Racconti nella Rete®

Premio letterario Racconti nella Rete – XVII edizione 2018

Premio Racconti per Corti 2018 “La bambina dei campi di concentramento” di Sabina Rizzo

Categoria: Premio Racconti per Corti 2018

Ricordo ancora il giorno che ci vennero a prendere e quasi con forza ci portarono nei campi di concentramento, ci dissero che al furer serviva gente che svolgesse determinate funzioni, nuova manovalanza, allora non sapevamo ancora cosa fossero i campi di concentramento. Ci dicevano fosse un posto dove portavano le persone a lavorare, ma mio padre aveva già un lavoro di discreta importanza. Era un dottore bravissimo, stimato da molti, come pochi ce ne sono nel suo campo di quella determinata bravura, dedito alla professione in maniera impeccabile. Amava il suo lavoro allo stesso livello di come amava mia madre. Eravamo felici allora, non potevamo minimamente immaginare quello che avremmo passato in seguito.

Ci portarono quasi con forza in quei luoghi, ricordo che fummo ammassati come bestie nei treni che ci conducevano in quel luogo, dopo ventiquattro ore di viaggio arrivammo a destinazione, ci fecero scendere e ci misero in fila, per darci un numero di riconoscimento e ci dissero che tipo di lavoro avremmo dovuto svolgere all’interno del campo. Appena arrivammo in una delle tante file che erano destinate solo a noi ebrei, iniziarono a separare gli uomini dalle donne e ci portarono in delle case di legno, eravamo tante persone che non si conoscevano e dormivano insieme in letti adiacenti.

Ricordo che quando mi allontanarono dai miei genitori, mi misi a piangere, odiavo quella prepotenza, mi misero con delle bambine, ci dissero che il nostro compito era di sistemare e pulire dei luoghi che loro ci avrebbero indicato. Ricordo che non vidi più mia madre, era finita in un altro campo, separato da enormi reti piene di spine, riuscivamo a mala pena a vedere chi stava dall’altra parte del campo, potevamo udire le voci della gente intorno. Solo in determinati momenti, quando avevamo finito di svolgere il nostro lavoro e le guardie erano lontane potevamo avvicinarci per udire alcune voci, spesso sentivamo dei lamenti giungere al dilà del selciato, provenire dall’altra parte del campo. All’inizio ci diedero vestiti da mettere, ma questi li tenevamo per diversi mesi, l’acqua per lavarci era solo alcune ore in determinate giornate, i lavori che svolgevamo erano pesanti, spesso sentivamo grida di dolore, lamenti di disperazione, col tempo mi abituai a vedere persone che morivano per il digiuno forzato.

Dopo diversi mesi le persone che erano con me iniziarono a deperire, il mangiare che ci davano era molto povero, spesso dovevamo accontentarci di poco perchè non potevamo chiedere qualche cosa in più, ci dicevano che quel misero pasto ci doveva bastare per tutta la giornata, vedevo gente affamata togliere il cibo alla propria gente, senza curarsi di come queste facessero a mangiare, gente senza forza per l’eccessivo lavoro,stremata dalla fatica, perdere la lucidità, gente svenire per il caldo, mentre i soldati non si curavano minimamente di dare loro un po’ di acqua o del cibo. Soffrivo molto per la lontananza dai miei genitori, non capivo perchè fossimo stati costretti ad abbandonare le nostre ricche case per seguire un percorso di lavoro così duro ed opprimente, perchè tanta disumanità nei nostri confronti, non avevamo fatto del male a nessuno.

Durante la giornata eravamo occupati a svolgere le mansioni che ci erano affidate, anche se eravamo tutte donne, i nostri compiti non erano per niente facili, spesso la sera eravamo così stremati,che per la stanchezza dimenticavamo di mangiare, spesso la notte piangevo accovacciata nel mio letto cercando di non far sentire i miei lamenti di dolore, piangevo così tanto da singhiozzare, più di una volta una bambina con cui avevo fatto amicizia nel periodo che mi trovavo in quel ghetto invece di dormire, veniva a trovarmi per darmi forza, mi consolava e cercava di farmi sorridere, ma appena se ne andava iniziavo a pensare ai miei genitori.

Non avevo nessuna notizia su di loro, non sapevo come stavano, non conoscevo nessuno che potesse darmi loro informazioni, mi ritrovavo a pensare che stessero bene, che fossero riusciti ad andare via da quel posto, che avessero trovato qualcuno che li aiutasse. Ma intorno vedevo gente lentamente morire, o ammalarsi di malattie contagiose, senza che nessuno si interessasse di curarle. Capii ben presto che quella gente era stata portata lì per svolgere un lavoro, terminato il quale diventavano inutile carne da sfamare, al minimo cenno di malattia venivano sostituite da manovalanza giovane e capace, di alcuni non avevamo più notizie, di altri vedevamo i loro corpi distesi in alcuni lembi di terra. Nel tempo molti amici erano morti di stenti, sacrifici, di fame, di freddo, senza nessuno che si prendesse cura di loro. I corpi venivano presi e gettati nelle fosse comuni che facevano scavare alla povera gente. Quanta sofferenza riveste quei luoghi, pochi sono stati i superstiti che ne sono usciti, ma la loro vita è stata segnata profondamente da quei terribili anni vissuti in prigionia.

Spesso ripenso ai momenti felici vissuti nella mia bella casa, insieme alle persone che fanno parte della mia vita, con caparbietà mi sforzo di pensare che un giorno riproveremo ancora quegli attimi di paradiso e che questo inferno sparisca il più velocemente possibile.Dopo molto tempo riuscì ad avere notizie di mio padre, di mio fratello e di mia madre. Mi dissero che mia madre era morta due anni prima, che si era ammalata gravemente e che dopo pochi mesi morì, mio padre era nello stesso ghetto con mio fratello più piccolo, che in varie occasioni mio padre si era ferito, una volta anche gravemente ma che grazie all’aiuto di mio fratello che lo sostenne e gli diede il coraggio di andare avanti riuscì a riprendersi, ma che comunque era molto affaticato per via dell’età e perche in seguito alla morte accidentale di mio fratello si era ammalato di cuore, aveva perso anche un’altro motivo per vivere.

Cercai di sapere dove fosse e di fargli arrivare dei messaggi tramite quelle stesse voci che sentivo al di là della rete che separava il muro di recinzione, finalmente riuscii a parlare con un uomo che lo conosceva, gli feci sapere che ero viva e che doveva farzi forza e andare avanti nonostante le difficoltà cosicchè quando un giorno saremmo usciti di li saremmo ritornati nella nostra casa e avremmo ripreso a vivere una vita normale, dimenticando questa terribile avventura, gli feci sapere che lo volevo bene e che avrei atteso anche tutta la vita in quel luogo orribile finchè un giorno non ci fossimo rivisti, riabbracciati, allontanando la sofferenza dai nostri cuori.

L’unica cosa che importava e che un giorno avremmo potuto vivere una vita serena. Un giorno ci giunse notizia che gli alleati avevano ucciso molti soldati e che stavano per arrivare, vedemmo aerei passare sopra le nostre teste e soldati americani giungere a liberarci, ancora non riuscivo a credere che finalmente quell’orribile incubo fosse finito. Rividi mio padre il suo volto era pallido e solcato dalle rughe, era molto dimagrito, ma ricordo ancora i suoi occhi brillare di una luce nuova, finalmente era tornato a sorridere, quando mi vide mi strinse forte a sé, avvolgendomi in un caldo abbraccio e mi disse, adesso tutto e finito, torniamo a casa nostra.

Lascia un commento

Devi essere registrato per lasciare un commento.