Racconti nella Rete®

26° Premio letterario Racconti nella Rete 2026/2027 LuccAutori dal 9 al 17 ottobre 2027

Premio Racconti nella Rete 2027 “L’istrice” di Simone Colombo

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2027

Sarah nuotava. 

Da piccola Sarah era stata buttata in piscina perché si sa, il nuoto è uno sport completo e perché se non impari a nuotare cosa puoi fare tutto il giorno al mare?

Sarah, crescendo, ha pensato non aver mai nuotato davvero al mare. Odiava la profondità, non vedere il fondale o vederlo, non ricordava mai cosa fosse peggio. Sarah aveva paura degli squali in ogni mare, dal Tirreno all’Adriatico, aveva paura di sentirsi catturata, strattonata, inchiodata in un angolo e morsamorsamorsa, con i denti che gli entravano nella carne, che entravano in lei. L’immagine di essere privata della sua interiorità, del fatto che qualcosa potesse entrarci, potesse squarciarla, la rabbrividiva. Ogni tanto pensava che al mare non ci fossero angoli, che forse agli squali non interessava proprio lei ma questi pensieri diventavano morse, tenaglie impositive che la obbligavano a sciogliersi. 

Capitò che, qualche volta, prese il pedalò con gli amici, era forse una delle prime vacanze del gruppo di amici e Marco era bellissimo. Cosa avrebbe pensato? Cosa avrebbe detto Marco al rifiuto di Sarah. Se lo chiedeva incessantemente.

Sarah nuotava ma non ne aveva mai dato prova al mare, si limitò a pedalare e guardare gli zigomi umidi di Marco, uscenti dall’acqua profonda, una boa nel suo terrore. Pedalava e dava gli ordini, a volte, si permetteva di guardare il fondale e di guardare l’orizzonte. Sarah aveva paura che qualcosa la seguisse, che qualcosa gli si avvicinasse, che si potesse scontrare con il pedalò, con lei, con gli altri, e soprattutto che la mordesse. 

Marco e Sarah in quella vacanza si baciarono, lontani dall’acqua, di fianco ad un istrice. Marco ne aveva paura, sembrava strano che quell’animale li avesse seguiti, perseguitati, per tutto il tempo. Sarah, sorridendo, fotografò l’istrice con la vecchia Kodak di suo papà. Quella sagoma diventò un tatuaggio nell’interno coscia di Sarah e sulla spalla di Marco, era stata proiettata il giorno del loro matrimonio. L’istrice divenne animale guida, non l’istrice a caso, quel loro, unico, istrice.

Qualche volta Marco andò a vedere le gare di nuoto di Sarah, non erano ancora sposati, lui c’era quando smise di nuotare. Sarah era la più veloce, sempre, gli pareva uno squalo diceva Marco, uno squalo con la pinna alzata, gli occhi corrucciati, le branchie rallentate, intento ad insegue la preda. Sarah, però, rabbrividiva alla fine di tutte le gare, si sentiva preda dove tutti la vedevano predatrice, assalitrice di medaglie al collo. Si sentiva scossa e senza forze perché dove gli altri gridavano brava, dentro di sé gridava e basta. Alla fine di ogni gara era obbligata ad allontanarsi, gli occhi si offuscavano, come gli occhialini se li si mette male prima di tuffarsi; il fiato si faceva corto, come all’ultima vasca; le mani si bloccavano e il corpo si induriva come i crampi che non partono. Ogni volta si allontanava e vomitava in bagno.

Una volta Marco la vide, la seguì. Finse di allontanarsi non appena Sarah uscì dall’acqua, andò già nel suo spogliatoio, si nascose in uno dei bagni e aspettò. Marco aveva sospetti da un po’. Sapeva che qualcosa non andava, la vedeva confusa, pallida, malinconica nonostante avesse vinto. Marco la sentì arrivare, stava nascosto e aspettava, sentendosi in colpa. 

Uno, due, tre, quattro erano i gradini dalla piscina al pavimento viscido, Sarah li aveva sentiti tutti, sembrava trascinare i suoi resti. Uno, due, tre, i passi durante cui Sarah si tolse la cuffia, era come se si privasse di sé, alzasse bandiera bianca. Uno, due, trequattrocinqueseisetteottonove i passi di corsa verso il cesso, Marco uscì da quello a fianco, lei scappò senza gridare per via della bocca piena, scappò fino ad un angolo e vomitò, e Marco la abbracciò da dietro. 

Sarah pianse con la bocca sporca e la trachea infiammata, Marco sorrise e poi andò a vomitare a causa del vomito, lei rise. Marco la tranquillizzò: «Secondo me devi smettere, non ti fa stare bene», e lei si sentì libera. L’angolo che ora sgocciolava vomito di atleta scompariva, lo squalo anche, le zanne pure, la sua carne tornò tonica ed intatta, percepì la profondità del mare, dentro di lei le farfalle ci nuotavano. A Sarah sembrò di non avere più paure, gli squali erano alla fine come gli istrici, solo che nuotavano e senza spine. Marco la vide sorridere, prese un fazzoletto e le pulì la piega della bocca. 

