Premio Racconti per Corti 2026 “Tre giorni di Pioggia” di Chiara Miranda
Categoria: Premio Racconti per Corti 2026SOGGETTO
Una città italiana è colpita da tre giorni di pioggia continua. La pioggia non crea solo disagio: isola le persone dentro routine sempre più rigide e fragili.
Ernesto, impiegato comunale vicino alla pensione, vive una vita completamente automatizzata. Ogni giorno è identico. Non ha più desideri visibili, solo abitudini. Un pomeriggio, senza spiegazioni esterne, compie un gesto irreversibile: lascia il proprio ombrello alla fermata dell’autobus e sale sul bus senza di esso, come se accettasse di non proteggersi più.
L’ombrello viene raccolto da Alessia, giovane attrice sotto controllo materno e professionale. Quel giorno deve affrontare un provino decisivo che può confermare o bloccare la sua carriera. Portare con sé l’oggetto fuori contesto la espone a una tensione crescente: durante la prova, la pressione diventa insostenibile e Alessia smette di recitare “correttamente”, esponendosi a una verità che la mette a rischio di fallimento.
Dopo il provino, l’ombrello resta nel teatro e viene trovato da Arturo, custode che osserva da anni il passaggio degli altri senza intervenire. Per la prima volta compie una scelta attiva: lo consegna a Mirko, giovane in una fase in cui restare significa stagnare e partire significa perdere tutto ciò che conosce. La presenza dell’oggetto rende definitiva una decisione che Mirko non può più rimandare: quella notte parte senza ritorno.
A Milano, l’ombrello arriva a Giulia, manager di successo che ha costruito la propria identità cancellando fragilità e legami precedenti. Durante una riunione decisiva per la sua carriera, l’oggetto diventa per lei un elemento di discontinuità emotiva: per la prima volta interrompe il flusso previsto e rifiuta un progetto centrale, accettando una perdita professionale concreta.
Infine l’ombrello viene raccolto da Pietro, bambino che lo sottrae alla logica adulta trasformandolo in gioco, restituendogli una funzione completamente diversa.
Il viaggio dell’ombrello attraversa persone già in crisi, ma ogni passaggio rende irreversibile una scelta che, senza quel momento, sarebbe rimasta sospesa.
SCENEGGIATURA
– INIZIO “TRE GIORNI DI PIOGGIA”
EST. FERMATA AUTOBUS – POMERIGGIO
Piove sottile. Il cielo di novembre è grigio e basso. La città è silenziosa, punteggiata dal ronzio dei neon e dal ticchettio della pioggia.
ERNESTO (60), impiegato comunale dall’aspetto ordinario, dopo aver riordinato la sua scrivania, controlla l’orologio a muro dell’ufficio anagrafe: diciassette e trenta. I suoi occhi seguono il flusso dei secondi come se fossero la vita intera. Esce per tornare a casa. Nella mano stringe un ombrello a scacchi grigi, consumato ma solido.
Si ferma davanti alla fermata dell’autobus.
Ernesto apre l’ombrello, lo regge sopra la testa. Il manico preme freddo nella sua mano, un peso familiare. Guarda la pozzanghera davanti alla panchina: un mozzicone di sigaretta galleggia tra le scie d’acqua.
L’autobus arriva in ritardo. Ernesto inspira, lento,
lascia l’ombrello sulla panchina e sale sull’autobus senza voltarsi. Lascia il suo ombrello appoggiato alla pensilina.
INT. AUTOBUS – CONTINUO
Ernesto siede al solito posto, il terzo a sinistra. Attorno a lui, gli studenti con le cuffie non alzano lo sguardo.
Il vetro bagnato crea scie luminose mentre le luci dei lampioni si deformano. Ernesto cerca l’ombrello: non c’è. Un mezzo sorriso increspa le sue labbra.
Un istante di silenzio. La pioggia all’esterno copre ogni rumore. Ernesto scioglie il nodo della cravatta, sente di essere vivo.
EXT. FERMATA AUTOBUS – MATTINA
La pioggia non smette. Alessia (23), giovane aspirante attrice, scende dall’autobus con passo preciso, misurato, quasi coreografico. Porta con sé una borsa stropicciata, il copione piegato agli angoli, e lo smartphone che vibra di continuo.
INT. TESTA DI ALESSIA – FLASH MENTALE
Voce della madre: “Sorridi sempre. Devi mostrare la tua felicità. Devi convincerli tutti che sei brava, che sei bella. Conto su di te.”
il cielo grigio, il vento freddo avvolge in un turbine circolare le carte ammassate sul marciapiede bagnato, persone che passano veloci perse nei loro pensieri.
Alessia stringe la borsa, le labbra serrate. La pioggia minaccia di ribellare i ricci, di lucidare la pelle. L’ansia le comprime la gola.
EXT. FERMATA AUTOBUS – CONTINUO
Alessia nota qualcosa: l’ombrello a scacchi grigi, abbandonato sulla panchina. Lo afferra quasi con violenza, lo apre con uno scatto secco. L’istante è sospeso: sotto quella cupola, il mondo rallenta.
Alessia si specchia in una vetrina: il cappotto moderno non c’entra nulla con quell’ombrello anonimo.
EXT. TEATRO – GIORNO
Alessia corre sotto la pioggia, l’ombrello sopra la testa. Il teatro è imponente, le luci calde fuori contrastano con il cielo grigio. Altri aspiranti attori entrano.
