Racconti nella Rete®

21° Premio letterario Racconti nella Rete 2021/2022

Premio Racconti nella Rete 2022 “Il falso invalido” di Marco Ruggiero

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2022

Mia madre diceva sempre che io ero falso, falso e pigro, proprio come mio padre. Mi urlava contro, stramaledicendo me e la mia pigrizia oppure mi fissava a lungo, con gli occhi che sembravano dipinti. Era del tutto simile ad uno dei ritratti appesi in salone: gente elegante, rigida e con gli occhi severi, immobile e ben centrata nelle cornici. Un giorno una maestra mi chiese di disegnare mia madre: graffiai su un foglio una donna asciutta, poche linee, un cerchio, e una cornice dorata intorno. Avevo appena cinque anni.

Mia madre mi urlava contro, con il suo viso magro e arcigno, urlava e fumava: inspirava lentamente, anche se sembrava ci mettesse molta forza perché la brace si accendeva a lungo, poi dopo qualche secondo staccava la sigaretta dalle labbra e lasciava che il fumo uscisse dal naso o da un angolo della bocca, come un drago… e poi urlava che ero falso, falso e pigro e malediceva mio padre e il seme che mi aveva generato.

Dal canto suo, mio padre doveva essere un poveraccio, un giovane spiantato o qualcosa di simile, che doveva essere rimasto abbagliato da quelle cornici dorate al punto da non rendersi conto del dolore che racchiudevano. Lei diceva che per lui si era messa contro la sua famiglia, perché lui era niente mentre lei era Ludovica Albrizzi de Rivera, come lo era ognuno di quei dipinti in salone. Mi dissero che la nostra famiglia contava un numero indefinito di prelati, di generali, e addirittura una monaca in odore di santità.  Nessuno si prese però la briga di spiegarmi che la nostra era una nobiltà decaduta, ed io crebbi nell’idea di essere figlio di una contessa e di una nullità. Anche se un dubbio mi sarebbe dovuto venire: lei in salone non c’era, come d’altronde non c’era mio padre. Tuttavia, invece di diffidare, mi trovai a dispiacermi per lei e per il suo triste destino. Così un giorno presi il disegno che le avevo fatto, e lo attaccai con la colla su una parete del salone, tra nonna Ludovica e Terenzio Corinaldi de Rivera Festi. Tutti importanti. Tutti decaduti.

Mia madre spesso parlava di sé chiamandosi per nome, Ludovica, e sembrava che per lei quel nome fosse tutto. Iniziai così, credendo di farle piacere, a chiamarla Ludovica e ad immaginarla intenta a combattere per mio padre, così come avrei voluto facesse per me.

Avevo cinque anni. Le mie gambe correvano veloci e spesso scappavo nella speranza che mi inseguisse ma lei rimaneva immobile sotto un albero del giardino. Mi inseguivano solo le sue urla. Io fingevo di non sentirla e lei mi gridava che ero bravo solo a scappare, proprio come mio padre.

Di mio padre ricordo solo il suono, non la voce, le mani o gli occhi, ma il rumore zoppo dei suoi passi. Ricordo quel TOK sordo e paterno, che faceva così: TOK-TOOK! Nessun altro penso facesse come lui.

Ludovica diceva che lui non era zoppo, era solamente pigro e che quel piede che si sforzava di lanciare avanti, era in verità più sano di lui.

A me non sembrava così bravo a scappare, quel TOK-TOOK! era lento, lo avrei preso senza alcuna difficoltà. Ma forse Ludovica aveva ragione, i grandi non hanno mai torto, e poi chi urla la ragione se la guadagna sul campo.

Ascoltai quel suono per quattro anni, poi improvvisamente sparì e Ludovica iniziò a dire che ero qualunque cosa le venisse in mente, come mio padre e il seme che mi aveva generato.

Io ero contento di assomigliargli, ma assomigliavo a chi? Io non lo ricordavo, ma Ludovica diceva che eravamo uguali, pigri e falsi da generazioni.

