Premio Racconti per Corti 2026 “Una bella persona” di Damiano Battistoni
Categoria: Premio Racconti per Corti 2026“Il presente racconto è iscritto anche alla sezione «Corti». In caso di (una remota) selezione, si affida alla sensibilità professionale del regista la scelta delle parti da trasporre come voce narrante o scene d’azione, inclusa la facoltà di apportare tagli o modifiche necessari all’efficacia della trasposizione cinematografica.”
Salvatore Russo, trentacinque anni, ha un importante incontro di lavoro proprio in giornata. Al momento è sotto la doccia, dopo essersi allenato intensamente tra tapis roulant, esercizi a corpo libero e pesi.
Per Salvatore, lo sport non è svago, ma prevenzione; e allenarsi costantemente è l’unico modo che conosce per esorcizzare l’ombra di quell’infarto che gli ha portato via la madre troppo presto.
Ma la sua è una guerra su due fronti: sa anche che il corpo di suo padre è stato tradito da un tumore alla prostata.
Così, prima di uscire dalla doccia, Salvatore si dà all’autoerotismo. Una precauzione contro il pernicioso ristagno in una ghiandola che, temeva, potesse diventare una condanna anche per lui.
Certo, uno come lui avrebbe potuto permettersi una escort di alto livello. Ma tradire Angelica, la sua fidanzata, che per un paio di giorni non avrebbe potuto incontrare per l’importante impegno di lavoro che lo attendeva, era un peso che non avrebbe sopportato; e in fondo si sentiva troppo una bella persona, per permettere a una eventuale sconosciuta di sporcare l’idea che aveva di sé.
A battezzarlo con quelle parole, che Salvatore custodì da allora come un’investitura ufficiale, era stata una ragazza incontrata al rosso di un semaforo. Si esibiva con i birilli in piccoli giochi di destrezza per poi, prima che scattasse il verde, scorrere tra le auto in coda con il cappello in mano, e quando Salvatore le allungò una banconota da venti euro, lei rimase talmente folgorata da tanta generosità da esclamare raggiante:
“Ma lo sa che lei è proprio una bella persona!”, per poi improvvisare un inchino cerimonioso, come si usava un tempo davanti ai signori di riguardo.
Ora, rinvigorito da una colazione lenta e nutriente, si dedicò finalmente ai preparativi. Ogni gesto era calcolato. Quell’importante appuntamento di lavoro non ammetteva sbavature.
Quando finalmente esce dal suo appartamento in periferia, impeccabile nel suo abito elegante, non va subito all’auto; si porta invece da un fioraio a ordinare delle rose per la fidanzata, e vi allega un biglietto in cui si scusa per il fatto che, per motivi di lavoro, l’avrebbe dovuta trascurare per un paio di giorni.
Riparte di fretta scomparendo subito dopo nel portone di una chiesa.
Ne ricompare quindici minuti più tardi, ma il telefono subito lo blocca. Ascolta la voce dall’altra parte in silenzio, poi chiude la comunicazione e inverte la marcia. Fa una sosta rapida in un tabaccaio e, appena tornato in strada, da sotto il tessuto della giacca si può notare un rigonfiamento che prima non c’era.
Finalmente ha raggiunto la sua utilitaria di seconda mano. Salvatore avrebbe potuto guidare ben altro, ma le parole di suo zio erano diventate il suo mantra:
“A che servono mille cavalli se bastano quattro ruote per muoversi? L’importante è che l’auto sia sempre in ordine e pulita”
E, piuttosto, sempre come gli aveva insegnato suo zio, non era preferibile far dono del superfluo a chi ne aveva davvero bisogno?
Dopo aver guidato per mezzora preferisce parcheggiare un poco distante dal luogo di destinazione, e fare due passi all’aria aperta che fanno tanto bene alla salute.
Mentre cammina chi lo incrocia per strada non può non guardarlo con fiducia e ammirazione, tant’è bello e rassicurante.
Eccolo che si arresta davanti a una vetrina. Nel vetro, tra i manichini e le luci soffuse, scorgendo anche la sua immagine riflessa, non può non andare col pensiero ai suoi genitori. Con un gesto istintivo si dà una sistemata con una mano ai capelli, e mormora:
“Se solo potessero vedermi, oggi…”
Ma certo che lo vedevano i suoi genitori, riflette. Lui ci credeva, nell’aldilà, nel Paradiso, e se ne sentiva più che degno. Un merito costruito giorno dopo giorno seguendo i precetti di suo zio, impressi in sé come comandamenti.
Era al primo anno delle elementari appena iniziate, e tutto era precipitato in poche settimane. Un salto nel vuoto che lo aveva lasciato orfano prima ancora di imparare a scrivere bene il suo nome.
A raccoglierne i pezzi era stato Giuseppe Russo, il fratello maggiore di suo padre.
