Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti per Corti 2026 “Le disavventure di Rolando” di Attilio del Giudice

Categoria: Premio Racconti per Corti 2026

Sto al bar Gorizia. Sono le 11. A momenti dovrebbe arrivare Saverio che si prenderà cura del mio cane (ho la sua parola) durante la mia probabile permanenza in carcere. Domani comincia il processo e per me le cose si sono messe male. L’avvocato è stato chiaro.

Mi chiamo Rolando e insegno, anzi insegnavo, Filosofia e Storia al liceo classico Ippolito Nievo.

Esattamente un mese fa, di giovedì, avevo l’ultima ora in terza C. Al suono della campanella gli studenti uscirono tutti col solito baccano. Invece Mirella restò in aula e mi disse che doveva chiedermi un parere. Questa Mirella  mi è simpatica per una sua sfrontatezza anarcoide. Aveva fatto, peraltro, una tesina sulle accezioni fondamentali del Positivismo di Comte, rivelando un talento, che raramente trova riscontro negli interessi e nelle attitudini giovanili. Sapeva che la stimavo.

“Allora, che mi volevi chiedere?”

“Voi filosofi, vi interessate anche di Estetica, vorrei sapere che ne pensi, tu, che sei un filosofo, delle mie gambe”.

Doveva essere una delle sue solite provocazioni. A questa ragazza piaceva creare situazioni imbarazzanti e paradossali, lo avevo notato in svariate circostanze.

“Mirella, ma che domande fai? Come ti vengono in testa? Sei strana. Che ti devo dire? Sono belle, almeno mi pare, non posso giudicare con i pantaloni.”

Questa fu un’imprudenza imperdonabile. Infatti la ragazza in un baleno si abbassò i jeans e mostrò le cosce alte e ben tornite. In quel momento entrò Arturo, il bidello.

Non ve la faccio lunga: da quella ferale coincidenza cominciò fatalmente l’ineluttabile discesa agli inferi. Il preside, debitamente informato, andò certamente in sollucchero. Lui mal sopportava che gli allievi non mi chiamassero “professore”, mi dessero del tu e che io non portassi i calzini, tutto a discapito della dignità dell’istituto. Naturalmente gli importava un fico secco che i miei allievi amassero la storia e, perfino, la filosofia. Non aveva il coraggio di affrontare a viso aperto qualsiasi questione che mi riguardasse, ma diventava eloquente e perfino volgare nell’ingiuriarmi alle spalle, coinvolgendo all’ascolto un paio di docenti segnatamente ipocriti e lecchini.

Fui immediatamente sospeso dall’insegnamento e la famiglia di Mirella avviò la denuncia per abuso e molestie sessuali con una minorenne.

Io pensai che Mirella al processo avrebbe certamente spiegato come erano andate le cose, che io non avevo fatto abusi di nessun genere ed ero stato sempre corretto con tutti, ma l’avvocato mi ha detto, col suo fare un po’ apodittico, che se Mirella al processo esponesse i fatti come realmente sono andati, si sospetterebbe il plagio. Peraltro il successo che avevo con gli studenti e che toccava insieme alla formazione culturale, anche le corde emotive di ragazzi poco più che adolescenti, a me indubbiamente legati, (della qual cosa si era parlato più volte in sala professori con accenti chiaramente meschini e con una malcelata invidia), avrebbe alimentato inevitabilmente tale sospetto. Insomma la situazione si sarebbe aggravata in maniera esponenziale e che a me converrebbe una sorta di pentimento e ammettere un certo interesse per le gambe della ragazza, anche se non avevo abusato. Del resto non ne avrei avuto il tempo, perché il bidello era entrato nell’aula pochi minuti dopo il suono della campanella. “Questo- ha detto l’avvocato – almeno si poteva dimostrare”.

Per la verità non fui per niente convinto del consiglio dell’avvocato, anzi quel consiglio mi ripugnava e pensai che mi sarei comportato diversamente. Come? Ancora non ho deciso. Tra le cose che maggiormente temo è il dovermi vergognare di me stesso, il dover mentire, per esempio, allo scopo di ottenere con assoluta viltà una pena più mite. L’avvocato aggiunse che avrebbe fatto il possibile, ma non poteva promettere niente, perché avevamo pochi elementi a mio favore. E, poi, i miei modi democratici e amicali con gli allievi e, perfino, la mia abitudine di indossare i sandali senza calzini anche d’inverno, mi avrebbero fatto apparire un tipo eccentrico, stravagante, la qualcosa certamente non mi avrebbe aiutato. Ma io, ripeto, non me la sento di ammettere niente, proprio niente. Costi quel che costi!

Vi farò sapere. Non mi faccio illusioni. Il mio credito appartiene esclusivamente alla ottusità della sorte.

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