Racconti nella Rete®

Premio letterario Racconti nella Rete – XIX edizione 2020

Premio Racconti per Corti 2019 “Il campo di concentramento” di Sabina Rizzo

Categoria: Premio Racconti per Corti 2019

Prima del regime nazista, la vita trascorreva serenamente, con le leggi antiebraiche del 1938, cominciarono ad esserci problemi presso le popolazioni ebraiche, i bambini vennero espulsi dalle scuole, agli adulti fu impedito di lavorare, molti ebrei  furono costretti a fuggire, a subire deportazioni nei campi di concentramento,  selezionati come bestie da macello, separati dalla famiglia, spogliati dei propri abiti, condotti in misere baracche. Eravamo ancora ignari di quello che accadeva intorno a noi, non ci rendevamo conto del motivo per cui fossimo stati condotti in quel luogo freddo, pieno di polvere e distante dal mondo reale. Quando ripenso a quello che ho vissuto, sono ancora  incredula per  la sofferenza provata. Chiusi in una piccola stanza, ed ammassati come carne da macello, spogliati nudi come animali, senza un briciolo di pane. Costretti a lavorare duramente per servire i padroni del nazismo. Torturati, privati della dignità che l’uomo  ha in natura. Vivevamo in un luogo abbandonato da Dio, riscattando il debito di quel potere fraudolento, dove la tirannia e il potere dominavano il mondo. Certi di aver commesso un grande reato e di doverne pagare il debito. Ero ancora una bambina, quando assieme ai miei genitori, mi portarono in un campo di concentramento, vedevo con i miei occhi l’orrore e le torture di quei tiranni, le risate per le sevizie che ci infliggevano. Sconfinati al buio di una  stanza ristretta, i nostri abiti sudici, pieni di sudore e strappati per le stanchezze dei  lavori forzati. Avevamo solo il nostro coraggio a darci sostegno, grazie ad esso riuscivamo ad affrontare le sevizie, quotidianamente subite. Spesso la sera  ci ritrovavamo nei nostri letti, piangendo per una vita che non ci apparteneva più. Non avevamo alcuna speranza di uscire incolumi da quel posto, dopo diverse settimane avevamo capito che eravamo solo corpi inanimi che servivano ai loro  turpi esperimenti. Tante volte avevamo cercato d fuggire, ma senza nessun risultato, i più coraggiosi avevano fatto una brutta fine, uccisi come cani, davanti ai nostri occhi, dicevano che quella era la fine che avremmo fatto, se solo avremmo ancora provato a lamentarci o a scappare. Per chi aveva cercato di progettare fughe e scavato tunnel c’era una pena esemplare, impalati per giorni, senza bere nè acqua e senza nè mangiare cibo e dopo condotti in stanze  di isolamento, ci dicevano. Coloro che furono condotti in quelle stanze, non li rivedemmo mai. Ogni tanto vedevamo  come dei fuochi, sprigionarsi da alcune stanze non molto distanti da noi, l’odore era putrido e maleodorante, non sapevamo cosa facessero in quelle stanze. Eravamo deboli e malnutriti, lavoravamo più di dieci ore al giorno, la sera nelle nostre stanze, riuscivamo a malapena a parlare fra di noi, ad un orario ben preciso spegnevano le luci. La mattina ci alzavamo all’alba e iniziavamo una intensa e  faticosa giornata di lavoro. Per gli stenti, avevamo iniziato a perdere molti amici, costretti a scavare buche e seppellirli al loro interno. Non una preghiera , veniva versata su quei corpi cadaverici, decimati dalla fame.  Ricordo ancora come fosse ieri, i corpi martoriati, ammassati sulla terra per diversi giorni, mentre un odore acro si diffondeva lungo l’intero campo, mentre  gli uccelli cercavano di afferrare le loro carni putride dal fetore, l’orrore di quel ricordo mi accompagna ancora nelle notti insonni. Alcuni di noi cadevano per la malnutrizione, chi ancora riusciva ad alzarsi in piedi lottava per la sopravvivenza, ma dopo alcuni giorni di insofferenza stremati dal dolore, ci lasciavano. Fin dall’arrivo nel campo, i bambini venivano separati dai loro genitori, costretti a stare con persone che non conoscevano, a subire le ferocie e gli orrori di quelle cattiverie.  