Per tutti era l’uomo che gli aveva insegnato a stare al mondo, per Salvatore era semplicemente zio Peppe; che ancora oggi, nonostante gli anni e la maturità di Salvatore, amava ripetergli:
“Ricorda ragazzo, l’abito non farà l’uomo, ma rivela sempre di che pasta sei fatto! È facile essere dei comuni babbei, il difficile è essere delle belle persone. E alle belle persone non sarà mai preclusa nessuna porta”, per poi aggiungere, dopo una di quelle pose teatrali che il nipote tanto amava: “Ma ricordati anche che tutto questo è importante non solo per la propria persona, ma per la famiglia, e la famiglia viene sempre prima di tutto e di tutti!”
Salvatore ora è davanti all’edificio dove ha l’importante incontro di lavoro. Invece di entrare attraversa la strada e si porta al bar di fronte. Scelto un tavolino fuori dal locale ordina un succo di frutta, precisando:
“Con un poco di latte, parzialmente scremato grazie”
Resta seduto finché, su uno dei balconi del condominio, non appare un telo mare rosso scarlatto. Solo allora paga e si alza.
Si ferma davanti all’ingresso. Dalla tasca della giacca, proprio dove si nota il rigonfiamento, tira fuori un pacchetto di sigarette. Lo scarta, con un gesto un po’ goffo ne sfila una e se la porta alle labbra.
Poi, rivolto all’uomo immobile oltre la porta a vetri chiusa, alzando un poco la voce, dice:
“Scusi, ha da accendere?”
La porta finalmente si apre. Il signore, sul cui volto si nota solo ora una cicatrice alla guancia sinistra, risponde:
“Scusi lei, ma le sembro il tipo che fuma?!”
“Giusto. La prevenzione è tutto a questo mondo. E a essere sincero, nemmeno io ho mai toccato una sigaretta in vita mia”, e con un gesto stizzito, accartoccia pacchetto e sigaretta nel pugno e li scaraventa via.
“Bene. Comunque, è giusto l’ora del mio caffè”, aggiunge l’uomo, ancora con la mano sulla maniglia della porta a vetro. “Le va di farmi compagnia?”
“Le sembro il tipo che beve caffè? Non lo sa che rende nervosi? Figuratevi se ho voglia di ritrovarmi a litigare con un energumeno come lei”
“Per carità! Non sembrerà, ma sono un pacifista. E poi mi lasci aggiungere che, di solito, accompagno sempre l’espresso con una buona tazza di camomilla”, e ora è lui a dare una strizzatina d’intesa con l’occhio destro.
Salvatore sorride divertito, poi aggiunge:
“Ben detto. E mi lasci ribadire che la prevenzione è davvero tutto”, e ricambia l’occhiolino. Poi resta a guardare l’uomo dalla vistosa cicatrice che si allontana, lasciandosi la porta spalancata alle spalle.
Salvatore ha appena raggiunto l’ultimo piano. Davanti a lui, una porta blindata di un bianco immacolato. Appeso sopra lo stipite, un Sacro Cuore di Gesù lo fissa. Salvatore resta immobile, sembra quasi in preghiera, o forse ha solo la mente altrove, persa lontano da quel pianerottolo.
Che la porta gli venisse aperta lo dava per scontato, benché si sapesse quanto fosse allora assorto in tutt’altre faccende; e il che, certo, avrebbe potuto destare sospetto. Eppure, si ribadiva ancora, con un impeto di istintiva certezza, che a lui non si sarebbe potuto non aprire.
Alla fine si scuote. Inspira a fondo, più volte, poi repentino apre la giacca e calza guanti di pelle nera; attende che il battito rallenti, poi, con un primo tentativo incerto, preme il campanello. Uno, due, tre volte. Infine arretra e si piazza al centro della porta: sa che verrà esaminato al di là dello spioncino.
Dopo qualche minuto finalmente la serratura ha una serie di scatti metallici. La porta massiccia si apre su un uomo distinto, avvolto in una giacca da camera di seta bianca e candida come latte. Accoglie il ragazzo con un sorriso cordiale e sorpreso chiede:
“Cosa ci fai qui?!”
Ma lo sguardo gli è appena caduto sui guanti neri e le spalle cedono e il terrore ha la meglio su ogni dignità dell’uomo, mentre una macchia scura si allarga rapida sul bianco dei pantaloni, anche questi di seta.
Salvatore fa un subitaneo passo indietro e con un unico movimento fluido estrae dalla fondina ascellare una pistola con silenziatore.
Tre colpi sordi e la testa dell’uomo esplode come un frutto maturo proiettando sangue e materia cerebrale fin quasi ai piedi del ragazzo.
“Mi dispiace, zio Peppe. Ma me l’hai insegnato tu: la famigghia prima di tutto”
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