Premio Racconti nella Rete 2027 “Un’amicizia” di Elena Marchetti
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2027“Come sempre, lei era tornata. Lo faceva tutti gli anni, quando ormai era finita la
stagione capricciosa delle piogge e il calore del sole rimaneva impregnato più a lungo
sui muri. Stavolta era sola: significava che il resto della famiglia l’avrebbe raggiunta più
avanti. Sapevo, però, che quello era il suo modo preferito di arrivare: scendeva dalla
macchina senza fretta, scaricava una o due borse, lasciandosi il resto a dopo, e veniva a
sedersi all’angolo ombroso del muretto, accanto a me. Non era una che parlava granché,
ma il suo saluto mi arrivava sempre limpido, ed era un misto di riconoscenza, sollievo e
complicità. Rimanevamo così, in silenzio: era un tempo immobile, e lei, una volta
all’anno, vi si rifugiava, liberandosi di tutto ciò che non potevo chiederle, tutto ciò che
forse non avrebbe mai raccontato – la vita che scorreva in mezzo ai nostri incontri.
Protetta dal rosa ruvido delle mie mura alle sue spalle, avvolta dalle infinite sfumature di
verde degli aceri, delle querce e delle montagne boscose in lontananza, mi faceva sentire
orgogliosamente casa sua.
Una casa – o più case? – doveva sicuramente averle anche altrove. Mi portava i cimeli di
quelle abitazioni, li posizionava sulle mensole in camera sua, dentro ai cassetti della
lunga scrivania bianca dello studio, nell’armadio a muro o in quello chiaro, di legno di
noce, che molti anni prima era appartenuto alla madre. Vestiti, certo, ma anche libri e
quaderni, che le vedevo sfogliare, leggere e rileggere, scarabocchiare di una scrittura
fitta e fantasiosa. A ogni suo arrivo, potevi star certo che prima o poi avrebbe ripescato i
quaderni dell’anno precedente da qualche ripiano nascosto, avrebbe chiuso la porta della
sua stanza e si sarebbe accoccolata a riscoprire ciò che vi aveva scritto tanto tempo
addietro, dalla prima all’ultima pagina.
In questi momenti, custodivo il silenzio misterioso nel quale si serrava facendo scudo
con le mie spesse mura ai rumori del mondo. Gli unici che autorizzavo erano i cinguettii
dei passeri, che dai nidi sotto le tegole facevano trillare le loro instancabili voci. Oppure,
se capitava di sera, lasciavo entrare il canto dolce dei grilli notturni, e tenevo la finestra
ben aperta sul cielo scuro e profondo, punteggiato di stelle – sicura che così tante non ne
vedeva da nessun’altra delle sue case. E sotto quelle luci vertiginosamente alte, le
mostravo gli altri bagliori della notte: quelli dei paesi di montagna che si accendevano
poco alla volta, fluttuando nel buio all’interno della cornice viola dei monti.
A me, immutabile edificio di mattoni, sembrava di vederla dialogare con un’altra
versione di sé stessa, alla ricerca di chissà quali risposte: stava crescendo secondo i suoi
desideri? E quanto si era allontanata dalle vecchie paure?
Era come se avesse scelto me, la sua casa delle vacanze, per fermarsi a osservare la sua
vita e, anno dopo anno, mettere un punto e a capo alla storia che la vedeva protagonista.
Fuori dalla sua stanza, la vita scorreva fragorosa e allegra. Fin da quando era bambina, la
stagione estiva riempiva la casa di voci: quelle dei genitori e dei fratelli, certo, ma anche
degli amici del posto. Poco dopo colazione (quelle lunghe, zuccherose colazioni sulla
terrazza), iniziavano a scendere dal paese i compagni di gioco, dai nomi rigorosamente
preceduti dall’articolo: la Valentina, la Sara, il Gianluca. Lo spazio era grande e verde, la
mamma e il babbo indulgenti (e a volte complici) spettatori delle rivoluzioni che
avevano luogo in sala – che di volta in volta diventava campo di battaglia, o parco giochi, o strada
trafficata. Allo scoccare del mezzogiorno, annunciato dall’inconfondibile suono delle
campane a festa, la ciurma bambinesca si ritirava di nuovo in paese, con la promessa di
reincontrarsi nel pomeriggio.
Col passare del tempo, i giochi erano cambiati; gli amici si trovavano sempre più spesso
fuori casa, le loro macchine passavano a prendere la ragazza e i fratelli, per riportarli poi
la sera tardi salutando ad alta voce dai finestrini abbassati. Le loro risate e i loro
racconti, la ragazza li ascoltava curiosa e silenziosa, ma vedevo nei suoi occhi come un
dispiacere segreto di non riuscire a prendervi parte fino in fondo.
Anche questo, del resto, faceva parte della vita insieme a me: una vita che iniziava e
finiva tutti gli anni, come l’estate.
Ad un certo punto, i genitori e i fratelli avevano smesso di venire regolarmente. Lei,
invece, era rimasta fedele al suo appuntamento annuale con me. Una volta aveva portato
un ragazzo – lui era rimasto, e più avanti avevano portato i loro figli. Mi divertivo a
osservarli correre scalzi sull’erba, raccogliere pere e ciliegie dagli alberi, stendersi sulle
coperte ad aspettare le stelle cadenti.
Quell’anno, però, era stato un anno strano: lei era tornata, è vero, ma con meno borse del
solito, e la famiglia tardava a raggiungerla. Invece che riempire gli armadi e le mensole,
si era messa a inscatolare quello che già c’era. Si fermava a metà lavoro, si guardava
intorno, guardava me – forse a contemplare i momenti del passato che conservavo
ancora in ogni angolo, dietro ogni oggetto. Passava minuti interi affacciata alla finestra
della sua stanza, inspirava a fondo, come a riempirsi di quell’aria e quella vista che solo
io potevo offrirle.
Rimanevo ad osservarla, in attesa di capire cosa sarebbe successo.”
La lettura era finita. Con gesti lenti, il marito della ragazza riordinò i fogli che lei gli
aveva consegnato e li posò sulle ginocchia. Lei era ancora seduta sul muretto,
appoggiata al rosa ruvido della parete, e aveva seguito il tutto dondolando il piede
nervosamente, gli occhi fissi sul volto di lui.
“Lo hai scritto tu?”.
Lei annuì.
“Ed è tutto?”.
“Direi di sì”. Non poté fare a meno di stringersi nelle spalle, quasi a chiedergli scusa.
“Ho capito”. Ci fu una lunga pausa, poi lui le prese la mano, stringendola tra le sue.
“Allora è deciso: la casa non è più in vendita”
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