Racconti nella Rete®

20° Premio letterario Racconti nella Rete 2020/21

Premio Racconti nella Rete 2021 “Penna e medium” di Gianluca Tosi

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2021

Racconto in atto unico sul destino e sulla vita

Avevo all’epoca quasi 18 anni e, di conseguenza, tutta la vita davanti.

Ma cosa avrei voluto fare della vita?

Studiavo da perito meccanico presso l’ITIS Bernocchi di Legnano e mi dava fastidio che al diploma mia mamma avrebbe detto “mio figlio è perito”. Vantandosi pure!

In realtà non avrei mai voluto fare quella professione per cui studiavo, già nel nome significava avere una vita funesta.

Ho conosciuto pochi deficienti contenti di studiare per fare quel lavoro lì.

In effetti, al Bernocchi,  si studiava il meno possibile, si scioperava, non avevamo le idee chiare, nessuno le aveva, salvo qualche figlio di artigiano che avrebbe proseguito nell’officinetta del padre, spesso questi artigiani erano ex operai che cercavano di mettersi in proprio con un capannoncino in affitto, e un paio di torni, facendo lavori in conto terzi; per tutti gli altri il destino era drammaticamente segnato dal sentiero che conduce dritto filato alla fabbrica come operaio su torni, frese o montatore su un banco con morsa. Tra quelli senza limite alla sfortuna c’era la fonderia: non so se lo sapete, ma l’unico animale che vive in fonderia è l’uomo; formiche, mosche, topi e piccioni la rifiutano nonostante siano facilmente adattabili a tutte le situazioni ambientali.

Eravamo carne da macello, come testimoniano i tanti infortuni sul lavoro e le morti: il mio amico del karatè, l’Alberto Maffini, trascinato dall’utensile di un’alesatrice presso la Pomini di Castellanza, anni 35, una figlia di 6. In questi gg. (6.5.21) leggo sulla Prealpina di un certo Martinelli, stessa identica sorte di Alberto, presso la ditta Bandera di Busto.

Il Mangano, fedele compagno ed amico fin dai tempi delle scuole elementari, durante il periodo del triennio nella scuola di Legnano (dai 15 ai 18 anni), passava la mattina presto sotto casa mia, mi aspettava alla solita ora. Ancora addormentati, senza proferire parola camminavamo lungo via Roma per raggiungere la fermata dell’autobus tra nebbia e giornate sempre uggiose e senza sole, almeno, questa è l’immagine che mi rimane di quelle mattine. Andavamo a Legnano aspettando l’ultima corsa, nella segreta speranza, di perderla o che non passasse. Quando l’ultimo autobus della Stie spuntava dalla via Mazzini a volte eravamo solo in 2 o3.

C’era un pullman doppio con uno snodo centrale che in curva girava come una piattaforma del luna park. Era soprannominato il “Jumbo della Stie”. La leggenda diceva che a Castellanza una volta il Jumbo si era spezzato in due tronconi creando il panico tra gli studenti ed i viaggiatori. Su come si è risolta la situazione esistono almeno 23 versioni diverse, la più fantasiosa, è stata quella che passava di lì il camion della merda (dicasi “bonza”) creando ulteriore disagio ai signori viaggiatori. E senza scuse della compagnia.

(*) nota dell’autore: la parola autobus non era mai in uso da noi, si diceva pulman (non Pullmann). Autobus lo dicono i giornalisti e i conformisti a Roma o a Milano, per noi di Busto era il pulman. Quindi d’ora in avanti l’autobus lo chiamo pulman.

A proposito del pulman, questo che Vi racconto di seguito, non di linea, ma di servizio scuola. Su questo, viaggiando dall’ITIS di Busto dove io ed il Mangano abbiamo fatto l’iniziale biennio (15-16 anni), verso casa, c’era l’amico e compagno Ambrogio Carnaghi detto (in seguito) il Barone che in piena euforia essendo il primo dicembre ed avendo iniziato a nevicare, sentendo una interna pulsione per il Natale, aveva iniziato a cantare “Tu scendi dalle Stelleeee” a squarciagola coinvolgendo in poco tempo tutti i presenti. Considerate che il pulman era pieno, quindi circa 100 ragazzi (e, come sempre, 0 ragazze). Sembravamo una gita di chierichetti, una gita dei padellotti, molto intonati, piani e forti eseguiti alla perfezione, un coro molto compatto su una melodia che tutti conoscevamo fin dalla prima elementare.

