Racconti nella Rete®

21° Premio letterario Racconti nella Rete 2021/2022

Premio Racconti nella Rete 2022 “Fantosmia” di Marco Ruggiero

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2022

Sono con mezz’ora d’anticipo ma non aspetto per strada. C’è odore di umido in fermentazione, di un passaggio con i finestrini aperti davanti ad una discarica. E poi chissà se è vero!

Citofono, spingo, salgo, suono, apro.

Annuso quel che resta della folata alcoolica che mi ha pedinato dall’asfalto al marmo del pianerottolo.

Entro, chiudo, silenzio.

Sfuma quel fetore nel sandalo e nel fumo che serpeggia da una brace appena spenta di un camino che non c’è.

Respiro.

Mi piace la luce che c’è in questo posto. Guardo il pulviscolo che galleggia su una lama di sole, polvere di fata. Chissà che odore ha? Il resto è rovere antico, libri ingialliti ma ordinati, poltrone di pelle e parquet a doghe larghe. È la mia camera di decompressione, è la sala d’attesa del mio psichiatra.

Fantosmia, mi ha detto, allucinazioni olfattive. Una parola immersa in un odore di medicinale e ammoniaca.

Per me era solo l’odore dei sentimenti.

Siedo in un angolo tra due librerie. Dovrei leggere qualcosa ma tra due pareti di libri mi sento osservato. Sembra che loro vogliano leggere me.

Sorrido, distendo le gambe massaggiandomi le cosce. Nemmeno quarant’anni e due piani di scale mi fanno bruciare i muscoli. Nemmeno quarant’anni…

Fantosmia. Il silenzio è la cura, il silenzio e l’immobilità. Ci ho messo tempo a risolvere quest’equazione: ciò che è immobile non vive, ciò che non vive non fa male e quindi non puzza, ma non fa nemmeno bene se non vive e quindi non odora. Quindi il silenzio e l’immobilità… questa stanza è la cura… ma sa di sandalo, di brace -respiro-, di carta asciugata dal tempo. Quindi odora, quindi è viva, ma non fa male.

Anche se sono certo che ciò che adesso non fa male prima o poi può iniziare a farlo e ciò che profuma prima o poi può smettere di farlo. Emma lo ha fatto.

Emma odorava dell’albero di fico del giardino dei miei nonni. Non uno qualunque, quello! Sapeva della mia pelle bruciata dal sole, della canottiera bianca sporca di terra, dei pantaloni corti, di ginocchia sbucciate, del tempo che sembrava non passare; erba secca, pallone, nonna che mi chiamava per il pranzo e io che mi arrampicavo sul fico in fondo al giardino. Con le mani appiccicose, la testa tra le foglie, il fiatone, respiravo quel fico come poi, con la testa tra i suoi capelli, il cuore in gola, respiravo Emma, che aveva un buon odore, sapeva di un’estate infinita che poi è sfumata impercettibilmente in una casa tutta nostra, in una cena su uno scatolone, a far l’amore su un lenzuolo che sapeva di pulito, steso sul pavimento. Emma iniziò a sapere di quello, di pulito, di panni stesi al sole, di vele bianche e detersivo, spiegate su una terrazza condominiale. Eravamo felici in quel momento, al punto da non essere più sufficienti a noi stessi.

Penso ad un raro ricordo delle elementari. La mia classe, l’odore di polvere di gesso e merendine, la maestra che graffia sulla lavagna due grossi cerchi che si toccano in un punto. In uno scrive in stampato maiuscolo IO, nell’altro TU. Nel punto d’intersezione, ci guarda e in coro diciamo «NOI».

Noi… io non potevo contenere te, tu non eri in grado di contenere me. Ci siamo uniti e, a quel punto, noi potevamo contenere un qualunque numero da due all’infinito e chili di borotalco su quella pelle morbida, notti insonni, pannolini, passeggini, febbre, baci e risa -tante risa- che, tra quelle quattro mura, sapevano di vita e borotalco.

Fuori c’era l’odore dello scampato pericolo, quello delle gomme bruciate da una frenata. Non era un buon odore -è vero!- ma almeno non era quello delle lamiere contorte, della benzina sversata. Era comunque un odore forte ma una volta chiusa la porta c’era solo il borotalco, oltre alle bollette, al mutuo, alla revisione della macchina, alla babysitter, alla scuola, ai libri, piscina, inglese, pianoforte.

Cambio lavoro, entro in un nuovo ufficio, tappandomi il naso e sorridendo all’odore di latte rancido che emanava il mio capo. Non berrei mai il latte irrancidito, già l’odore ti dice che non ti puoi fidare, che ti farà male e che passerai serate intere seduto su quella sedia e rivedere un progetto senza speranza di successo. Ma una sniffata di borotalco costa più della coca. Ho tappato il naso e mandato giù lunghe sorsate di quel latte avariato, ad ogni ora.