Lei urlava e le sue grida erano convincenti. Doveva essere proprio vero che ero come lui. Ma se eravamo così simili, perché ancora non lottava per me?

Ancora non mi spiego lo stupore che vidi sul suo viso quando a sei anni, anche io iniziai a trascinare una gamba. Non era lei a dirmi che ero tutto mio padre?

Inizialmente, zoppicare mi sembrava faticoso e pur sforzandomi non riuscivo a fare un TOK-TOOK! come si deve: spesso era solo TOK-TOK oppure un frettoloso TOKTOK. Poi mi abituai a portare la stampella e a strusciare il piede e, dopo un po’ di allenamento, ho iniziato a faticare la metà, muovendo una gamba anziché due.

Ludovica sembrava stupita e forse un po’ preoccupata. Io non ne comprendevo il motivo.

Non capivo perché mi portò da decine di dottori. Quale madre porterebbe suo figlio dall’oculista perché ha gli occhi che assomigliano a quelli del padre o dall’otorino per il naso del nonno? Ludovica era differente, lei voleva la certezza che assomigliassi a mio padre. Lei non si fidava di nessuno: urlava, fumava e attraverso quella nebbia bruciata voleva capire e voleva che un medico le confermasse che ero solamente falso e pigro, come la buonanima di mio padre.

Ricordo ancora l’espressione sconfitta sul suo viso quando il dottore gli consegnò un foglio con la scritta zoppia di ndd da rivalutare a tre mesi. Ricordo anche che mi disse che ndd significava non deve disubbidire e che era il caso quindi che interrompessi quella farsa e smettessi di zoppicare.

Facile a dirsi: ti pare semplice smontarsi gli occhi del padre per mettere quelli della madre… mica è un vestito!

Disse anche che il medico confermava che non c’era motivo perché zoppicassi.

Ma per me tutto questo non era un problema: ero fiero di assomigliare a mio padre, fiero della mia stampella colorata e di quel TOK-TOOK! che sapeva di casa. Ludovica aveva lottato contro la sua famiglia per quel suono sordo e ripetitivo… adesso avrebbe lottato anche per me!

Mi sentivo un privilegiato quando a scuola prendevo l’ascensore mentre tutti gli altri si arrampicavano per le scale, schiacciati dal peso dello zaino; mi piaceva sedere al primo banco. Quando gli altri bambini giocavano con i fucili, a me bastava puntare la stampella, mirare, togliere la sicura e premere il grilletto per vederli cadere tutti, uno dopo l’altro. Io avevo il mio fucile sempre con me, era un’arma infallibile, la stessa di mio padre, e a mia madre questo non piaceva: la mia carabina doveva sparire!

Ricordo che era una domenica, avevo otto anni, la casa era già sveglia e il sole fuori doveva essere alto e luminoso. A pensarci, quanto mi mancano quelle domeniche molli e pigre, senza studio e senza altro impegno se non il pranzo.

Ricordo che quella era una domenica così, molle e pigra, come me che in quel momento ero nel letto, sveglio senza nessuna voglia di alzarmi. Dal salone giungeva la voce accalorata di Ludovica e di Ettore, uno dei suoi nuovi compagni. Ettore era un uomo buono, sorridente e premuroso, ma non era mio padre. Ettore non zoppicava. Dal tono sembrava discutessero di argomenti importanti. Udii il rumore della porta che si apriva, una luce rossa diffuse sulle mie palpebre serrate e sentii un rumore metallico da un lato della stanza. Aprii gli occhi e vidi sfilare l’ombra di mia madre, con la mia stampella in mano.

Iniziai a gridare Laura! Laura! Laura! Mia madre corse in camera impaurita, spalancò la finestra e mi chiese con uno sguardo confuso cosa fosse successo e soprattutto chi fosse Laura. Le dissi, seduto sul letto, che se non mi avesse riconsegnato la mia stampella per me lei non sarebbe stata né mammaLudovica ma semplicemente una Laura qualunque.

