Racconti nella Rete®

21° Premio letterario Racconti nella Rete 2021/2022

Premio Racconti nella Rete 2022 “Sabato” di Giovanni Carulli

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2022

Maggio 2020. Questo è il mio ultimo turno di guardia, ed è un turno di notte. Tra un mese andrò in pensione, dopo quarant’anni di lavoro. Spero che la notte scorra tranquilla, senza particolari urgenze. Finora, per fortuna, non ho ancora ricevuto alcuna richiesta di intervento e gli ammalati, man mano, si sono addormentati. 

   Intorno alla mezzanotte, mentre gli infermieri del mio reparto preparano tutto il materiale che servirà per i prelievi e le terapie del mattino, mi aggiro con cautela nelle camere e controllo, letto per letto, che gli ammalati siano sempre nelle provvide braccia di un sonno rigeneratore, che permetta loro di dimenticare, almeno per il momento, la sofferenza che provano a causa della loro malattia.

   Fermo davanti al letto di una donna, della quale posso apprezzare il respiro regolare, noto qualcosa sul comodino. Mi avvicino e mi accorgo che è un libro. Lo prendo ed esco dalla stanza. Nel corridoio la luce del neon sempre accesa mi permette di leggere il titolo del volume tascabile che la paziente sta leggendo. Si tratta di un romanzo di Luis Sepulveda: “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”. Sento un leggero brivido e una grande nostalgia. Sepulveda è morto a Oviedo proprio un mese fa, ucciso da un nuovo virus che miete molte vittime. Per me, come per tanti altri lettori, è stata una perdita incommensurabile. Il suo impegno civile è stato un insegnamento per tutti gli uomini che amano la libertà, e la sua prosa ci ha affascinato con le parole di tanti romanzi. Questa è la nostalgia, che forse mi spingerà a rileggere qualcuna delle sue storie. Ma c’è anche il brivido, una sensazione di stupore.

***

   Ricordo che molti anni fa, credo nel 1998, ho letto il romanzo che ho in mano, senza alcuna interruzione, proprio durante una guardia di notte. Mi ero sistemato su una poltrona della stanza del Day Hospital, adiacente all’ingresso del reparto delle degenze. Le condizioni cliniche degli ammalati ricoverati non erano critiche e non ricevevo richieste di intervento, proprio come questa notte. Così, avevo iniziato a leggere il romanzo di Sepulveda, che avevo acquistato pochi giorni prima e che avevo portato con me, nella speranza di poterne leggere almeno alcune pagine. Nel silenzio della notte, mi ero immerso nella lettura e, poco prima dell’alba, ero giunto all’ultima pagina. La storia della caccia al tigrillo, il felino impazzito per il dolore provocato dall’inutile uccisione dei suoi cuccioli, e la particolare personalità del protagonista, Antonio José, mi avevano affascinato al punto che sentivo di non poter rimandare la scoperta del finale della vicenda. Antonio José, nell’attesa di ingaggiare la lotta finale con il pericoloso felino, leggeva una storia d’amore ambientata a Venezia. Sepulveda era riuscito a suscitare, nel mio animo, grandi emozioni, in bilico tra la suspence per il possibile attacco del felino e il dolore quasi fisico che sarebbe potuto essere provocato dall’uccisione di un animale che difende la propria libertà e il diritto di vivere nel suo ambiente naturale.

   Sfoglio il volume e scorro qualche pagina. Ripongo, poi, il tascabile sul comodino dell’ammalata e penso che la lettura di un buon libro, in un periodo di difficoltà come quello che la paziente sta attraversando a causa della sua malattia, sia un buon antidoto nei confronti della tristezza e del pessimismo.

***

   Mentre sono immerso nei miei pensieri, ricevo una chiamata dagli infermieri. Per fortuna non si tratta di una urgenza, ma solo di un invito a condividere una breve interruzione per un caffè. Marianna, un’infermiera nata a pochi chilometri dalla mia città di origine, controlla la moka. Con lei questa notte c’è Ciro, un infermiere che ama leggere nel poco tempo libero che gli resta tra i turni di lavoro e gli impegni della famiglia. Mentre sorbiamo il caffè, ci scambiamo impressioni di lettura e consigli per i prossimi acquisti in libreria. Anch’egli ha notato la presenza del libro di Sepulveda sul comodino della paziente e provo un grande piacere nel constatare che condividiamo lo stesso apprezzamento nei riguardi dello scrittore cileno e dei suoi romanzi. Come capita a due lettori che si scambiano pareri e valutazioni circa libri già letti, anche in questo momento sembra stabilirsi tra noi una specie di complicità, quasi che aver condiviso le stesse impressioni circa un romanzo amplifichi i sentimenti che quella storia ha suscitato in entrambi.

   Gli infermieri tornano al loro lavoro e io, per ora ancora privo di chiamate da parte degli ammalati, esco dall’edificio per godere del tepore della notte primaverile.

***

   All’improvviso, un ricordo struggente riaffiora nella mia memoria. Anch’esso è legato a un romanzo e, di conseguenza, a Rebecca, che quel romanzo voleva leggere.

   Avevo conosciuto Rebecca alla fine del mio turno delle visite ambulatoriali. Era stata inviata dal Medico di famiglia per il sospetto di una malattia ematologica e, purtroppo, il sospetto era fondato. Nel giro di poche ore la donna, a quarant’anni, si era ritrovata nella corsia del mio reparto con la diagnosi di leucemia acuta. Era stata sottoposta agli accertamenti di routine e, quindi, aveva iniziato la terapia. Come spesso mi è capitato, si era stabilita tra me e la paziente quell’empatia che dovrebbe sempre essere l’aspetto prevalente nel rapporto tra il medico e l’ammalato che a lui si affida. Così, avevo preso l’abitudine di andare a visitarla alla fine del mio turno lavorativo. Nel giro di qualche giorno era comparso un libro sul suo comodino. Era “Sabato”, l’ultimo romanzo di Ian McEwan, uscito in libreria solo due mesi prima. Questa scoperta mi aveva sorpreso. Anch’io stavo leggendo quel romanzo proprio in quei giorni e lo dissi a Rebecca.

