Premio Racconti per Corti 2026 “Lavoro sporco” di Marco Floridia
Categoria: Premio Racconti per Corti 2026(Scena 1: sala di attesa)
All’interno due uomini. Il protagonista del corto è un giovane vestito in maniera sobria e moderna, ben rasato, ha qualche pubblicazione con sé. È appena entrato, si sta sedendo. Osserva l’uomo seduto di fronte a lui. L’altro ha più o meno la stessa età, ma ha la barba non fatta, i capelli lunghi e spettinati, abiti sgualciti, la camicia con i bottoni disallineati, due scarpe diverse. Il protagonista lo saluta educatamente, l’altro non risponde, parla fra sé e sé sottovoce scuotendo la testa come se recitasse un mantra complicato. Imbarazzato, il protagonista distoglie lo sguardo e sfoglia i lavori che ha portato.
L’altro ad un certo punto interrompe il mantra e inizia a contare a bassa voce le mattonelle del pavimento della stanza, seguendo la conta con l’indice. Arrivato alla fine si alza e inizia a percorrere nella stanza un cammino tutto fatto di diagonali e incroci. Arrivato davanti al protagonista si ferma e lo guarda. Lui capisce e alza i piedi per farlo passare sulla mattonella che era sotto le sue scarpe. L‘uomo completa con altri percorsi diagonali il suo cammino e si siede soddisfatto.
Si apre una porta. Il giovane responsabile editoriale saluta e ringrazia una ragazza magra e pallidissima interamente vestita di nero con occhiaie profonde, tatuaggi cupi e un pesante trucco anch’esso nero che accentua ulteriormente il suo pallore.
L’editore la rassicura:
– Entro una settimana andremo in stampa e in e-book. Le interviste radiofoniche e il tour promozionale sono già programmati e stiamo concludendo il contratto per l’audiolibro. Non potrebbe andare meglio.
La ragazza non risponde, tende una mano bianca e quasi senza forze all’editore e si avvia all’uscita senza l’ombra di un sorriso. L’editore invita il protagonista ad entrare. Lui guarda verso l’altro uomo.
– Ero dopo di lui, non credo tocchi a me.
Il giovane trasandato gli fa cenno di andare e entrare. Il protagonista guarda l’editore che con un sorriso lo rassicura e affabilmente lo guida nell’ufficio.
(Scena 2, interno ufficio, i due uomini si siedono di fronte ai due lati di una scrivania)
– Non si preoccupi per l’altro scrittore, ci ho già parlato. Lui rimane sempre qui per un’ora dopo il colloquio. Dice che deve completare il suo programma, cose così. Sa, abbiamo venduto ventimila copie del suo libro in un mese, è in vetrina in prima fila in tutte le librerie.
L’autore trasecola, ma non dice niente. L’editore riprende.
– Ma veniamo a noi. Ho visto quello che mi ha mandato.
– E che ne pensa?
– Bè, lei ha già scritto molto, non può dirsi un principiante: un romanzo, due racconti lunghi e diversi racconti brevi pubblicati sulla rivista umoristica Sofà. Un bell’almanacco davvero quello, con spunti di satira interessanti e pungenti. Noi, di questi tempi, dobbiamo stare più attenti, non offendere troppo.
L’editore punta l’indice verso il soffitto.
– Dio? – Chiede lo scrittore.
– Ma no, non così in alto. Il Ministero, il governo, il gruppo familiare che detiene il controllo della nostra casa editrice. Ma il problema non è neanche quello. Se il libro vende, la famiglia se ne infischia dei contenuti, anzi trova grandissima soddisfazione quando sono proprio i loro avversari pubblici a fargli fare un bel po’ di soldi rimanendo ben piantati sul loro libro paga editoriale. Ma come le dicevo, il problema non è questo. Guardi, glielo dico chiaramente: il suo problema è che quello che lei scrive è divertente.
Lo scrittore trasalisce di nuovo.
– Ma è proprio quella l’intenzione. E questo è un male?
L’editore sbuffa. – Non è un male, ma non è quello che serve.
Si sporge sulla sedia per avvicinarsi all’autore.