Laura corse in salone sbattendo le porte e dopo qualche urlo Ludovica ritornò in camera con la mia stampella colorata in mano e una sigaretta lampeggiante stretta tra i denti. La lasciò sul letto e se ne andò sbattendo la porta e maledicendo la mia genealogia dalle radici sino alle foglie. Ma io ero sollevato di riavere la mia stampella, la lucidai con il lenzuolo, la impugnai saldamente, mirai ad una mosca che si muoveva nella penombra vicino al lampadario, tolsi la sicura ma la mosca uscì in giardino, prima che potessi sparare. Misi nuovamente la sicura e la seguii, zoppicando, con un occhio chiuso e il mio fucile puntato. Camminai nell’erba fino al limite del giardino. Mi fermai sul ciglio di una buca profonda. Ludovica mi aveva detto che stavano facendo dei lavori per le tubature dell’acqua. Una farfalla si poggiò sulla ruota di una ruspa addormentata dall’altro lato della buca. Alzai il mio fucile, tolsi la sicura. Era troppo distante, la vedevo a malapena. Feci mezzo passo in avanti, trattenni il respiro e sparai. BUM!

Precipitai sul fondo della buca sbattendo la testa su un tubo di ferro appena coperto da una spolverata di terra. Sentii un dolore acuto, uno schiocco dentro al cervello e un liquido caldo iniziò a colarmi tra i capelli, quasi stessi piangendo dal foro sbagliato. Quasi contemporaneamente urlai. Un grido acuto che da qualche parte ancora mi rimbomba nella mente… Qualche metro più in alto, il viso di Ludovica: teso e contratto in una smorfia di paura. Sembrava vecchia e arruffata, con una ciocca che nella corsa doveva esserle sfuggita dal fermacapelli in madreperla. Le sue labbra tremavano e i suoi occhi correvano da una parte all’altra del mio corpo. La vidi franare nella buca e sentii le sue braccia stringermi. Credo di non ricordare nessun’altra sensazione simile a quella, prima di quest’evento. Mi ha sollevato. Ettore ci ha tirati su, sdraiandosi sull’erba e allungando le mani sino ad afferrarci. Ricordo che Ludovica mi portò in bagno, mi lavò. Un dottore mi visitò e disse a mia madre di tenermi riguardato per un paio di giorni. Io mi addormentai. Mi svegliarono due braccia strette intorno al mio corpo e un respiro caldo sul mio collo. Ludovica mi abbracciava e continuò a farlo fino ad addormentarsi. Quando ci svegliammo, Ettore aveva preparato la colazione. Mangiammo insieme. Nessuno parlò dell’accaduto. Ludovica era seduta accanto a me e mi imburrava una fetta di pane. Mi guardava con una luce calda negli occhi. Io le sorrisi. Dissi che dovevo andare in bagno. Mi alzai. Lei mi avvicinò la stampella. Io la presi, feci qualche TOK-TOOK! sotto lo sguardo vigile di mia madre e di Ettore. Poi mi fermai. Lasciai la stampella, sorrisi guardando mamma e corsi lungo il corridoio, veloce, come non avevo mai fatto.

4 commenti »

  1. Questo racconto è uno sguardo delicato e profondo sulla psicologia del bambino, sul suo bisogno di riconoscersi in qualcuno, sul suo desiderio di essere visto, apprezzato e amato. C’è tanto dentro: una genitorialità difficile, la mancanza della figura paterna, le frustrazioni degli adulti riflesse nell’interpretazione del mondo dei figli. Bello!

  2. Grazie Sofia Ricci per il bel commento

  3. La prima cosa che mi ha colpito è l’introduzione sui nobili decaduti; in un altro racconto ho scritto qualcosa di molto simile.
    La storia che hai sviluppato è molto interessante e concordo con il commento di Sofia. Complimenti

  4. Ciao Fabrizio Biuso, grazie per il bel commento. Mi piacerebbe leggere il racconto al quale ti riferisci. È un tema che ancora mi piacerebbe sviluppare.

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