Racconti nella Rete®

20° Premio letterario Racconti nella Rete 2020/21

Premio Racconti per Corti 2021 “Se chiudi gli occhi sono ancora qui” di Roberto Galatro Sibaldi

Categoria: Premio Racconti per Corti 2021

Siamo in una stanza chiusa, spenta, la sola luce che entra è quella sterile di un lampadario. Una donna si sta preparando per il lavoro sistemandosi la divisa che pare essere quella di un infermiera. Si spalma del gel sulle mani, si sistema i copriscarpe, un paio di guanti in lattice, un altro. Dalla porta bussano e solo ora la vediamo in volto, mentre alza lo sguardo oltre il viso coperto da mascherine e visiera riecheggia quello che sembra l’eco di una sirena.

Lo sguardo cupo di un uomo anziano indugia fuori dalla finestra, da dove un rumore di sirena si allontana. Siamo in una casa in cui il sole illumina calorosamente tutto l’ambiente.

Sua moglie, seduta lì vicino, gli fa notare di avere dei messaggi sul telefono che non ha letto. Sullo schermo leggiamo il messaggio di Patrizia: anche oggi esce prima da scuola, la porta a casa suo babbo.

L’uomo si difende sbuffando, chiarendo che quel coso non lo sa usare bene, non è colpa sua. «E di chi allora?»

Sullo sfondo dei due intanto, nel televisore, oltre il tavolo dove lei è seduta, scorrono mute le immagini di quello che sembra un servizio giornalistico, viene mostrata una metropoli apparentemente deserta.

«Comunque tua figlia ha detto che anche oggi non vedremo nostra nipote» gli dice.

«È anche tua figlia» le fa notare sarcastico.

«Sì, ma il lavoro l’ha preso da te. Deve lavorare ancora fino a tardi.»

Da fuori intanto ancora l’eco di una sirena, stavolta più vicina.

Come per cambiare l’aria che tira, con ironia l’anziano le fa notare che quindi hanno tutto il tempo per loro. Sua moglie lo sfida stando al gioco e, maliziosa, gli chiede le sue buone intenzioni.

Istigato, non se la fa ripetere, le porge la mano facendola alzare viso a viso, sistemando con cura le mani di sua moglie sulle sue spalle e le sua lungo i fianchi di lei. Il volto falsamente concentrato tradisce un tenero sorriso. Ma anche il viso di lei è una continua smorfia, fino a scoppiare letteralmente in una sonora risata. «E adesso? Non mi pare ci sia della musica.»

Per tutta risposta, con finto fare elegante e signorile dietro le risate trattenute, inizia a fischiettare un motivo di canzone nostalgica e d’altra epoca, romantica.

Nello sfondo, il televisore ora mostra il presidente del consiglio italiano che sta parlando ai microfoni. Le immagini mute contrastano con la danza dei due coniugi, che coprono di risate sincere l’ambiente.

Nel finire il ballo cerca di farle fare un’azzardata e goffa giravolta, ma finito il mezzo giro il volto di lei cambia improvvisamente espressione, tossisce, e con la mano tesa gli fa cenno di fermarsi. Abbandonato il sorriso, si scusa ma ha bisogno di fiato, il respiro non le è tornato come prima. «Devo prendere un po’ di ossigeno» gli dice, mentre lo blocca al suo cenno di aiuto e si incammina verso la camera.

Sentiamo la voce leggera di lei che gli ricorda che a giorni sarebbe arrivato un pacco di libri per la nipote. Lui si lascia quasi cadere sulla sedia scuro in volto, mentre la porta della camera si chiude alle sue spalle.

La donna vista all’inizio è ancora in una stanza sterile, al volto mascherine e visiera. Si toglie i duplici guanti che indossa e si stringe a sé tra le sue braccia, ha il fiatone oltre tutti quei veli.

Dalla porta sentiamo bussare e una voce le chiede se ha già chiamato i familiari. Con voce distrutta, la supplica se qualcun altro potesse farlo.

Ma dalla porta continuano i colpi.

Con le mani sempre più strette nelle braccia si lascia andare a un’urlata imprecazione. Bussano ancora.

Il rumore di alcuni colpi alla porta fa sobbalzare l’anziano ancora seduto dove l’avevamo lasciato. Mentre avverte che sta andando a aprire, la voce oltre la soglia lo rassicura dicendogli che il pacco lo avrebbe lasciato lì, non c’è bisogno di vedersi faccia a faccia, gli dice.

Aperta la porta infatti trova solo l’involucro di cartone che porta dentro ancora stranito. Il sole dell’inizio ha lasciato spazio alla sera, la poca luce che entra da fuori è quella labile dell’imbrunire.

Avverte la moglie che i libri sono arrivati e entra nella camera dove lei era andata a riposare, ma non vi è nessuno. Di fianco al letto, oltre il comodino vi è una bombola ancora aperta d’ossigeno con il liquido nella boccetta che continua a bollire. La rimprovera di dimenticarselo sempre e la chiude, ma i suoi occhi sono catturati da un foglio sul comodino, che lui prende e osserva prima di riporlo dov’era. Non vediamo cosa c’è sopra.

Tornato in salotto si siede davanti il televisore, con una mano abbraccia la sedia affianco dove prima vi era la moglie, quasi l’accarezzasse. Guardando poi lo schermo annuisce socchiudendo infine gli occhi.

L’attenzione stavolta è completamente calamitata dal filmato che osserviamo nella televisione: una lunga serie di camion dell’esercito proseguono in marcia lungo una strada urbana, è notte fonda.

Quando, finito la tetra marcia, l’attenzione torna nella casa, l’atmosfera gelida della notte l’ha raggiunta, non entra più alcuna luce se non quella flebile della notte e del televisore. Persino la sedia su cui vi era l’anziano ora è vuota. Tutto tace finché non sentiamo delle chiavi girare la serratura.

La porta si apre e entra una donna, la stessa che avevamo visto con la divisa ospedaliera. Quasi si strappa dal volto la mascherina che porta e la getta in un angolo, le sue mani finiscono sul tavolo, chinandosi in avanti come per sorreggersi; tira una lunga fila di sospiri pesanti, molto pesanti. Gli occhi chiusi e il volto provato, ha persino i segni sulla pelle delle mascherine.

Prende il cellulare e vede moltissime chiamate senza risposta oltre dei messaggi in serie della figlia: le chiede se i nonni sono lì, se è stata colpa sua, se anche sua mamma non vuole più vederla.

La donna getta l’occhio alla tv e fa una smorfia di dolore e di rabbia prima di chiamarla. «Amore non è colpa tua» esordisce, «non è colpa di nessuno.» La chiama amore più volte, con fare dolce e materno. La rassicura che presto tornerà a casa, ma non prima di fare una pausa rispondendole di non sapere ancora quando.

Intanto, durante la chiamata, un rumore di ribollio cresce in sottofondo, la donna si avvia verso la camera e nota la bombola di ossigeno aperta con il liquido che bolle affianco. Dubbiosa la chiude di nuovo e mentre lo fa nota il foglio sul comodino prendendolo: se chiudi gli occhi sono ancora qui, recita la scritta.

Se lo stringe al petto come stesse abbracciando qualcuno mentre sussurra alla figlia, che se vuole, può lasciare la chiamata aperta stanotte, così «anche se chiudi gli occhi, io sarò ancora qui.» Ed è in quell’abbraccio sussurrato che anche lei socchiude gli occhi, accennando finalmente un lieve sorriso.

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