– Le spiego una cosa. I lettori sono gente poco allegra, che esce raramente, non va ai concerti, non si sballa ai festoni con alcol o pasticche, non ha profili su Tinder, insomma non vive granché, e sceglie invece di leggere le vite degli altri, che siano vere o inventate non importa. – Fa una pausa – Quello che importa è che queste vite siano ancora più tristi, sfigate e malate delle loro. Questo li fa sentire meglio, ed è questo che vende oggi, questa la odierna letteratura.
L’autore rimane sbigottito. – Ma… e allora i classici?
– Lo sa quali sono i classici che vendono di più? Quelli dei suicidi! Le devo fare la lista? Majakowski, Esénin, Foster Wallace, Mishima, Pavese, Woolf, Levi, Hemingway…
L’autore, sebbene spaesato, insiste.
– Ma ridere, o anche sorridere, fa stare meglio.
– No, glielo ripeto, ai lettori la sola cosa che fa stare meglio è leggere di qualcuno sfortunato, perseguitato, malato, triste, traumatizzato e disgraziato ancora più di loro. E i personaggi, meglio ancora se autobiografici, devono preferibilmente subire cose aberranti: il carcere, il manicomio, la tortura… Oppure avere delle manie disgustose, che ne so: mangiare la spazzatura, leccare le vetrine…
– Ma è molto più facile far piangere che far ridere!
– Lo so, lo so. Ma non importa.
L’editore si riaccomoda sulla sedia e guarda l’autore con una sincera simpatia.
– Guardi, lei scrive bene ed io voglio aiutarla. Facciamo così: vediamo se nella sua vita c’è qualcosa di autobiografico che possa esserci utile per inserirla nel mainstream letterario e portarla a bordo della nostra casa editrice. Iniziamo: carcere, deportazione, sequestri, aggressioni?
L’autore scuote la testa.
– Tentato suicidio, manicomio, un TSO, almeno?
L’altro nega con un cenno. L’editore non si arrende.
– Abbandoni, traumi infantili, bullismo, molestie? Non mi dica che lei è uno dei pochissimi ad aver avuto un’infanzia normale.
– Bè sì, ed anche abbastanza serena.
L’editore sospira e scuote la testa, ma continua senza darsi per vinto.
– Difetti fisici, menomazioni, un blocco della crescita?
Lo scrittore si alza in piedi, rivelandosi almeno un palmo più alto del suo interlocutore e sicuramente più atletico. Si risiede.
– Malattie mentali allora, quelle vendono benissimo. Una bella sindrome ossessivo-compulsiva grave? Agorafobia? Attacchi di panico? Una fobia rara tipo paura dei criceti o delle lumache? Una di quelle sindromi per cui sa dire immediatamente quante olive ci sono in un barattolo?
Ancora cenni di diniego.
L’editore fa una pausa esitante prima di chiedere.
– Devo domandarglielo, a questo punto: Impotenza? Derisioni sessuali? Pene piccolo?
L’autore continua a scuotere la testa sconsolato. L’editore non sa più cosa chiedere.
– Vede, se lei non mi aiuta, io non la posso aiutare. Lei è una persona sana, equilibrata e positiva: purtroppo è esattamente l’opposto di quello che ci serve.
Il colloquio termina. L’autore e l’editore si salutano, entrambi rattristati dal non aver trovato un terreno di incontro. L’autore prende dalle mani dell’editore un biglietto da visita.
(Scena 3, esterno)
L’autore cammina sconsolato per i viali della città. Butta in un cestino le opere che aveva portato alla casa editrice. Si siede su una panchina a guardare il passaggio.
Davanti a lui il capolinea di un autobus. L’autore lo fissa dapprima come in trance, senza vederlo, poi con attenzione. Un pensiero gli si fa strada nella testa. Prende dalla tasca il biglietto da visita e lo guarda. Lo rimette in tasca. Si alza dalla panchina, attraversa il viale e si avvicina all’autobus fermo. I finestrini sono sporchi di smog, vecchie gocce di pioggia, e chissà quali altre scolature. Passa un dito sullo sporco, guarda il polpastrello a lungo e poi assaggia i residui grigi e appiccicosi. Sorride.
Si allontana lungo il viale, passando le dita sulle fiancate delle auto più sporche e assaggiando i nuovi sapori. È sempre più contento.
Fine (si può anche scrivere a dito su una macchina, ovviamente sporca)
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