Premio Racconti nella Rete 2026 “Ieri” di Andrea Lucchini
Categoria: In ConcorsoMi picchia la testa. I colori confusi, la stanza è ovattata e la luce permea ogni cosa. Stacco. Vedo il primo piano perfettamente a fuoco del mio volto floscio e madido di sudore. La guancia sinistra sprofondata nel cuscino che butta un odore schifoso e familiare; qualcosa che sa di me. Sono confuso, mentre mi alzo mi sento lo stomaco rivolgersi tutto assieme e un bolo acido e consistente mi suggerisce i prossimi movimenti: saranno lenti, posati. Ho la testa come fosse altrove, dei flash, è difficile spiegarlo.
La macchina sta facendo una panoramica molto pulita e tecnicamente scialba della mia camera. Vestiti in terra, armadio coperto in parte da un poster degli Oasis, di un giallo che in verità sarebbe bianco sporco. La panoramica si sta spostando verso la mensola dove tengo la mia play4, affiancata da sette fumetti di DragonBall di numeri non consecutivi, ma all’improvviso torna su di me, mi sto sedendo sul letto a gambe aperte; sputo per terra una palla densa e acre di saliva disidratata, è candida e spessa come la mia corteccia cerebrale. Sono certo sia capitato qualcosa, ma giuro che è come non lo sapessi. Lo giuro. Sento vociare oltre la porta di camera mia, l’occhio della macchina non vede che il legno di frassino scuro della soglia, con quelle maniglie in finto ottone che fanno più tristezza che altro.
Non distinguo le parole. Il gioco di controcampo tra il mio viso completamente svuotato e il grugno indifferente del legno riesce a introdurre del movimento nella staticità assente di tutto – il montaggio fa miracoli. La voce è maschile, ma vivo da solo con mia madre da quando i miei si sono separati. Magari i miei sono tornati assieme, o magari mio padre è solo passato per finire il lavoro, per ucciderci tutti e due, una buona volta, con la sua Beretta 92 FS in dotazione –lo vorrei vedere con i miei occhi mentre lo fa, quel figlio di puttana. Credo di essere in uno di quei classici momenti di schizofrenia da hangover dove realtà e piacere giocano al girotondo assieme a tutto il resto, “casca il mondo, casca la terra…”. No. Mi viene da vomitare. Basta. Più penso e più mi pulsa la testa, devo essere sveglio da qualche secondo, forse un minuto, ma devo dire che potrei non essermi mai addormentato.
Taglio. Schermo nero. Eme passa da me alle 10 – alle 22, mia mamma mi corregge ogni volta. “Coglione perché sei venuto qua sotto? Ti ho detto mille volte di aspettarmi all’angolo”. Quando arriva sotto casa mia è sempre strafatto o completamente ubriaco – “vel”, non “aut”, disgiunzione inclusiva come ripeteva a pappagallo tutte le settimane il mio prof di latino. Quando esco dal portone non vedo nulla tranne i suoi due immensi occhi imperlati della luce che gli cade addosso dai lampioni. È completamente pippato, la fronte bagnata in pieno inverno e un sorriso vivace e distaccato. “Bella”, gracchia la sua voce scartavetrata, che si perde in una nuvola di condensa umida. “Gli altri ci aspettano. Filz ha detto che c’è situa”, ha incominciato a camminare prima ancora di finire la frase, non riuscirebbe a stare fermo neanche volendo, “oh zio ti muovi? Stasera si scopa”. Le nostre risate si perdono stolide nella mia via mentre ci allontaniamo. Non ho mai provato droghe pesanti, non mi incuriosiscono, i miei amici lo sanno, lo rispettano il più delle volte, qualcuno mi prende in giro perché dice che tutti gli artisti si drogano, che sono anomalo (strano), che mi merito un “ma che cazzo fa?” – io comunque non sono come quei rottinculo vestiti da senzatetto che presentano le loro tele a stranuti di vernice in giro per i vari Palazzi Reali d’Europa. Però capisco cosa ci trova la gente, nelle droghe pesanti, capisco quella scintilla vivida che gli vedo brillare dietro agli occhi così spenti e allegri allo stesso tempo – forse hanno bisogno di quello. Tutti abbiamo bisogno di qualcosa. Ci fermiamo lungo la strada da un bangla qualsiasi a prendere un Morettone da 66 che finiamo prima di arrivare al Buco, mi inizia a salire una certa allegria nevrotica, la sento che mi irrora le sinapsi devastandole di gioia. È tutto molto segmentato, i colori con un tono più terroso, come la ripresa fosse su pellicola – che stronzata da radical chic. Sono al secondo gin tonic e sto parlando