Sarah, però, non smise di nuotare, non proprio ora che si sentiva libera. Iniziò ad insegnare nuoto part-time, mentre studiava archeologia all’università, mentre studiava i nativi americani mentre cercava di spiegare al bambino di restare a galla e nuotare come facevano gli Hare e allora il bambino non capiva e Sarah poteva dirgli: «Solo un cane, il cane dei nativi americani» e spiegargli – mentre quello un po’ beveva un po’ tossiva un po’ nuotava – il ruolo degli Hare. Sarah sembrava non fuggire più, si sentiva di esserci. 

Due anni dopo il matrimonio Sarah e Marco tornarono al mare: tristi, complicati ma tranquilli. Marco era sterile, appena sposati aveva avuto un infortunio sul lavoro. Faceva il carpentiere, Sarah non aveva chiaro che tipo di lavoro fosse, lo aveva aiutato con la richiesta, i moduli, le graduatorie – un lavoro comunale – ma pensava di essere felice perché suo marito sapeva fare tutto. Un giorno però, mentre Marco e un suo collega sistemavano una ringhiera cadente causa cedimento asfalto, inciampò in un asse o addirittura in un trapano – non ricordava – e prese un palo, poco più in basso di lui, perpendicolarmente dritto sui testicoli, quello di destra esplose e il sinistro si ruotò. Marco vomitò dal dolore e vomitò anche il suo collega a fianco, quando fu dimesso dall’ospedale bruciò i pantaloni sporchi di sangue – non aveva voluto che venissero lavati. 

Dopo i punti e la ricostruzione testicolare Marco effettuò visite, controlli, vide dottori e tutto confluì in un grande “no”. No, non avrebbero avuto figli. Gli avevano proposto delle terapie, farmaci invasivi, pericolosi, pieni di effetti collaterali – febbre, attacchi epilettici, attacchi cardiaci, mal di stomaco, acidità di stomaco, gotta, tumori, febbre – ma potenzialmente funzionanti. Sarah disse: «No», non voleva mettere a rischio il suo Marco, quella sua boa nel terrore marino. Marco se la prese con il mondo, forse per il no dei dottori, forse per il no di Sarah, forse per tutto.

Sarah piangeva nel letto quando Marco si isolava in solaio, poi si credeva, si sentiva di esserci. Si asciugava le lacrime, si truccava, saliva da lui vestita succinta – con vestiti in latex neri che gli stavano stretti, mostravano il suo corpo molle – e scopavano. Marco stava in silenzio, si prendeva ciò che restava del suo uccello in mano e la guardava, la analizzava, partiva dagli occhi e arrivava all’istrice nell’interno coscia, passando per i capezzoli su cui si fermava parecchio. Sarah, poi, con calma, si avvicinava a lui, senza pressioni e iniziava a cavalcare, come fosse su un Appaloosa – pensava senza poter spiegare cosa fosse. Marco era in silenzio, lei fingeva gemiti estremi. Marco continuava a stare in silenzio. Lui veniva dentro perché lei non si spostava, nonostante provasse ad allontanarla – aveva paura di sperare. Una volta scesa, faticosamente per via dell’abito di plastica, Sarah diceva: «Vedremo», lo baciava teneramente, lui a stento ricambiava e poi lo abbracciava.

Marco da un momento all’altro si riprese parzialmente. Sarah finse che nulla fosse successo, non chiese mai cos’era cambiato. In realtà, Marco era andato dal medico – un suo amico– mentre Sarah era in università e si era fatto prescrivere le ricette –per quelle cure invasive, pericolose, potenzialmente funzionanti – medicine di speranza. Fu dopo aver comprato le medicine che scelse di andare al mare, nel loro mare. 

Tornarono nella stessa casa da cui partì la passeggiata che li condusse al primo bacio; nell’idea di Marco doveva essere una sorta di nuovo inizio e Sarah ne era felice – nonostante fosse impegnata con la redazione della tesi. Erano giovani, tanto, ma sembravano così vecchi, con Sarah al computer in spiaggia e Marco a prendere il Sole, sembrava l’inizio dei finiti, ma loro stavano bene. Si sentivano al sicuro, calmi, senza necessità di fuggire.

Sarah non fece il bagno al mare, ma capì di avere paura degli squali, di nuovo, di più.

