Racconti nella Rete®

22° Premio letterario Racconti nella Rete 2022/2023

Premio Racconti nella Rete 2023 “Vivi e lascia vivere…” di Damiano Battistoni

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2023

Ancora è notte fonda, e Sandokan non riesce a prendere sonno.

È triste, e immobile sta nel suo giaciglio con occhi sbarrati e persi nel nulla…

Per un attimo pare scuotersi, odora l’aria intorno a sé, ma ancora niente.

Il suo piccolo amico sono due giorni che non viene a trovarlo, e che, di nascosto, anche se solo per poco viene a giocare con lui. La sua mancanza ruggisce sempre di più dentro di sé, al punto da non sentire più né sonno, né fame.

L’ultima volta lo ha visto per mano alla madre, piangente, mentre a forza lo portava dentro un carro- ringhiante.

Sandokan, il piccolo tigrotto, non capisce perché il suo amico non torna, eppure era sempre stato buono con lui.

Non comprende neppure il motivo per cui si senta così. Ancora è troppo piccolo per capire cosa sia l’amore.

Sente solo una voglia matta di fuggire che ruggisce in lui, tanto gli manca il suo buon odore; ma anche tanta è la paura del fuori.

Di colpo un rumore. Gemendo, la porta della gabbia si spalanca. È il padrone. Si avvicina barcollando, e alterna canto a pianto. Si fa cadere seduto accanto a lui. Il piccolo tigrotto non ha paura: sa che anche di lui si può fidare; inoltre il cucciolo di uomo e il suo padrone hanno quasi l’identico odore, anche se ora, ha un odore diverso: nauseabondo. Il padrone continua a piangere e cantare, mentre ogni tanto da una bottiglia che stringe in mano ingoia qualche sorso, e con l’altra lo accarezza. Solo per pochi minuti, poi non canta più, non piange più: ora dorme.

Come non sentire quell’impulso fino allora sconosciuto così amplificato, amplificato e forte al punto da vincere la paura del fuori, e, piano piano, alzarsi, guardingo, un’ultima occhiata al padrone, e sgattaiolare via; andare per chissà dove, ma con la speranza di poter trovare almeno qualche traccia che lo porti dal suo caro cucciolo di uomo. Troppo forte è la voglia di vederlo ancora, annusarlo, leccarlo; magari con lui finalmente potersi assopire, senza più paura alcuna, paura che adesso sente farsi ancora più grande. Ma non può fermarsi proprio adesso…

All’orizzonte, i primi bagliori del nuovo giorno stanno prendendo timidamente il posto del nero della notte. Il piccolo tigrotto, dopo esser stato assalito da milioni di nuovi odori, meno di quello del suo piccolo amico, è ora rinfrancato dalla luce.

È sul ciglio di una polverosa strada, davanti a sé un largo scuro edificio, e molti e grandi carri-ringhianti. Spossato, trova riparo sotto uno di questi, e in breve, vinto dalla debolezza, si assopisce.

Di colpo il risveglio brusco, disorientante: il carro sopra la sua testa ha preso a ringhiare. Subito, d’istinto, si rifugia sotto un altro carro; e finalmente ricorda perché è lì.

Appiattito al terreno, rapido si guarda intorno, mentre mille terrificanti rumori lo circondano. Quando vede un carro-ringhiante, della dimensione come quello dove ha visto entrare il suo piccolo amico l’ultima volta. Dietro, le due porte sono spalancate. Senza indugio si fionda dentro, sicuro che anche lui sarà trasportato dal suo cucciolo di uomo. In fretta, ma cercando di fare il minor rumore possibile, si nasconde facendosi posto e rintanandosi in fondo tra una moltitudine di maleodoranti scatole e pacchi e pacchetti e buste, ma anche lì, della traccia del suo piccolo amico, niente. Pochi minuti, e sente il carro muoversi. Il piccolo tigrotto è felice e sicuro, fin qui niente di nuovo: la stessa buffa sensazione che sempre prova ogni volta che la sua gabbia prende a muoversi, a cullarlo; solo ancora tanta voglia di dormire, ma ora non può farsi vincere dal sonno, deve stare vigile, sta ritornando dal suo piccolo amico.

Finalmente il carro si arresta. Sente i portelloni aprirsi e il suo cuore battere a mille. Vicino a lui un rapido rumore. Pochi attimi, poi più niente. Fulmineo si tuffa fuori, dove sovrastanti edifici lo circondano, e, alzato il muso, un solo spicchio di cielo gli appare.

Poi la porta di una tana degli uomini lo invita a entrare. Con cautela e tutti i sensi amplificati, entra. Ma anche qui, traccia del suo amato cucciolo di uomo, nessuna.