con Bramba, vedo movimento nel crocchio ormai informe di teste e cocktail in plastica che si perdono a vista d’occhio davanti al locale, forse c’è una rissa che sta per scoppiare, forse si divertono e basta; inizio a non esser più in grado di curarmi del mondo periferico, esisto solo nella conversazione che attraverso a stile libero, sono completamente focalizzato: tutto ciò che sta attorno non esiste, ma quella puttana della ex di Bramba la odio con tutto me stesso, potrei ascoltarlo per ore. La macchina si sposta verso l’alto, zoom in e inquadra fissa un lampione, l’effetto è abbacinante, espanso da una lente inadatta all’impresa; la musica si sfrangia, sale un fischio a frequenza costante che si fa largo tra le risate e un pezzo reggaeton scadente, come un acufene pressante. Nero, di nuovo. Ho ancora le gambe aperte ai margini del letto, tengo la testa pesante con ambo le mani e fisso quel mucchietto di sputo che mi fa salire una volta di più lo sbocco. Ormai saranno passati due minuti. Ora distinguo bene la voce atterrita di mia madre che si spezza in un acuto incontrollato. “Ma come vi permettete?”. Dei passi si avvicinano alla mia stanza, conosco le variazioni di rimbombo del corridoio di casa mia – abbastanza bene da recepirlo istantaneamente persino ora. So cosa sta succedendo; guardo impietrito le mie Air Max Plus, non le ho mai viste così sporche, mentre le fisso sento salire il retrogusto annerito dei drum che ho fumato ieri e di cui ho perso completamente il conto; sulla tomaia della scarpa sinistra c’è una gigantesca striscia di sangue marrnone. Lo so. I passi sono pesanti, da uomo, ma cadenzati da colpi pieni e compatti; scarpe con tacco, probabilmente di pelle nera, stivali, magari no. Il cuore mi batte forte, ma penso sia soprattutto la sbornia. Devo davvero sboccare.
Ho finito il terzo gin tonic e Filz mi ha mandato uno shot, l’ho sentito. Sbiascico un po’ ma non abbastanza. Ci ho provato non saprei dire per quanto con una fighetta bionda, stivali e minigonna, gli occhi rotondi e completamente vuoti. Ci sta, ma poi mi dice che ha il fidanzato, che apprezza comunque lo sforzo, sorride – penso mi stia prendendo in giro, anche se non me ne frega un cazzo, rido anche io: stronza. Poi una mano mi afferra da dietro, Filz con un’espressione segmentata – sicuro è sotto keta, saranno le 2 ormai. Le carotidi sono gonfie, bestemmia, mi trascina con forza da lato e io vedo soprattutto il cotone nero della sua maglia Armani Jeans, credo ci siano decine di persone attorno a me, non ne sono sicuro. Filz è l’unico dei nostri a non venire da un quartiere di merda, lo becco da più di un anno ormai, l’ho conosciuto attraverso Bramba. Una volta gli ho parlato di mio padre, gli ho raccontato di quando mi ha mandato in ospedale perché durante un litigio ha cercato di smontarmi la mandibola col calcio della sua Beretta – “era scarica”, gli sentivo continuare a ripetere mentre la camera era orizzontale in una soggettiva sul sangue che sgorgava da dietro l’obbiettivo e si espandeva sul pavimento. “Io l’avrei ammazzato”, mi ha risposto; poi è stato zitto e si messo a far su un pucciotto. Gli shot erano due, il secondo di tequila, percepisco il tocco pungente di un granello di sale che era rimasto incastrato in qualche nicchia nascosta ai bordi della mia bocca. “Un marocchino dimmerda sta scazzando con Eme, muoviti fra”. Stacco. Sono sicuro il mio corpo sia ancora in grado di reagire, eppure la testa rimane bassa mentre l’Agente mi chiede scocciato per la terza volta se sono io Alessandro Altieri. Nella mia testa rimbomba “Altez”, il mio soprannome. “Dove si trovava ieri sera?”. Non lo so, non ricordo. “Mi sente?”. Non so cos’è successo. “Oh”, mi dice l’agente strattonandomi. La testa mi gira troppo, non sono sicuro di riuscire a non vomitare ora. Un groppo in gola mi intasa gli occhi di lacrime.
“Non so che cazzo succede fra, un tizio ha scavallato Eme e aveva un sasso nel portafogli”. Il “sasso” è la coca. Filz mi sta facendo fare zigzag tra la folla come fossimo a un concerto, è molto alto, le sue enormi mani venose hanno un che di rettileo. “Eme gli ha tirato una pizza ma questo era con i suoi e ora il magrebino lo vuole ammazzare”. Ogni tanto prendiamo dentro qualcuno, sento le voci lamentose prima di percepire la mia spalla rimbalzare.