La buona riuscita sul mezzo in movimento, causava il volgere la testa con curiosità dei passanti e questo conferiva una felicità con gioia da  protagonismo  che era al culmine, e senza droghe! Nella “gasatura” generale ognuno voleva essere protagonista ed aggiungere qualcosa alla perfezione del coro, quindi avviene la magia del Natale, dove ognuno fa un dono all’altro, quindi ognuno con naturalezza aggiungeva un improvvisato elemento allo spettacolo: per esempio allentavamo e stringevamo le lampadine sul soffitto del pulman per fare l’effetto intermittente dell’albero di Natale, suonavamo il campanello della richiesta di fermata per fare la rimmica (sarebbe la ritmica). Qualcuno ondeggiava come allo stadio, 3 o 4 mostravano il sedere dal finestrone posteriore all’indirizzo delle auto che seguivano, altri ballavano il kasachock. Un paio, poco creativi, erano andati al posto del bigliettaio gridando bigliettiiii.

In pieno caos ed anarchia e vista l’escalation di manifestazioni spettacolari, l’autista  accelera per arrivare più in fretta possibile alla prima fermata (stazione f.s.) ma nota che qualcuno aveva pensato bene di non riavvitare le lampadine e infilarle nella cartella.

Non potendone più, non si ferma in stazione e prosegue la corsa minacciando di dirottare il pulman verso il comando dei Carabinieri se le lampadine non vengono rese. E’ così che queste ritornano al loro posto ed il conducente fa scendere quelli che devono prendere il treno tra urla da stadio e risate ed il Barone che continua: “O reee del cieeeelooo”, con la mano fuori dal finestrino, dando con questa di taglio un colpo fendente all’aria, in stile stadio.

Vabbè questo era il pulman cittadino dell’agesp di Busto, io prima parlavo di quello della Stie che invece faceva servizio da Varese, fino a Milano. Fermandosi in tutte le città che si trovavano sulla direttrice del Sempione. Che per tre anni io il Mangano e altri disgraziati abbiamo preso tutte le mattine.

Ho divagato un po’, scusate, mi sento il dottor Divago, ma torniamo alla Scuola al lavoro ed a quello che a 18 anni uno vorrebbe fare nella vita.

Io avevo le idee chiare e Vi sorprenderò: macchè perito, fanculo i torni, il ferro, la ruggine, la fabbrica, la fonderia. Io volevo fare lo scrittore, sì LO SCRITTORE! E qua Vi voglio…e qua Vi racconto.

Una sera di maggio, dopo cena, verso le 22, una serata bella calda, mi trovavo sul piazzale del mercato in compagnia di 2 coetanei: l’Aldo Greco ed un suo amico, l’Andrea Pennino detto Mago Penna o, più semplicemente, il Penna. Il Penna praticamente lo ho conosciuto in quella circostanza. Eravamo tutti e tre in bicicletta e decidemmo di fare una gara a fare mettere i piedi a terra, nel senso che ci si tagliava la strada obbligando l’avversario di turno a fermarsi e se uno toglieva i piedi, anche un solo piede dai pedale e lo metteva a terra, perdeva un punto. Il Penna era il più abile perché aveva una bici strana più di lui, era da donna ma coi cerchi da 28 anziché da 26 come comunemente allora usavano le bici da donna. Lui alto, magro, con la faccia brufolosa i capelli neri corvini e cortini ma appiccicati alla testa con la colla ed illuminati dal grasso prodotto dal corpo. I suoi denti erano un po’ sporgenti e sembrava volessero dare prosecuzione al suo naso un po’ a becco. Magro e piuttosto allampanato aveva un che di misto tra il pulcino dell’avvoltoio ed il pulcino spelacchiato della gallina, con ancora addosso il tuorlo dell’uovo.

Ci inseguiamo in bicicletta e ci incidentiamo per mezz’ora, nel frattempo sul piazzale arrivano i giocatori di dadi con seguito di curiosi e malavitosi, perfino il Remo che con il baule della macchina aperto, abusivamente vende panini, bibite e dal thermos anche il caffè ai giocatori d’azzardo.

