chiuso gli occhi, sentivo il suo respiro affannato, forse piangeva. Non li ho più riaperti, finché è uscita dal bagno.”

“E l’hai lasciata andare così? Ma perché, se l’amavi tanto?

“Quel figlio era il frutto del mio male, lo sarebbe sempre stato. Non volevo quel figlio, e non mi sono fidato.”

“Di chi non ti sei fidato?”

“Di me, Olga, di me non mi sono fidato. Gli uomini sono deboli, sappilo. Soprattutto io. Ho avuto paura di fare dell’altro male. A lei e a quella creatura piccola e nuova. E Mia lo ha capito molto bene. Mia ha sempre saputo tutto. Per questo sopportava quando… facevo quello che facevo.”

Olga annuisce. Si alza. Prende una bottiglia e due bicchieri.

Faccio no con la testa, non ho più nessuna voglia di bere.

Olga, invece, ingoia il suo d’un fiato. Gli occhi ridotti a fessura, quasi scomparsi.

Si pulisce la bocca con il dorso dalla mano.

“Andiamo, Hemingway, ti porto a casa, che da solo non ci arrivi.”

Mi prende per un braccio e, insieme, usciamo dallo specchio.

Dimentico di guardare la mia faccia.

Non potrò mai ricordare la mia faccia di questo momento.

Mi appoggio sempre di più a Olga che adesso è grande e forte, fortissima.

Chissà se un giorno racconterò di lei.

La città, fuori dal bar, è lucida di pioggia.

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2 commenti »

  1. Bella atmosfera da bar tristissimo. Vengono fuori ritratti veramente realistici e… tristissimi.
    Hai davvero un gran talento, complimenti.

  2. Grazie Simona, molto gentile.

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