Emma in tutto questo si confondeva in quell’odore. Ogni tanto mi arrampicavo ancora su quel fico e immergevo la testa in quei panni, ma poi gli occhi mi si chiudevano e noi -io e te- incominciammo a odorare di sonno, di stanza chiusa al mattino. Per un po’ ho sperato che il tempo trovasse per noi una soluzione, poi ho provato a cambiare qualcosa. Ho aperto una finestra pensando che la luce potesse sciogliere un sorriso dal tuo viso, e che portasse un refolo di vita, un profumo nuovo in quella stanza. Ma quando mi sono voltato tu non c’eri già più, la tua sagoma nel letto era solo un mucchio di panni sporchi, lordi di mesi di bugie e tradimenti.

Maledetta luce. In quella stanza il sonno aveva lasciato spazio all’odore del ferro che ti riempie il naso quando sanguini, di rotaie dei treni arroventate al sole -penso sia questo l’odore dell’ingiustizia- mentre nel resto della casa, ancora borotalco.

A quel punto di risa non ce ne sono state molte. Emma era diventata altro rispetto a ciò che credevo di conoscere. Inizialmente qualche senso di colpa mitigò le sue parole, poi una nuova consapevolezza le rese taglienti e, di pari passo, la vidi arroccarsi su un colle, in una posizione che a primo acchito considerai di difesa, ma che le sue parole, i suoi gesti, le sue accuse, trasformarono ben presto in una posizione dominante ed io, il tradito, divenivo l’istigatore al tradimento. Vittima e carnefice. Maledetta luce.

Allora ho preso la decisione più difficile e dolorosa che potessi mai immaginare: ho deciso di restare, di smettere di annusare il mondo -di inalare merda- pur di sorridere al saggio di danza, di vedere un cartone animato, di addormentarmi soffocato da un peluche, di studiare le addizioni a tre cifre con il riporto.

Ho smesso di annusare, è vero, ma non di respirare, quello non potevo farlo, e respirando gli odori entrano, forse meno rispetto a quando annuso, ma entrano.

Fantosmia. Non più il fico né i panni puliti -quelli erano nostalgia- Emma aveva iniziato a odorare di naftalina e lacca, di immobilità, di capelli di nonna e calze spesse ed io respiravo, a piccoli atti, rapidi e brevi. Ho accumulato senza accorgermene, ogni giorno, poche molecole di odore che si sono depositate in piccole pozze immobili, in piccole metamorfosi costanti, quotidiane, avvenute nel silenzio e nella disattenzione che mi ero imposti. Poche gocce di naftalina e lacca, poche ma costanti -insistenti- sono scivolate trasformando l’immobilità in movimento, in fuga. Ho aperto la porta e sono andato.

La porta in fondo al corridoio si apre con uno scatto, scuotendo il silenzio della stanza. «Arrivederci signora, proseguiremo mercoledì». Dei passi ticchettanti si mischiano ad una voce femminile secca che ricambia il saluto. Una donna, spigolosa come la sua voce, sfila rigida nel suo tailleur rosa e scompare lasciandomi nell’odore e nella consistenza di una Big Babol masticata troppo a lungo; non è spiacevole, è solo sdolcinata e indurita.

«Buonasera, anche oggi in anticipo… bene!» esordisce il dottore guardando l’orologio e invitandomi con il gesto del braccio a seguirlo nello studio in fondo al corridoio.

«Sono soddisfatto nel vedere che inizia prenderci gusto» dice con un sorriso complice. Penso si riferisca al fatto che sono in anticipo, quasi smaniassi. Evito di deluderlo dicendogli che è stato un caso e che in realtà tutto avrei voluto fuorché essere lì, ad annusare il suo dopobarba al rosmarino. Mi giro verso la sala d’attesa, la luce soffusa, i libri, inspiro un’ultima boccata di sandalo e brace appena spenta, e lo seguo nel suo studio.






6 commenti »

  1. Molto bello e ben scritto, è così ricco che non trovo le parole per commentarlo…mi viene in mente solo una definizione: flusso di coscienza sensoriale.

  2. Rossella Porzano, hai colto nel segno… è “nato” in un momento nel quale nella mia testa si rincorrevano un’infinità di pensieri, e il racconto ne ha preso il ritmo. Grazie per il bel commento.

  3. Un racconto che è un susseguirsi di emozioni e di odori. Man mano che la lettura procede, la curiosità di scoprire quale odore sia associato a ogni sensazione e a ogni personaggio. Un’idea originale realizzata con grande sensibilità. E il bello è che sembra davvero di percepirli tutti questi odori mentre si legge, quelli buoni e quelli meno piacevoli.

  4. Una tempesta di sensazioni, di percezioni sensoriali, che ti prendono, che ti sembra di inalarle. Ritmo tambureggiante che non fa alzare la testa, non vedi l’ora di passare al paragrafo successivo. Davvero ben scritto, descrizioni essenziali che colgono nel segno. Complimenti, veramente un bel racconto.

  5. Bel ritmo, che invita alla lettura. Complimenti.

  6. Grazie Sofia Ricci, Andrea Fasanella e Fabrizio Biuso per i bei commenti. Sono contento vi sia piaciuto.

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