“Ascoltami, questo non è un gioco, non so se hai capito. Adesso…”
Eme fa MMA, la gente con cui si allena fa paura almeno quanto lui, sono dei maledetti animali, cazzo. La collana d’argento che ritaglia il suo collo tendineo e mostruoso ricorda quei collari che mettono ai pitbull nei backyard delle periferie cinematografiche americane. Sull’avambraccio destro ha un blasone generico agguantato da una maestosa aquila reale, una vera schifezza, ma apparentemente molto adatto ai giri di arti marziali. Di base Eme guarda male tutti, lucido o meno che sia. L’ho visto qualche volta con le tibie violacee e i trapezi rigidi a rotolarsi nel sangue misto saliva di altri, ai bordi di un ottagono. Uno spettacolo brutale, che instilla timore e rispetto, come un silenzio sepolcrale; in alcuni ambienti l’unica cosa realmente importante è riuscire a tenere lo sguardo alto, qualsiasi sia il prezzo. Eme è una di quelle persone razziste in compagnia, senza convinzione – non da andare all’Inferno. Una volta stava per fare a botte con uno che gli ha chiesto come potesse fare il razzista pur avendo diversi immigrati di seconda generazione nella palestra in cui si allena e con cui tutto sommato va d’accordo – un comunista che studiava storia, amico di amici. Lui non è razzista, dice, ce l’ha solo con chi delinque ai danni della brava gente: se il più delle volte sono arabi non è colpa sua. I suoi discorsi filano almeno quanto i suoi diretti, anche se il suo forte sono le prese a terra. Non ho mai capito il Brazilian Jujitsu, mi ha sempre divertito che in luoghi simili si straveda per una cosa così gay.
“…tu mi devi dire dov’eri esattamente ieri sera. Eri fuori coi tuoi amichetti? Filippo Stizzoni lo conosci? Eh? Dov’è che sei stato? E guardami in faccia mentre ti parlo…”, la voce di mia mamma sbiadita sullo sfondo, fuoricampo – probabilmente davanti all’altra guardia.
Si è aperto un varco in mezzo al capannello chimico-alcolico che rende la strada davanti al Buco ormai pedonale per forza di cose; la notte è di chi la vive. Sento una profonda voce nasale che parla di pericoli e ripercussioni, l’italiano è storpiato anche se non capto errori grammaticali. Sono stranamente lucido per essere completamente annichilito dal miscuglio di bevande alcoliche che ho trangugiato: l’effetto che ti fa l’alcol è davvero disgustoso. Ancora un’altra rissa, il mio corpo non riesce a trovare la voglia di sganciarmi un po’ di adrenalina – in questa città ormai devi per forza comprartela e ficcartela su per il naso o tra le gengive. La felpa acetata di Robe di Kappa del marocchino mi colpisce per quanto è fuori moda; la mia vista periferica è completamente annerita, la presa visiva su tutto il resto è come vignettata. Un tizio spinge Eme, so esattamente cosa sta per succedere. Peggio per lui, un po’ godo, però di base non me ne frega davvero niente. Una porzione del mio cervello che sembra estroflettersi e fare pressione sul piccolo ritaglio di cranio tra l’occhio e l’orecchio di sinistra è curiosa di vedere quanti sono questi maranza di merda. Non capisco, e forse non sono solo le mie condizioni psicofisiche penose – per un attimo penso che una botta di coca potrebbe aiutarmi, roba da cinema mainstream americano; troppo tardi. Vedo due arabi e un bianco dietro a Mr. Kappa che ciondolano scimmieschi e solidali assieme a lui, qualcuno avanza per fare brutto, ma poi viene subito riportato all’ordine da uno degli altri due o dallo stesso Mr. Kappa. Bramba e Nico sono accanto a Eme, riproducendo specularmente più o meno la stessa dinamica. Bramba ha un buzz-cut che gli sta malissimo per via della stempiatura precoce, un bomber lucido e nero come la notte lo fa sembrare molto più grosso di quanto realmente non sia. Nico non lo conosco bene ma è amico di Eme, quindi presumo sia un mastino napoletano come tutta la gente che frequenta Eme. Finalmente una scintilla illumina il pagliaio. Filz mi lascia inebetito davanti alla scena, gli occhi rilucenti della stessa scintilla bagnata di quelli di Eme; si allunga attraverso ampie falcate nel mezzo del casino, intravedo una persona col telefono alzato a cercare l’angolatura giusta per una storia, immagino. Come posseduto Filz spinge il bianco del gruppo, solito cespuglio di ricci brillantinati sulla cima e rasatura aggressiva alla base, una lettera gotica adagiata sul collo.
