Racconti nella Rete®

Premio letterario Racconti nella Rete – XVIII edizione 2019

Premio Racconti nella Rete 2019 “Io la conosco” di Maury Incen

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2019

Controllare di avere sempre tutto in tasca. È una delle poche abitudini che mi sono rimaste fin da ragazzo. Per questo, mentre chiudo la saracinesca del mio negozio di pipe, indugio sempre un po’ davanti all’entrata. Frugo il cappotto: tasca destra, tasca sinistra, tasca interna vicino al cuore. C’è tutto. Chiavi, portafogli, tabacco e serramanico. Una vecchia deformazione professionale: avere sempre qualcosa con cui limare il legname, dare le ultime rifiniture. Nessuno ama tenere in mano una pipa che perde scaglie.

Finita la mia auto-ispezione, sento per la prima volta quella voce. ‘Ma io la conosco!’ Mi volto: a metà del viottolo che ospita il mio negozio, una figura massiccia strizzata in un cappotto grigio. Mi viene incontro ciondolando, e noto un sorriso cordiale aperto sul volto paffuto. ‘Io la conosco!’ Un vecchio cliente? Un conoscente del circolo di bridge? Scruto quel viso senza trovare appigli, né sul largo naso dalle narici bovine, né sulle orecchie a sventola rossicce. ‘Io la conosco, la conosco!’ Penultima ipotesi, a questo punto una speranza: un errore. Mi schermisco dietro gesti imbarazzati e frasi a mezza bocca… non ricordo, non so, mi scusi, devo andare. Prendo la via della fuga lasciandolo lì ancora sorridente, le ampie mani addirittura allargate in un accenno di abbraccio non richiesto. Non si volta ad inseguirmi, né con lo sguardo, né con un gesto. Continua solo a ripetere, ‘io la conosco!’. L’ultima, sconfortante ipotesi si fa largo di prepotenza: un pazzo.

Al mattino presto mi piace muovermi per la città. Vado a piedi al negozio, ed ho modo di evitare il trambusto delle ore più affollate. Prima ancora di aprire la saracinesca, la prima verifica della giornata: tasca destra, tasca sinistra, tasca interna vicino al cuore. C’è tutto. Posso aprire. Non faccio in tempo a girare la chiave che lo sento di nuovo, ‘io la conosco!’ Avrò sentito male. Dev’essere stata una frenata di camion, il mugolio di un gatto, ma non lui. Non lui. Non quel simpatico spaesato sovrappeso di ieri sera. Come in un sogno, alzo lo sguardo e me lo trovo quasi addosso. Noto stavolta i suoi occhi, fiduciosi come quelli di un labrador. ‘Io la conosco, la conosco!’ Ha allargato di nuovo le braccia, il contatto diventa inevitabile. Mi stringe con delicatezza, ma io mi sento soffocare. Odore di mentina, dopobarba da poco prezzo e sudore. Soprattutto sudore. Non ho la forza di divincolarmi, ma per fortuna dura poco. Rimane lì a guardarmi, dopo. Dovrei dire qualcosa? Fare qualcosa? Con la forza della disperazione, tiro su la saracinesca e mi infilo nel mio negozio, facendola poi ricadere con un gran fracasso a terra. Sono dentro. È buio, ma almeno un buio solitario. Il cuore sembra esplodere, ma l’odore del legno si fa strada tra le mie sinapsi. Sono a casa, sono a casa… è tutto finito.

Un bicchier d’acqua prima di dormire. Umetta la gola e le fauci per un sonno più confortevole. Il vetro riposto sul legno del comodino fa un secco rumore di compostezza. Posso scostare le coltri e godere finalmente della frescura linda delle mie lenzuola. Spengo la luce. Con le dita dei piedi, vado sempre a cercare le zone del letto ancora fresche, per scaldarle tutte. È così che mi dispongo al sonno. Pacifico, ristoratore. Ma ecco quel grido lacerante, metallico. Sta suonando il telefono. Ma chi?… Ma cosa?…Ma perché? Rispondo, impastato. All’altro capo del filo, l’incubo parla da sé: ‘io la conosco!’

Sono passate due settimane. Le mie pipe splendono in bella vista dalle teche di vetro, lucide di straccio. Pulisco da solo il mio negozio, non amo far toccare le mie teche a uno sconosciuto. Le osservo una ad una, ogni sera prima di chiudere. È bene che non ce ne sia nessuna troppo in mostra rispetto alle altre. Sono tutte uguali, tutte diverse, e per questo devono rimanere allineate. Le loro peculiarità emergono da sole, a colpo d’occhio. Se disgraziatamente, per errore, ne avessi riposta qualcuna troppo avanti verso la vetrina, o troppo indietro rispetto al bancone, mi accingerei a rimetterla subito a posto, curando di proteggere le dita con una pezzuola da occhiali che ho sempre nel taschino del gilet. Non si devono lasciare impronte su una pipa, il grasso delle dita potrebbe rovinare il legno. E poi l’impronta è senz’altro sgradevole da vedere.

Saracinesca abbassata, ultima verifica della giornata. Tasca destra, tasca sinistra, tasca interna vicino al cuore. C’è tutto. Nella prima l’orecchio destro, nella seconda l’orecchio sinistro, in quella interna il naso. Il serramanico è eccezionalmente spostato alla tasca sinistra del gilet, una piccola retrocessione necessaria. Era lì che si trovava quando ho fatto a pezzi il mio persecutore. Mentre il suo sguardo si spegneva, incorniciato da una maschera di sangue, giurerei di aver visto un bagliore di incertezza nei suoi occhi.

Forse, dopotutto, non mi conosceva davvero.

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7 commenti »

  1. Wow che finale. Mi sono piaciute tanto le descrizioni delle manie quotidiane.del protagonista. Il finale spiazza un po’, pensavo che alla fine avesse ucciso le sue “buone abitudini” e fosse scappato indossando un giubbotto in pelle in sella ad una potente moto. Oppure no?

  2. Grazie mille 🙂

  3. Linguaggio rapido, ma che definisce bene le atmosfere e il protagonista. Suggestivo il tormentone “tasca destra…” che ben delinea tutto l’essere maniacale del personaggio. Quasi una canzone, terribile e angosciata. Bello.

  4. MI piace questa black comedy. E le paranoie del narrante ben si abbinano al carattere di un assassino. Aggiungo che l’assassino del negozio di pipe potrebbe tranquillamente essere un serial killer cui basta una scusa per entrare in azione. Con metodo e calma, come si fuma una pipa. Bel racconto, sì, ben congegnato e ben scritto!

  5. Grazie mille! Sì, in effetti il personaggio mi ha divertito molto e chissà… magari tornerà a ad uccidere… 😛

  6. Beh, se volevi descrivere il metodico paranoico ci sei riuscito, Mauri. Eppure il clima della viuzza mi fa pensare a qualcosa di Lisbona, che non ho visto ma sempre sognato di visitare. Pessoa? I ciottoli, un luogo in salita come la vita, la paura che chiunque s’intrometta, ed il desiderio che invece lo faccia per punirlo. Lucido, pericoloso. E non magro, col cappello. Bravo, mi fai scatenare la fantasia.

  7. Tasca destra, tasca sinistra; le teche perfettamente allineate e senza aloni: un maniaco assassino coi fiocchi descritto bene. E il colpo di scena finale. Bello.

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