Una notte Marco aveva la febbre, una febbre alta, altissima, mai avuta così. Gocce di sudore seguivano tutto il suo corpo, mentre urlava tenendosi forte lo stomaco. Erano andati a mangiare fuori, avevano preso lo stesso: Sarah stava bene, Marco urlava. Forse era stato morso da qualcosa, qualcosa di brutto, qualcosa che lo aveva inseguito. Marco respirava piano, a ritmo spezzato, guardava Sarah ogni tanto e pensava di dirgli che, forse, stava rigettando qualche farmaco. Sarah camminava avanti indietro con stracci bagnati da appoggiare sulla fronte di Marco, che chiudeva gli occhi e poi li riapriva, li chiudeva e li riapriva, li chiudeva e poi fissi, al soffitto. Il suo corpo si era irrigidito, un urlo fortissimo si era innalzato dalla sua gola, una sirena, un allarme; Sarah si spaventò e si lanciò sul letto. Prese il corpo di Marco e cercò di raddrizzarlo, lo chiamava, cercava di farlo tornare a sé. Era un attacco epilettico e per ogni secondo che Marco rimase fisso, Sarah lacrimava, scuotendolo senza panico. Erano le tre di notte, forse le quattro, quando si riprese e si addormentò. Una volta che vide suo marito dormire controllò le farmacie aperte, non poteva sopportare che si svegliasse in preda ai gemiti, era sconsolata, sconvolta, trovò la farmacia e uscì di corsa.

Sarah scappava, correva verso la farmacia, era lei che nuotava in quel marciapiede; colma di ansia iniziò a sentire la profondità marina oscurarsi, iniziò ad avere paura, percepiva uno squalo, sentiva di non essere al sicuro, sapeva che qualcosa non andava, non c’era nessun istrice, niente Marco, niente pedalò, stava nuotando nel mare.

Uno due tre quattro i passi che fece con calma nella notte, tremando; uno due trequattro cinquesei setteotto aumentando il passo, sentendo che i rami sul bordo della strada si rompevano, calpestati. Unoduetre quattrocinquesei setteottonove, aumentava il passo e con quello aumentò lo spostamento delle foglie nel bosco al suo fianco. Unooduetrequattrocinqueseisetteottonovedieci passi di corsa, senza urlare, pensava che un animale la guardasse, nulla di più. 

Uno, l’urlo che fece cadendo per terra, spinta. Due, i pugni che tirò sul torace del suo assalitore, divincolandosi. Tre, i passi che fece correndo, casuali, verso un muro. Quattro, i colpi che tirò al muro, bloccata in un angolo. Cinque, i secondi in cui l’uomo gli si riversò, in cui lo squalo la prese, in cui la penetrò con i denti. Sei, i minuti dell’uomo per divorare la sua preda. Setteottonove, i passi dell’uomo verso il bosco, nascondendosi, tornando nella profondità. Dieci, i minuti in cui con i capezzoli di fuori, il vestito strappato, la vagina colante Sarah pianse.

Poi si alzò. Le gambe tremavano, liquido colava sopra l’istrice. Tremava tenendo il vestito floreale in lino strappatole sopra le spalle, per coprirsi il seno che Marco tanto amava, tremava con la schiena scoperta e le braccia incrociate come se si stesse abbracciando. Poi, senza sentire di esserci, pensò alla farmacia e ci andò di corsa. Un pensiero era ricorrente, solo uno.

Cosa penserà Marco?

La farmacia non fu d’aiuto, erano aperte soltanto le macchinette esterne e prese degli antinfiammatori. Sarah tornò da un’altra strada, meno illuminata ma con meno bosco, sperando di incontrare l’istrice per chiederle qualcosa, di raccontarle come stava, se si ricordava di lei, di Marco e soprattutto come si ricordava di lei e di Marco. A Sarah sembrava di non essere mai stata, sembrava di aver sognato fino a quel momento e di essersi svegliata dopo dieci minuti dalla fuga del suo assalitore. Non aveva mai nuotato, non aveva mai vomitato, non aveva mai conosciuto Marco, l’istrice ma solo la violenza, la carne, il sangue. 

Ma alla fine, cosa penserà Marco?

Stanca, con gli occhi secchi, portò le medicine sulla porta di casa e si sedette sul gradino d’ingresso.

Ma alla fine, guardando il bosco, cosa penserà Marco?

Smise di pensare, si tolse il vestito strappato e lo lasciò lì, di fianco alle tachipirine. Nuda, corse verso il mare, verso la luna, superò il bosco, l’angolo, i predatori, correva senza scappare, correva per sé. Iniziò di nuovo a piangere, sorpassò l’istrice, che si spaventò rinchiudendosi. Nuda guardò la luna ed iniziò a nuotare.

Quando Marco si svegliò stava meglio. Pensò che Sarah fosse già uscita, andò in cucina e vide la colazione preparata, allora sì, era già uscita. Non c’era nessun biglietto, soltanto un aculeo d’istrice poggiato di fianco al miele. Marco pensò che fosse qualcosa per gli studi e non lo toccò, poi lo prese sorridendo, lo guardò, lo cullò ed infine uscì di casa, impaurito; aprì la porta, guardò verso il bosco, verso il mare e poi per terra. 

Prese le medicine, il vestito rotto e raccolse un fiore.

Raccolse un fiore.

Un fiore.

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