   Mi sembrò felice di poter condividere con me la stessa scelta letteraria. Le chiesi a che pagina fosse arrivata. Lei prese in mano il volume e controllò la posizione del segnalibro. Cosa ancora più emozionante, scoprimmo di essere giunti alla distanza di sole due pagine. Conquistati entrambi dalla singolarità della situazione, decidemmo di scambiarci pareri e valutazioni circa il nuovo romanzo dello scrittore britannico ogni volta che io fossi andato a trovarla durante la sua permanenza nel nostro reparto.

   Notai con sorpresa che Rebecca non interrompeva la lettura nemmeno nei giorni dominati dalla febbre o da altri effetti collaterali della terapia. Non solo, ma la mia paziente manifestava una buona concentrazione pagina dopo pagina, ricordando anche piccoli particolari della vicenda narrata. Nel giro di un paio di giorni, riuscii a capire quale fosse il suo ritmo di lettura. Non riusciva a leggere molte pagine e, comunque, ne leggeva in numero inferiore rispetto al mio standard. Così, per motivi di omogeneità, mi imposi di adeguare il mio ritmo di lettura al suo. Le nostre valutazioni, le nostre impressioni non sempre concordavano. Io conoscevo bene l’autore e avevo già letto altre sue opere. Avevo il convincimento che “Sabato” fosse, tra tutte quelle che conoscevo, la meno riuscita, nonostante fosse risultata vincitrice di un premio letterario britannico. Avevo anche letto alcune valutazioni negative espresse da un noto scrittore che collaborava come critico per una importante rivista letteraria. Rebecca, invece, non conosceva McEwan prima di aver acquistato “Sabato” ed esprimeva considerazioni più favorevoli delle mie.

   Rebecca ed io avevamo fondato una specie di gruppo di lettura, seppure davvero minimo poiché costituito da soli due membri. Ero convinto che quella nostra intesa letteraria fosse un ulteriore fattore capace di fortificare il rapporto di fiducia reciproca e quell’ineffabile moto di simpatia che si era stabilito tra noi sin dal primo incontro. E poi, quei pochi minuti che, ogni giorno, dedicavamo a qualcosa di diverso dagli inevitabili discorsi circa l’andamento della sua malattia, sembravano rendere meno gravosa la sua permanenza nel suo letto ospedaliero

   I nostri incontri letterari durarono solo due settimane. Come spesso capita agli ammalati di leucemia, le condizioni cliniche di Rebecca cambiarono all’improvviso. Nel breve corso di una giornata, divenne necessario il suo trasferimento urgente in un reparto di chirurgia e, da lì, in quello di terapia intensiva. Ebbi solo la possibilità di salutarla mentre i barellieri la portavano verso l’ambulanza e quella fu l’ultima volta che la vidi.

   Mentre l’ambulanza partiva, entrai nella stanza e mi avvicinai al comodino di Rebecca. Il romanzo di McEwan, naturalmente, era rimasto lì. Il segnalibro sporgeva dal margine superiore delle pagine ed ebbi la possibilità di controllare il punto al quale la mia paziente si era fermata. Una sola pagina distante dall’ultima mia. Fui colto da una grande commozione e non nascondo, ancora ora, che non riuscii a trattenere il mio dolore. Piansi. Sapevo già, per esperienza, che Rebecca non sarebbe tornata in quella stanza e che non avrebbe terminato la lettura del romanzo. E, come temevo, il giorno successivo Rebecca ci lasciò.

***

   Ricordo bene la mia prima reazione, la sera dello stesso giorno, quando ripresi in mano “Sabato”. In un primo momento, ebbi l’impulso di metterlo via, di non leggerlo più. Però, non portare a compimento la lettura di un libro, romanzo o saggio che fosse, non era in linea con le mie abitudini. In quella circostanza, l’impulso di riporre il volume, e passare a un altro titolo, era dettato dalla mia tristezza, dall’interruzione di quegli incontri letterari con la mia paziente, e dal fatto che Rebecca non aveva avuto la possibilità di giungere alla fine della storia raccontata da McEwan. Qualcuno avrebbe ripreso il volume rimasto sul suo comodino, probabilmente il marito, e chissà se altri occhi avrebbero continuato a scorrere le pagine rimaste non lette da Rebecca.

   Il volume in mio possesso, però, meritava un destino diverso. Non quello di essere riposto prematuramente su una mensola della mia libreria. Dopo il primo impulso, dettato dal mio dolore, imposi alla mia volontà di continuare a leggere quel romanzo, di portare a termine il mio compito di lettore. Sentivo di doverlo a Rebecca.

***

   Ancora questa sera, durante questa ultima guardia, penso che la mia personale valutazione di “Sabato” è rimasta la stessa di allora. Non mi è piaciuto molto, sicuramente molto meno di altre opere di McEwan. Temo, però, che la mia valutazione sia stata molto condizionata dalla triste esperienza di essere rimasto privo della mia transitoria compagna di lettura. Chissà, forse il suo parere sarebbe stato capace di farmi cambiare idea.

1 commento »

  1. Un racconto molto toccante, ben scritto e scorrevole. Mi sembra di capire che sia autobiografico…nel qual caso sarebbe davvero commovente.

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