INT. SALA D’ATTESA TEATRO – CONTINUO
Le ragazze, ripassano il copione, Lei, invece, stringe l’ombrello, osserva le stecche consumate, sente l’odore di pioggia e carta. Respira finalmente libera dal giudizio di tutti.
REGISTA
Alessia! Scena del distacco!
Alessia entra sul palco. Porta con se l’ombrello. Il legno scricchiola sotto i piedi. La luce calda la illumina. Tira un respiro profondo.
La sua recitazione non è più artificiale: la voce diventa roca, lenta, vera. Non recita per piacere, recita per sé.
Il regista smette di prendere appunti. Il silenzio è palpabile.
Alessia esce svuotata ma stranamente intera. Guarda le altre ragazze. Nel corridoio buio, incrocia un portaombrelli e con un gesto lento lo lascia lì.
INT. TEATRO – NOTTE
Il teatro è vuoto. L’eco dei passi di Arturo (70), custode silenzioso e paziente, risuona tra i corridoi. Il ronzio dei neon accompagna il ticchettio della pioggia sul tetto di lamiera.
Arturo passa lo straccio sul linoleum, movimenti lenti e circolari. Ogni gesto sembra rimettere in ordine il mondo.
Si ferma davanti al portaombrelli. L’ombrello a scacchi grigi si distingue tra modelli colorati. Lo raccoglie e si avvia verso casa.
Arturo lo usa come bastone, appoggiando su di esso il peso degli anni. Sente il manico solido, vissuto.
EXT. QUARTIERE RESIDENZIALE – NOTTE
Arturo cammina verso il suo palazzo. La pioggia è cessata, il cielo è scuro ma pulito. Scorge Mirko (25), appoggiato al muro umido, mani nervose, sguardo spento, la sua felpa odora di detersivo.
ARTURO
(senza fretta)
Portalo su tu, a me non serve.
Mirko lo guarda, esitante. Poi afferra l’ombrello. Lo sente sotto le dita: i graffi, la polvere del teatro.
EXT. ANDRONE PALAZZO – NOTTE
Mirko apre l’ombrello nell’androne. Il tessuto si tende con un piccolo scoppio. Sotto la cupola grigia, cammina verso la stazione con il passo veloce. Piove.
EXT. STAZIONE FERROVIARIA – NOTTE
Mirko cammina verso il binario, stringe il manico mentre sente le ruote rullare sulle rotaie, controlla il biglietto nella tasca, non si volta. Arrivato a Milano è l’alba, il cielo è schiarito, lascia l’ombrello su una panchina vicino al parco.
EXT. STAZIONE MILANO CENTRALE – mattina
Pochi minuti dopo, Giulia (30), elegante, decisa, emerge dalla folla. Cammina con il passo rapido di chi non può permettersi di perdere tempo. E’ furiosa: ha lasciato il suo ombrello di seta in un taxi e la pioggia di Milano non fa sconti alla sue nuove e costosissime scarpe.: l’ombrello a scacchi grigi giace lì, trascurato ma solido.
GIULIA
(tra sé)
Che roba orribile…
Ma la necessità vince sulla sua esitazione. Lo afferra con due dita, in quel momento, mentre la tela si tende sopra la sua testa, Giulia avverte una sensazione strana. Sotto quella cupola grigia, il rumore frenetico del traffico sembra lontano. C’è un odore familiare indefinibile che la sorprende.
Senza sapere perché, invece di correre verso il suo appuntamento, Giulia rallenta il passo.
EXT. BAR HOTEL – GIORNO
Giulia è in ritardo ma non le importa, entra con l’ombrello ancora gocciolante, piedi che battono sul marmo. Si ferma all’ingresso per chiudere l’ombrello a scacchi.
Sente lo sguardo del cameriere indugiare su quell’oggetto così ordinario.
L’amministratore delegato (50) impaziente la aspetta: uomo dallo sguardo vuoto e distaccato, la smorfia di chi non ha tempo da perdere.
Giulia prova un impulso irrefrenabile di sorridere per l’assurdità di quella scena.
Si siede al tavolo. L’AD smette la sua aria d’impazienza e inizia a descrivere i suoi progetti.
Giulia lo ascolta, ma le sue dita, sotto il tavolo, cercano il manico dell’ombrello appoggiato alla sedia. Sente i graffi sulla plastica.
L’AD (50)
“Giulia, mi segui?”
GIULIA
“No”
“Non credo in questo progetto. È solo carta”.
Si alza e va via senza salutare, senza spiegazioni, lascia l’investitore e l’ombrello, camminando verso casa.
EXT. MARCIAPIEDE MILANO – MATTINA
Il cielo è color perla, lavato dalla pioggia. Il portiere dell’hotel estrae l’ombrello dal portaombrelli dorato, lo mette fuori, pronto per lo smaltimento.
PIETRO (6), stivaletti gialli, esplora le pozzanghere. Guarda l’ombrello come un tesoro naufragato.
PIETRO
(grida)
“Mamma, guarda! Un’astronave!”
Afferra l’ombrello con entrambe le mani. Lo apre con uno sforzo che gli fa arrossire le guance e il suono della tela che si tende diventa un razzo incandescente.
La madre lo richiama, ma sorride vedendo l’entusiasmo del figlio, che fa roteare l’ombrello nell’aria ormai tersa.
EXT. SCUOLA – MATTINA
Pietro chiude con cura l’ombrello e lo infila tra le sbarre della cancellata, accanto a una siepe di alloro.
Saluta la madre, entra.
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