Premio Racconti per Corti 2026 “L’uomo che prendeva in prestito i corpi” di Alessio Manfredi Selvaggi
Categoria: Premio Racconti per Corti 2026A Lucca esiste una leggenda urbana che nessuno racconta ai turisti.
Si dice che, nelle notti di nebbia, un uomo attraversi lentamente le mura della città portando una vecchia valigia azzurra. Non chiede soldi. Non parla quasi mai.
Aspetta soltanto qualcuno disposto a lasciargli il proprio corpo per pochi minuti.
Tommaso ha quarant’anni ed è affetto da una rarissima malattia neurodegenerativa. Vive immobile in una stanza sopra un vecchio negozio di strumenti musicali chiuso da anni, nel centro storico. Riesce a muovere appena gli occhi e due dita della mano destra.
Ma Tommaso possiede un dono impossibile.
Quando qualcuno si addormenta vicino a lui, può “entrare” nel suo corpo per qualche minuto.
Non è un potere violento. Non controlla davvero le persone. Le abita.
Le sente da dentro.
All’inizio usa questa capacità soltanto per sopravvivere alla propria immobilità. Di notte entra nel corpo del suo badante per camminare lungo le mura. Una volta in quello di una turista per mangiare un gelato in piazza Anfiteatro. Un’altra volta in un violinista di strada per sentire cosa significhi suonare.
Ogni esperienza dura pochissimo.
Poi torna nel suo corpo fermo e silenzioso.
Col tempo, però, Tommaso sviluppa una dipendenza segreta da quelle vite prese in prestito.
Diventa quasi un collezionista di sensazioni.
Corre nei corpi degli atleti.
Respira nei polmoni dei fumatori.
Piange dentro sconosciuti tristi.
Bacia attraverso innamorati incontrati per caso.
Nessuno conosce la sua esistenza.
Nessuno, tranne Lea.
Lea ha venticinque anni, è una rider che attraversa Lucca in bicicletta facendo consegne notturne. Ha perso una gamba in un incidente e usa una protesi meccanica rumorosa che tutti sentono arrivare da lontano.
Una notte, durante un temporale, Lea si rifugia nell’ex negozio di strumenti musicali.
Si addormenta.
E sogna.
Sogna un uomo che cammina dentro di lei osservando il mondo con stupore infantile.
Quando si sveglia, trova Tommaso immobile nel letto, ma capisce immediatamente che qualcosa è successo.
Invece di spaventarsi, torna da lui la sera successiva.
E quella dopo ancora.
Tra i due nasce un rapporto stranissimo: Lea presta volontariamente il proprio corpo a Tommaso affinché lui possa vivere il mondo esterno.
Ma a poco a poco accade qualcosa di inatteso.
Tommaso non usa più il corpo di Lea per fare esperienze straordinarie.
Le chiede solo cose normalissime.
Aspettare il vento sulle mura.
Bere un caffè seduti in silenzio.
Restare fermi davanti ai platani.
Ascoltare la pioggia sotto i portici.
Per la prima volta nella sua vita, smette di “consumare” le esperienze degli altri e comincia davvero a viverle.
Una notte Lea gli chiede quale sia stata la cosa più bella provata in tutti quei corpi.
Tommaso risponde:
“Il peso.”
Lei non capisce.
Lui spiega che le persone sane non si rendono conto della meraviglia di avere un corpo che stanca, duole, cade, suda.
“Avere un limite significa esistere davvero.”
Pochi giorni dopo le condizioni di Tommaso peggiorano drasticamente.
Capisce che sta per morire.
Chiede allora a Lea un ultimo prestito.
Non per correre.
Non per mangiare.
Non per vedere il mare.
Vuole semplicemente attraversare tutta Lucca a piedi all’alba.
Il film segue questo viaggio lentissimo e poetico.
Lea cammina mentre Tommaso abita il suo corpo.
Attraversano piazze vuote, mercati che aprono, biciclette, il rumore delle serrande.
Per la prima volta Tommaso non cerca sensazioni estreme.
Vuole soltanto sentire il peso del mondo sotto i piedi.
Arrivati sulle mura, all’alba, Lea si ferma.
Tommaso esce lentamente dal suo corpo.
Lei resta sola.
Ma per la prima volta sorride guardando la propria protesi.
Perché capisce che non è un pezzo mancante.
È il segno concreto del fatto che il suo corpo, imperfetto e limitato, è davvero vivo.
L’ultima immagine mostra la vecchia valigia azzurra lasciata sulle mura.
Dentro non ci sono oggetti.
Solo registrazioni audio di respiri diversi.
NOTE DI PRODUZIONE
Corto realizzabile quasi interamente nel centro storico di Lucca: mura, piazza Anfiteatro, vicoli, portici, un appartamento/negozio dismesso e alcune strade notturne.
Il film usa un elemento fantastico per raccontare la disabilità in modo totalmente non realistico e anti-retorico. Il punto centrale non è “superare” il limite fisico, ma interrogarsi sul significato stesso dell’avere un corpo fragile, incompleto e mortale.
Atmosfera tra realismo poetico e fantastico urbano, nello stile di “Birdman”, “The Elephant Man” e il primo Jeunet.
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