Il destino di molti di loro era già segnato al loro arrivo, alcuni venivano condotti nelle camere a gas, altri venivano uccisi al loro arrivo nel campo, altri usati come cavie per esperimenti da laboratorio e per loro nemmeno una parola di affetto, marchiati come bestie pronti per essere condotti al macello. Ancora oggi il ricordo di quelle torture, mi lascia un forte dolore nel cuore, i miei occhi non hanno trovato più il sorriso da allora. Spesso mi reco nei luoghi dove sono seppelliti i corpi di quelle povere vittime indifese, rivedo le lapidi di molti di quegli uomini con cui avevo trascorso parte della mia vita. Vittime innocenti di un regime corrotto e nefasto, che ha portato alla morte migliaia di persone innocenti, appartenenti a ceti sociali abbienti e privati di  quel benessere, che faticosamente con il duro lavoro avevano costruito. Avevano trascorso molti anni a nascondersi e a fuggire da quei territori, dove avevano costruito le proprie case, depredati e derubati degli averi, come se fossero degli animali, portati al macello senza un motivo, solo per essere la valvola di sfogo di un criminale andato al potere, che aveva costruito un regime autoritario e assolutistico, dove solo la razza ariana era l’unica razza perfetta. Avevano  costruito un modello di regime che fingeva  rigore e legge, ma in realtà avevano creato un regime di violenza e di paura, costringendo i milioni di ebrei a nascondersi dall’esercito nazista. Prego che gli orrori di quelle ingiustizie, non emergano più nelle società a venire, perché nessun essere vivente si merita una vita di torture e  di ingiustizie. I legami spezzati nel campo di concentramento, non hanno smorzato l’amore che i sopravvissuti all’olocausto hanno  mantenuto vivo nei loro cuori al momento della liberazione. Molti hanno subito la deportazione, l’umiliazione e la morte. Alla fine della guerra, molti dei sopravvissuti hanno cercato di trovare la forza di sopravvivere al ricordo delle torture subite, tante cose sono state volutamente rimosse, perché il dolore subito era troppo forte. Il senso di colpa per non essere riusciti ad impedire la morte di altre vittime innocenti o per essere sopravvissuti accompagna molti di noi. Fummo arrestati una mattina presto, quando ancora faceva buio, in modo da nascondere ai cittadini la deportazione di massa. Ci caricarono su un grosso vagone di un treno merci, ammassati l’uno sull’altro. Rimanemmo stipati nel vagone per tutto il viaggio, il cibo era insufficiente. Trascorremmo tutto il viaggio al buio, senza poterci neanche coricare per mancanza di spazio. Per tutta la durata udimmo i bombardamenti aerei , eravamo spaventati. Arrivati ad a Auschwitz fummo separati ed incolonnati. Vedemmo grandi ciminiere, dalle quali usciva un odore terribile e uno strano pulviscolo vagava nell’aria. I tedeschi picchiarono alcuni nostri compagni senza alcun motivo. Ci furono tolti gli abiti, le valigie e tutti gli oggetti personali. Fummo smistati, i vecchi e i bambini che non potevano lavorare venivano  trasportati nelle camere a gas, chi invece era ritenuto idoneo al lavoro, veniva portato in una stanza, dove veniva fatta  la doccia, la rasatura e la marchiatura. Ci vennero forniti  altri abiti. Usciti dalla doccia ci rivestimmo velocemente e fummo condotti all’aperto, successivamente fummo condotti nelle baracche, non c’erano letti per tutti, molti di noi dormivano a terra o su pagliericci, a volte si dormiva addirittura in 5 su un letto solo. Nelle baracche non c’erano ne’ gabinetti ne’ lavandini, questi si trovavano in baracche apposite, spesso dovevamo utilizzare le ciotole in cui mettevamo il cibo, anche per usi igienici. L’alimentazione giornaliera consisteva in brodaglia o zuppa e un piccolo pezzo di pane. Lavoravamo tutto il giorno. Di giorno e di notte le bastonature e i maltrattamenti erano molto