Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti per Corti 2026 “Il corpo che resta” di Massimiliano Romitelli

Categoria: Premio Racconti per Corti 2026

Ore sette.

Lo leggo sul pc, impresso nel desktop.

Di lato, un primo raggio di sole colpisce la gigantografia della parete: un surfista abbronzato tra le onde. sono io, qualche anno fa.

Resto a fissare nella penombra. Il soffitto bianco opaco. Una coppa sulla servante: «A Tito, primo classificato».

Dalla cucina arriva lo scatto del gas. Martina sta preparando la colazione.

È la mia factotum di casa. Da qualche tempo il suo sorriso non regge più: le pieghe della bocca e i muscoli del viso vanno ognuna per conto proprio, in disaccordo con gli occhi. Chiederle perché significherebbe oltrepassare un confine. Così restiamo nel rituale: « Come stai? Ti serve qualcosa?»

Con lei la giornata prende un ritmo. Un affetto minimo e necessario.

E poi mi aggiorna su tutto, o quasi, quello che succede nel condominio. Più pettegolezzi che altro.

Ieri, per esempio:

«Sai Tito, ho incontrato la nuova vicina. Un bel tipo, insegna pianoforte al conservatorio. Che ne dici, uno di questi giorni la invitiamo? Una controllatina al tuo piano non farebbe male, è fermo da parecchio.»

Non le ho risposto.

Lei, per fortuna, non se ne è accorta. O ha fatto finta. Tanto decide sempre da sola.

Sono abbastanza ricco.

Quasi quarant’anni, una laurea in architettura, un appartamento di proprietà e una collezione ordinata di amori tormentati . Ma quello che continua a sanguinare ha un nome: Margherita.

Ore dieci.

Non ho voglia di alzarmi, se non fosse per la vasca idromassaggio, nuova di zecca. Comfort totale, progettata sulle mie esigenze. Un amico di università l’ha disegnata su misura.

A volte mi sorprende la gentilezza che ricevo: un tempo mi metteva a disagio, oggi la accolgo come si accetta qualcosa che non si merita del tutto.

Immerso nell’acqua calda, guardo le bolle salire. Non sento vibrare il mio corpo. Dovrò dire a Martina di chiamare l’idraulico.

Mi rilasso e guardo i fregi del soffitto per la prima volta. Gocce dorate incastonate nel blu cobalto. Forse le ho comprate in un viaggio in Marocco, o forse me lo sto raccontando adesso.

Cambiare angolazione basta a spostare tutto.

Mi lascio andare a una melodia che entra e picchia lieve nel mio padiglione auricolare. Arriva dall’appartamento accanto. Un pianoforte, forse a coda.

La cassa di risonanza gonfia il vuoto: niente mobili, solo eco.

Ripenso a Martina, a una frase buttata lì qualche giorno fa. E alla nuova inquilina. La musicista.

Le note di Experience mi tirano fuori, come Teseo che segue il filo d’Arianna.

Mi si addensano in testa , spingono. Ho voglia di vederla.

Ancora bagnato, mi stringo un asciugamano verde alla vita. Strizzo i capelli, preparo una scusa qualsiasi.

Sono rimasto chiuso fuori, potrei dire.

Sul pianerottolo il portone è socchiuso. Identico al mio. Lo spingo col braccio di lato. Cammino sulle punte. Le orme d’acqua si stampano sul parquet.

Seguo la musica. Mi porta in salotto. Inciampo. Un pacco cede sotto il piede, il corpo va avanti da solo.

Tonfo.

Il suono rimbalza sulle pareti nude e la musica si spezza, come un nastro strappato via. Silenzio.

Poi una voce, da dentro:

«L’ ultima scatola, quella con la C…segnata a pennarello, la metta in cucina, per favore.» Resto fermo un secondo di troppo, con l’asciugamano che scivola.

Poi annuisco a nessuno e sollevo il pacco. Cartone ruvido, nastro tirato male.

Lo porto dove mi ha detto.

Non sapendo cosa fare, eseguo. E mi dirigo verso la cucina. Torno nel soggiorno e mi affaccio da metà porta.

«Scusa… abito accanto. Ho visto la porta aperta e volevo chiederti un favore.» Mi guarda.

Non sembra sorpresa. Né infastidita. Solo divertita.

Lo sguardo scende lento dall’asciugamano ai piedi bagnati. Alle gocce sul parquet.

Poi torna su.

«Dicevi?» Deglutisco.

« No… cioè, sono rimasto chiuso fuori. Pensavo… magari dal tuo balcone?» Mi sento ridicolo mentre lo dico. Mezzo nudo. In casa d’altri.

Lei si alza.

Il pianoforte resta dietro di lei, aperto come una bocca. Fa un passo. Poi un altro.

Cammina lenta, senza fretta.

I capelli si spostano appena quando inclina il capo. Sorride.

«Bugiardo…»

La parola non è un’accusa. È quasi una carezza. Arrossisco: «Non capisco.»