“Tu lo sai che cosa è successo? Pensi che sia uno scherzo questo? Che siamo qua per farti una ramanzina? Pensi che la polizia bussi a casa delle persone alle 9 della domenica mattina per qualcosa che si può sistemare?”
Filz spinge il tipo con una veemenza che gli viene di sicuro anche dal suo metro e novantacinque, ma che nei fatti proietta per terra il ragazzo, che viene però subito come rimbalzato nuovamente in piedi, quasi il marciapiede fosse rivestito in caucciù. Mr. Kappa carica Filz provando ad afferrarlo per le spalle – nonostante sia più basso di almeno dieci centimetri. Tutti i lacchè di Mr. Kappa si gettano su Filz, ma Eme ha già puntano Mr. Kappa, che prende di peso e butta a terra; il colpo sordo che emette il marciapiedi è agghiacciante: per un istante c’è solo silenzio. Uno degli arabi calcia allo stomaco Eme mentre è ancora a terra, accanto a Mr. Kappa che non sembra molto in procinto di alzarsi, il volto completamente corrucciato, come fosse appena stato morso da un cobra reale o fosse semplicemente ritardato. Il tutto è un groviglio di corpi che non riesco a sbrogliare, il montaggio sarebbe impossibile e lo squallido stralcio di vita che si vede non è né bello né coreografico, le risse non sono eleganti come una sequenza di Kurosawa. Nico, che si rivela essere quello che è, sferra un diretto invisibile al bianco dell’altro gruppo che lo manda orridamente al tappeto in totale ko, braccia distese e muso sull’asfalto. Il brivido siderale che ti dà il vedere una persona cadere a peso morto è una delle poche cose che sono certo che una ripresa non ti darà mai. I due amici di Mr. Kappa ancora senzienti si fanno indietro incerti e col terrore a divorargli gli occhi stralunati. Eme si sta rialzando con una mano a coprirgli il ventre e la rabbia di chi è completamente disincarnato. “Oh, ma che cazzo fai?”, mi grida. Il suo sguardo aguzzo mi perfora i bulbi oculari, ho trovato l’energia per fare qualsiasi cosa, sono sveglio. Mi butto nel mezzo dello spiazzo che a questo punto è aperto e ben definito, la gente ai lati è come inanimata, una distesa di sagome – la violenza ricorda a tutti in ogni istante cosa è vero e cosa no. Bramba sta tirando un calcio in pancia a Mr. Kappa, ancora rovesciato al suolo, mentre io carico in rincorsa un colpo di punta che gli arriva dritto in faccia. I suoni sono la parte peggiore. È stato come colpire un ammasso informe di materia, penso per un istante, stupito dalla mia incapacità totale di dire quale parte della sua faccia avrò esattamente spappolato. Eme sferra un altro calcio che affonda morbido nella pancia vagamente gonfia di Kappa, poi lo gira, schiena a terra e gli si mette a cavalcioni sopra: sottomissione. La camera continua a infrangere la regola dei 180°, è tutto un gran casino. Kappa si contorce ma per lui è troppo tardi, Eme comincia a colpirlo prima da destra e poi da sinistra, i pugni sono precisi, agghiaccianti, il sangue schizza tutt’attorno come nebulizzato. È come stare nel deserto di notte. Bramba e Nico credo si stiano attardando con gli atri tizi ai margini del mio campo percettivo.
“Abbiamo un mandato d’arresto, quindi ora ti vesti e…”, sento mia mamma piangere disperatamente, o forse sono io.
Mi ricordo per un istante dell’altro tizio che Nico ha mandato al tappeto, poi sferro un ulteriore calcio nel fianco di Kappa – perdo leggermente l’equilibrio, penso di avergli preso di striscio il culo. Qualcuno grida, il baluginio blu elettrico illumina la notte, il suono delle sirene è assordante. Sento delle parole che credo siano arabe. Barcollo, qualcuno mi strattona – penso che mi fa male. Corriamo. Vedo degli sprazzi della mia fuga. Forse ho vomitato. Sì, ho vomitato. Come faccio a essere così in post-sbornia allora?
Ora sento un vago indolenzimento al quadricipite sinistro. La fuga. Il sudore. La fuga. “Cos’hai sulla faccia? È sangue secco? Comincia la mattinata peggiore della tua vita. Tirati su e non farti passare strane idee per la testa”. Alzo la testa e noto una screpolatura sull’infisso della finestra, la vernice vagamente scrostata. Guardo fuori, non mi viene più da vomitare. Schermo nero.
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