frequenti, anche per futili motivi. Molti morivano per fame, di stenti, per malattie, per torture o per le camere a gas. Il lavoro di alcuni prigionieri consisteva nel trasportare i selezionati alle camere a gas, gassarli e successivamente liberare  le camere a gas, togliere tutto il recuperabile dai cadaveri nudi e deformati, denti d’oro, capelli, bracciali, collane o altri oggetti. Successivamente venivano bruciati i cadaveri nei forni  e ne venivano trasportate le ceneri, sapevamo che prima o poi quella sarebbe stata la nostra fine. Il lavoro di altri prigionieri, consisteva in attività di vario genere , costruzione di baracche, torture, organizzazione del lager, alcune persone venivano portate in un luogo dove venivano ricoverati i soggetti preparati per gli esperimenti. Molti morivano per fame, ed epidemie quali il tifo, il colera o venivano utilizzati per esperimenti farmacologici, o mandati nei forni crematori o nelle camere a gas. Ogni giorno assistevamo ad esecuzioni nelle forche, le torture e gli esperimenti chirurgici aumentavano vorticosamente,  come anche i trattamenti speciali, quali le fucilazioni e l’isolamento a vita, le camere a gas raddoppiarono la loro produzione, erano circa 25000 i prigionieri gassati al giorno. Quando gli alleati avanzavano, lo sterminio accellerava vorticosamente,  per cercare di eliminare le tracce di quell’abominio, molti di noi avevano il compito di scavare delle fosse profonde, dove poter seppellire i corpi, mentre gli altri, venivano selezionati per la camera a gas. I campi piu’ piccoli venivano evacuati e i prigionieri superstiti venivano condotti nel campo più grande, dove dopo un lungo viaggio a piedi e notti passate al freddo e all’aperto, i più deboli morivano stremati dalla debolezza, lungo il percorso. Quando si sparse la voce dell’arrivo degli alleati, i pochi superstiti rimasti, andarono loro incontro. Fu un momento di grande commozione, molti soldati delle SS furono giustiziati, le colpe di cui si erano macchiati erano gravi, torture, massacri e stermini di massa. Nonostante la liberta’, molti di noi erano malati, stremati dalla fame o troppo deboli,  ci venne dato da mangiare, molti dei prigionieri rimasti ancora in vita erano deperiti, malnutriti, si moriva ancora di epidemie, l’igiene era scarsa, ci volle molto tempo prima che si ripresero  definitivamente. Le atrocità vissute nei lager, ci aveva marchiato a vita. Avevamo visto persone morire  per le sevizie e gli abusi perpetrati nei loro confronti, genitori perdere la loro vita per cercare di ritrovare i propri figli, padri togliere il pane ai loro figli, bambini giocare vicino i corpi putrefatti e maleodoranti dei loro compagni di stanza. Quando gli alleati entrarono, nei campi di concentramento,  videro le stanze che erano state testimoni di massacri di massa, al loro interno un freddo agghiacciante, la polvere rivestiva il pavimento di pietra, nelle vicinanze enormi stufe percorse da lunghi binari, dai quali sporgevano carrelli in metallo, utilizzati per  trasportare i cadaveri, gli sportelli delle stufe erano spalancati, da questi fuoriusciva una polvere grigia, mentre intorno, le pareti erano di un intenso colore nero, mostravano ancora i segni dei graffi delle unghie dei prigionieri. Quell’ambiente cupo e angosciante era espressione viva di quella politica dell’orrore. Tante e inverosimili, sono state le storie raccontate dai sopravvissuti allo sterminio. Molti vissero in prima persona la persecuzione, la deportazione, la detenzione e l’eliminazione di prigionieri politici ed ebrei, riportandone i traumi fisici e psicologici. Le storie raccontate parlano di feroci esperimenti condotti sui bambini, di torture, utilizzo di droghe, impiccagioni e utilizzo di forni crematori, di prigionieri condotti al loro arrivo sulle camere a gas. Dopo la promulgazione delle leggi razziali fasciste nel 1938, molti ebrei dovettero abbandonare gli