Si avvicina ancora.

Adesso è troppo vicina perché io riesca a pensare con ordine.

«Da quanto tempo vivi qui?»

Detta così, a bassa voce, sembra un’altra domanda.

«Dieci anni» lo dico e già so che è la risposta sbagliata.

Lei inclina appena il capo, come per ascoltare meglio una bugia che conosce già.

«In questo palazzo non ci sono balconi.»

Pausa.

«Allora dimmi la verità.»

Il suo sguardo resta fermo su di me. Curioso. Non giudica. Mi studia.

Sento qualche goccia d’acqua scendere lungo la schiena, infilarsi sotto l’asciugamano. Un rivolo arriva al ginocchio e cade sul parquet.

Tic.

Alzo le mani, arrendendomi.

«Ero in vasca. Ho sentito una musica …»

Non servirebbe aggiungere altro, ma continuo lo stesso:

«Mi ha preso. Quando sono uscito, la porta era aperta. Sono entrato.» Un angolo della sua bocca si muove.

«E’ una scusa assurda.» Fa un passo verso di me.

«Però mi piace.» Silenzio breve.

«Dimmi una cosa… che ne pensi della vicina che suona Einaudi.» La domanda mi attraversa. Capisco tardi.

«E’ …» esito un attimo, poi salto. «È bellissima.» Adesso sorride davvero.

«Sono Isa»

Mi tende la mano.

«Tito.»

La stringo. La sua pelle è calda. La mia bagnata. Per un istante resta qualcosa. Una scossa breve. Trattenuta.

«Vuoi un caffè?» Annuisco.

Guardo il salone. Grande, quasi vuoto. Solo il pianoforte al centro.

Quando torna è a piedi nudi. Una vestaglia bianca di seta. In controluce sembra nuda. Mi passa la tazzina tra le mani. Ci soffia sopra: «Attento, brucia.»

Sento l’aroma del caffè. E quello, più sottile, dell’intrigo.

Scivolo senza accorgermene. Isa si avvicina.

Appoggia l’orecchio al mio petto, resta un istante. Come se stesse ascoltando qualcosa che io non sento. Le dita scorrono sulle spalle. Lente. Poi più sicure.

Il nodo della vestaglia cede quasi da solo. Il tessuto si apre appena.

Non abbastanza per vedere. Abbastanza per immaginare. Solleva il viso.

I suoi occhi non chiedono.

Mi prende il labbro inferiore tra i suoi. Piano. Poi più forte.

Il respiro cambia ritmo. Si spezza. Si rincorre.

Le mani cercano. Trovano pelle. Calore. Un punto dove fermarsi. E non fermarsi più. La musica continua. Lontana.

O forse dentro la testa. Il mondo si stringe.

C’è solo il contatto. Il peso. Il calore che cresce. Poi qualcosa accelera.

Le mani diventano fretta.

Il respiro corto. L’aria non basta più. La stanza si piega.

I contorni si sciolgono. Acqua.

Fredda.

Troppo.

Il cuore martella contro qualcosa che non risponde. La luce si rompe in frammenti.

Una voce. Lontana. Come da un’altra stanza.

E poi niente.

Ore venti.

Mi ritrovo sul letto della mia stanza.

Un uomo in camice è seduto di lato. Scrive qualcosa senza guardarmi davvero. Martina non sta ferma un secondo. Cammina avanti e indietro, le braccia sono strette al petto.

Provo a parlare .

La voce non esce. Solo aria.

Il dottore mi punta una luce in faccia.

«Mi sente?»

Annuisco. O almeno credo. Martina si avvicina di scatto.

Si china su di me. I capelli mi sfiorano la guancia.

«Ehi… ci sei?»

Chiudo gli occhi un’istante.

Quando li riapro, resta solo un ronzio. E sotto, lontanissima, la musica.

Ore ventuno.

Suona il campanello. Passi nel corridoio.

Una ragazza entra. Non la riconosco. Accenna un saluto. Si siede al piano. Mi dà le spalle.

Le dita esitano un istante sopra i tasti. Poi scendono.

La musica riempie la stanza. Non è Isa.

Isa è rimasta lì dentro. Tra quelle note. Come se non fosse mai uscita.

Io invece sono qui.

Fermo.

Sono inchiodato a questo letto da due anni.

Il corpo non risponde, Non si muove. Non chiede. Due anni così.

Solo gli occhi, a volte. Il resto è silenzio.

La chiamano sindrome di Guillain-Barrè. Arriva piano. Dalle mani.

E sale.

Come acqua fredda.

Quando non hai più un corpo da governare, ti resta quello che senti. E quello non puoi spegnerlo.

La musica continua.

Avrò davanti forse un’altra primavera.

Fino ad allora voglio trattenere tutto ciò che una parola, un brano possono darmi. Anche se significa mettere a rischio il mio cuore che vuole vivere e morire d’emozioni.

Loading

Lascia un commento

Devi essere registrato per lasciare un commento.