Premio Racconti nella Rete 2027 “Vita liceale fuori Roma” di Matteo Salvischiani
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2027“Quanto potrà mai cambiare una scuola da un’altra?” Questa è la domanda che ha una risposta così scontata quando vivi a Rocca di Papa ed hai 13 anni, che non te la poni nemmeno. Scegli per inerzia, prossimità, in cosa eri bravo e dove venivano trainati anche i tuoi amici. Non avevi troppe aspettative, pensavi che tutto sarebbe venuto da sé. E piano. Entri in aula, occhi come riflettori su di te, voci, passi e solo questo. Ti siedi lì dove rimarrai, comincerai a parlare e a sentirti grande, come nei film. Nei corridoi mani in tasca o ad aggiustarsi i capelli, sembrano tutti così disinteressati, non solo di te ma della vita stessa. Non accadrà nulla in quegli anni se non esattamente questo per tutti i giorni. Non ricordo molto altro. I campi scuola, gli amori appassiti dall’inizio, quelli annaffiati e mai sbocciati, quelli subito fioriti e poi appassiti. Queste le rare eccezioni. Anni di divertimento, ma come mai guardo indietro e ricordo solo questo? In 5 anni ho fatto così poco?
Amici, perché nessuno di noi ha altro se non una schedina, un paio di scarpini e la birra la sera a parlar del nulla? Perché siamo lontani, non solo da loro ma anche tra noi, lasciati nelle nostre case a marcire su noi stessi? Il piatto dello chef è lo stesso da sempre, le facce le stesse, un po’ più grigie, il senso di vuoto è lo stesso. Cosa cambierà, ma soprattutto cosa cambierà noi?. Saremmo stati diversi, se solo fossimo stati più vicini.
“No la Roma quest’anno arriva in Champions, la Lazio ci vedrà col binocolo” “Ma che stai a dì…”. E rumore in sottofondo a scemare e rumore così tutte le sere. Non ho mai parlato di altro perché non mi è mai nemmeno passato per la mente. Ma tutte quelle sere, cosa stavamo aspettando?. Noi che nel nostro orto coltivavamo il minimo per non impazzire, cosa dovevamo fare? Le uscite erano queste: ci vedevamo al parco, tutti col giaccone, con le facce giovani e senza barba, che solo uscire a Grottaferrata ci faceva sentire liberi. Battute, battutine, insulti scherzosi. A mangiare qualcosa e poi seduti su una panchina. Non abbiamo mai saputo fare altro. Ho nostalgia di quei tempi, ma se tornassi indietro, mi metterei in un cannone, proiettato verso il centro. Noi non lo sapevamo, ma ci è sempre mancato qualcosa. L’unica cosa che possiamo dirci è che non abbiamo colpe.
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