studi, non potevano circolare liberamente per la città, furono deportati per ragioni politiche o perché di religione ebraica, nei campi di concentramento. I pochi superstiti dell’Olocausto, sono quelle persone che sopravvissero alle misure di persecuzione razziale e politica, di pulizia etnica e di genocidio messe in atto dalla Germania, durante il regime nazista e dai suoi alleati, tra il 1933 e il 1945, sono gli ebrei che sopravvissero nei ghetti e nei campi di concentramento, al  lavoro forzato e allo sterminio nazista, coloro che vissero in clandestinità, o come rifugiati, nascosti sotto falsa identità e persone che per motivi razziali o politici furono sottoposte a lavoro coatto e a misure di detenzione o comunque esposte a situazioni e condizioni di vita che misero a repentaglio la loro esistenza. Lo sterminio fu  limitato o ritardato da quei governi locali o dalla resistenza delle popolazioni non ebree. Con l’inizio delle persecuzioni razziali, la fuga e l’emigrazione, fu per moltissimi l’unica alternativa possibile al genocidio.  Lo scoppio della guerra, con la conseguente chiusura delle frontiere tra i paesi che vi aderirono, significò una riduzione delle possibilità di emigrazione. Di fronte all’impossibilità dell’emigrazione, la vita in clandestinità rappresentava  un’alternativa, bisognava poter contare su gente fidata, su un clima di omertà , sulla possibilità di avere accesso a documenti falsi per poter eludere i controlli e di poter avere cibo e alimenti per il proprio sostentamento. Le leggi naziste, imposte attraverso continui rastrellamenti e rigidi controlli polizieschi, condannavano a morte chiunque avesse aiutato i perseguitati. Bisognava quindi fare i conti con i diffusi sentimenti antisemiti e  con le promesse di denaro, in cambio dei prigionieri che in un periodo di grande povertà, a causa della guerra, poteva essere un incentivo per ottenere una ricompensa.  Alcuni si unirono ai partigiani, molti perseguitati, si esposero anche in azioni di resistenza civile. Per coloro che si trovarono intrappolati nei ghetti e subirono l’arresto nei continui rastrellamenti, la situazione fu la peggiore, se non morivano per malattia, di stenti o per le dure condizioni di trasporto, per loro vi era la morte lenta dei campi di lavoro o quella veloce nei campi di sterminio. I prigionieri erano debilitati, stremati dalla fame, dalle malattie, dal freddo e dalle lunghe ore di lavoro. Per chi sopravvisse furono necessari mesi di cure mediche, per poter riprendere le forze, alcuni rimasero soli, senza famiglia, dovettero lottare  con i propri traumi interiori. Molte delle persone morte, giacciono su delle tombe comuni, di alcuni non se ne conosce neanche il nome, altri sono dispersi e non hanno una tomba in cui i loro cari possono andare a piangere. Ma tutti vengono ricordati come le vittime di un regime incentrato sul fanatismo e sul terrore. Poco prima della liberazione le SS cercarono di bruciare i corpi e i documenti rimasti. Le leggi razziali segnano l’inizio dell’antisemitismo  in Italia, fino ad allora, rimasta estranea al clima di odio che già da un secolo animava le nazioni dell’Europa centrale e orientale. Nel 1938 Mussolini fa pubblicare il “Manifesto della razza”, si accoda all’ideologia nazista e dichiara l’esistenza di una razza “pura italiana” che esclude gli ebre. La giornata dell’antisemitismo deve essere ricordata perché gli abusi subiti dagli ebrei non vengano dimenticati,  ricorda l’indifferenza con cui un’intera nazione accolse delle leggi ritenute assurde. Leggi che vedono l’alleato divenire nemico e iniziare la persecuzione e la deportazione degli ebrei . Per questo motivo il 27 gennaio, si celebra il Giorno della Memoria, per ricordare il dramma della Shoah e la barbarie di tutti i genocidi perpetrati dal Nazismo. Perché quelle morti non diventino solo un ricordo.

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