Comunque, sicuro che non può essere che lì, nella lontana casa degli uomini, continua a girare tra mille maleodoranti stanze; fino a quando, trovata una calda tana, provato ancora dalla debolezza, decide di acciambellarsi sopra dei morbidi sacchi, solo un poco, si dice. E nonostante la lotta, sbadigliando, ancora cede alla stanchezza.

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Luca è un corriere. La sua ditta di trasporti ha sede in un quartiere della immediata periferia della città. Al mattino, caricato il furgone, parte per le consegne. Un poco per il sonno arretrato, un poco per la fretta che il suo lavoro richiede, non si è reso conto che nel fare su e giù con il carrello per caricare, un tigrotto, da poco fuggito da un vicino circo, un attimo prima che ritornasse al furgone, si è nascosto nel suo interno.

Alla prima consegna arriverà dal retro del palazzo di una nota Società di assicurazioni. L’addetto all’economato, che è già al lavoro un’ora prima dell’apertura, prenderà in consegna i colli, non accostando subito il portone. Nel frattempo, il tigrotto, non visto, scenderà dal furgone, e, nascosto dalle molte auto parcheggiate nel cortile, entrerà di soppiatto nell’edificio.

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Davide, impiegato in una grande Società di assicurazione, come tutte le mattine si accinge a prendere servizio nella sua azienda, ma quella mattina, appena sceso dalla corriera, nota subito qualcosa di insolito. Una enorme calca sta asserragliata davanti al palazzo dove ha sede la sua Società. Giusi, una collega che ha un debole per lui, appena lo ha visto, subito gli si fa incontro, e, ridendo, lo informa sui fatti.

Antonio, il fattorino dell’ufficio economato, era da poco uscito urlando, non prima di aver serrato il portone d’ingresso del palazzo:

“UNA TIGRE! UNA TIGRE! Che nessuno entri negli uffici”, ridendo ancora ha poi aggiunto. “Sono stati avvertiti i carabinieri, o i pompieri, o addirittura il circo qui vicino: non può essere che di loro la bestia, almeno così credo di aver capito. Sarà poi vero, o Antonio ha dato di matto stamani, che dici Davide?”

Davide non dice niente. Fa il giro del palazzo. Si porta nel cortile di quest’ultimo, e, trovato come sperava il portone accostato, entra nello stabile. Vigile, gira per gli uffici e i corridoi, finché si affaccia sulla soglia dell’Ufficio Economato. Lì, acciambellato, sopra dei morbidi sacchi di juta contenenti della carta da macero, come un micio qualsiasi, in un angolo della stanza, sta un cucciolo di tigre. È assopito, profondamente, con la testa appoggiata a una zampa.

Davide è ora fuori dal palazzo, che dice rivolto all’incredula ressa di persone che lo ha appena visto apparire:

“Tutto sotto controllo, e comunque non si tratta di una tigre, ma di un cucciolo di tigre, di certo fuggito dal circo giunto da poco in città”

Davide, preso un attimo di tempo, osserva la folla che ancora lo guarda con attenzione, e infine continua a dire:

“Non pensiamo sempre e solo a noi stessi; è solo una povera creatura che ha trovato un suo angolo di pace, e ora sta dormendo. Facciamo che il suo risveglio, il suo ritorno alla realtà, sia il più dolce possibile… Vivi e lascia vivere. Questa è la più alta forma d’Amore”

Lo avevano capito, non lo avevano capito? Era forse scaduto nella retorica? Poco gli importava!, e pensassero di lui quel che volevano. Certo era che se fosse morto adesso se ne sarebbe andato felice; pienamente soddisfatto di aver detto, d’esser riuscito a dire di fronte a un discreto gruppo di persone, lui che era un timido per natura, qual era il suo più profondo credo.

Fuori, che si accalcava tra la folla, c’era anche una madre con in braccio il suo bambino. Si era trovata lì per caso, e si era fermata, come i più, curiosa di vedere cosa stava accadendo.

Sentite quelle parole, ripensò al suo uomo. Alla loro ultima discussione. Alla fuga con il suo bambino trascinato via a forza.

Vivi e lascia vivere... Già da un po’ se lo stava ripetendo da sé, dunque tutto ciò era un segno?!

Guardò il piccolo negli occhi, e, rimirandolo, per la prima volta vide se stessa…

Comprese che doveva finirla di pensare davvero solo a se stessa, che il suo posto era accanto al suo uomo; e, sorridendo, baciò teneramente il figlio.

Anche il bambino sorrise, perché i bambini, che lo crediamo o no, capiscono tutto, sempre, anche quando niente diciamo loro; e il sasso che aveva sul cuore di colpo era sparito, e ritornò a battere amorevolmente alla Vita…

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