Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti per Corti 2026 “Silenzio!” di Francesco Boi

Categoria: Premio Racconti per Corti 2026

Alessandro si svegliò precipitando da un sogno assordante, dove parole incomprensibili risuonavano come onde riverberate nel suo cervello. Mentre si alzava per bere un bicchiere d’acqua, non si stupì più di tanto che la parola «Silenzio» uscisse dalla sua bocca e tutto il suo corpo tornò presto in modalità riposo. La mattina seguente, le immagini del sogno erano ormai impronte nascoste nella sabbia. Era un venerdì di una bellissima giornata e tutto, dalla luce morbida al profumo di cornetti del bar di sotto, sembrava presagire più un sabato che una giornata lavorativa. Neanche ora, forse per quell’atmosfera rilassante, si stranì che la parola «Silenzio» uscisse nuovamente dalla sua bocca. Quella mattina Alessandro se la prese con calma, come se non avesse voglia di guardare l’orologio, ma non fece colazione: un leggero mal di stomaco lo aveva accompagnato fin dal risveglio.

Per un attimo, però, distolse l’attenzione da questo morbido stato emotivo e i suoi occhi incrociarono l’orologio: erano le 10:30 e quel tuffo sporco e freddo al cuore che prese Alessandro si convertì in una parola. Dentro di sé qualcosa gli fece per un attimo pensare che avesse detto «Oddio», ma quando lo ripeté nuovamente, in preda a una reazione compulsiva, si accorse di aver detto ancora una volta la parola «Silenzio». Lo ripeté più volte, stupendosi sempre di più del fatto che dalla sua bocca non uscissero altre parole. Provò a dirlo ancora più forte, come se pensasse che la durezza della pronuncia potesse aiutarlo a non ripetere sempre la stessa parola.

Per un attimo, quelle impronte sulla sabbia lo riportarono prima al sogno, poi alla parola detta prima di riaddormentarsi e infine alla mattina. Più provava a pensare a parole diverse, più dalla sua bocca usciva solamente «Silenzio». Ripensò a tutte le parole del mondo in quel momento, in un elenco lunghissimo; riusciva a visualizzarle come se un artista le disegnasse spontaneamente per lui, ma non riusciva a pronunciarne nessun’altra. Per un attimo si sentì intrappolato: dentro le mura di casa, dentro la sua testa, dentro le sue tempie, dentro una lingua, un alfabeto di parole futili. Fuori il sole splendeva e scaldava tutto come metallo al sole, e Alessandro sudava mentre cercava compulsivamente qualcosa che potesse aiutarlo, ma nulla lo aiutava. I rumori del traffico fuori diventavano sempre più assordanti, come le parole del sogno della notte precedente. Anche il rumore dei tasti del numero di telefono che Alessandro stava componendo era assordante e, per un attimo, sognò di essere sordo.

«Silenzio.»

«Ale?»

«Silenzio.»

«Ma che hai?!»

Alessandro provò invano a dire qualcos’altro, mentre Alice, la sua ragazza dall’altra parte della cornetta, non riusciva a comprendere cosa stesse succedendo. Nemmeno i suoi genitori o i suoi amici riuscivano a comprendere tutte le sfumature della parola «Silenzio» che Alessandro utilizzava. Così uscì di casa di fretta, continuando a provare a parlare come era sua abitudine, ma l’unica parola che usciva era quella. Piano piano, intorno a lui, come in un’orchestra che arriva al climax, qualsiasi suono diventava assordante. Le parole delle persone che gli passavano accanto erano così taglienti che si provava a tappare le orecchie. Mentre ripeteva compulsivamente la parola che non riusciva a togliersi di bocca da quella notte, intorno a lui le persone lo evitavano come fosse un pazzo ed effettivamente aveva tutti i connotati per esserlo. Mentre i rumori erano come esplosioni, quella parola, in qualche modo, era l’unica cosa che sembrava calmarlo.

Quando tornò verso casa, distrutto, il sole ormai era calato in una notte ancora più assordante. Era come se tutti i rumori del mondo scorressero nei suoi timpani e neanche quella parola sembrava aiutarlo, quando davanti allo specchio un lampo rosso accecante di dolore si rifletté sulla sua immagine. Il rumore delle forbici tintinnò irregolarmente, come se potesse risuonare all’infinito. Un pezzo di organismo ancora vivente e ansimante, che respirava, giaceva sul lavandino. L’ultimo rumore fu quello del sangue che sgorgava dalla lingua e colava nello scarico.

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1 commento »

  1. L’idea è curiosa e il racconto si legge con interesse, ma ho avuto l’impressione che l’assurdo rimanga soprattutto un meccanismo narrativo. Mi è mancato qualcosa che desse un significato più ampio alla vicenda di Alessandro. Il finale colpisce, ma non illumina davvero ciò che è accaduto prima.
    È una metafora dell’ansia?
    Della sovrastimolazione?
    Dell’impossibilità di comunicare?
    Del desiderio di annullare il rumore del mondo?

    Potrebbe essere tutte queste cose, ma il racconto non ne sceglie nessuna. E allora resta soprattutto un esercizio di immaginazione inquietante. Non brutto, ma un po’ vuoto al centro.

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