Praticamente una bisca a cielo aperto con tanto di biglietti da 50 e 100.000 lire delle puntate tenuti fermi dalle possibili folate di vento caldo,  sotto sassi e mattoni a mo’ di fermacarte. Questa era la bisca clandestina, da una parte del piazzale, mentre da un altro lato qualcuno col pallone improvvisava azioni fantasiose dei campioni di calcio dell’epoca.

Tra questi ce n’era uno chiamato “il Massiccio”, potete immaginare il perché.

Veniva a fare queste azioni di gioco del calcio assieme ad altri tre o quattro e facevano una specie di sintesi della partite della domenica sportiva, dove lui stesso faceva il calciatore ed il telecronista contemporaneamente, mentre l’azione di gioco si sviluppava assieme agli altri come se fosse un copione teatrale ben scritto o una coreografia di balletto ben definita.

Vabbè noi, ma senza telecronaca, quando giocavamo così lo chiamavamo giochiamo “a passaggi”. Era una sorta di allenamento prova balistica per le partitelle che si facevano in altri luoghi. A “passaggi”, dopo due o tre tocchi di piede e di testa, si enfatizzava la conclusione dell’azione, il goal, che doveva avvenire con un bel gesto, un’acrobazia, un colpo di testa in sospensione, una rovesciata. I più arditi con finta magistrale, facevano andare portiere in tuffo da una parte e pallone dall’altra. Spesso quando si giocava a passaggi, ed avveniva in strada, in piazza, in un campetto o su uno sterrato, arrivava qualche comparsa di passaggio, il postino, un garzone del fruttivendolo e si infiltrava nel gruppo; tutti giocavano a calcio ed in qualsiasi posto. E’ per questo che il calcio è stato così popolare. Una volta, avevo circa 11 anni, in un campetto dietro lo stadio della pro Patria  è arrivato un maggiolino Volkswagen bianca con sulle portiere la pubblicità del detersivo Dash, scende un uomo in tuta sportiva bianca immacolata e noi, con grande emozione, riconosciamo il famoso “Capitan Dash” personaggio della pubblicità televisiva nazionale nel Carosello dell’epoca. Questi inizia a palleggiare e noi, ammiratissimi, improvvisiamo delle azioni a passaggi in cui “Capitan Dash” si entusiasma e ci entusiasma con tocchi di classe, colpi di testa in tuffo, rovesciate. C’è solo un particolare, aveva iniziato a piovere ed il poco prato unito al tanto fango avevano lasciato sulla tuta bianca di Capitan Dash una specie di cartina geografica fisica, cioè con montagne marron e verdi pianure. Capitan Dash, bello sporco rientrava nella Vosvagen (si pronunciava così) e ci salutava. Il Mangano corse a casa a raccontare alla mamma Egle quanto accaduto, dato che il Mangano era prodigo di scherzi non fu creduto.

Per giocare a passaggi, bastavano 2 sacchetti per terra che simulavano i pali della porta di calcio, a “passaggi” ne bastava una.

Il resto era immaginazione e discussione, infatti, quando un tiro era mezza altezza, ed a fil di palo, iniziavano le discussioni se fosse gol oppure no.

Spesso colui che aveva tirato e, secondo lui segnato, diceva “è entrata qua” contemporaneamente mettendo le mani a perpendicolo a formare una L rovesciata che significava l’incrocio tra gli immaginari palo e traversa.  

Il punto dove si forman le ragnatele e nessun portiere riesce ad arrivare!

Il che era una cosa ridicola perché nessuno aveva ragione, chi poteva aver visto? Ovvio che per il portiere non era mai gol, per chi aveva tirato invece lo era.

Ma i pali erano d’aria quindi, molto difficile la decisione.

Finchè era “a passaggi” si rideva, ma in partita le discussioni più accese e le antipatie tra attori la facevano da padrone.

Permettetemi un’altra divagazione su queste partite improvvisate che avvenivano in vari luoghi, ma anche negli oratori o in spazi migliori che non il piazzale del mercato.

C’erano due termini che mi affascinavano, forse non più in uso oggi. Una delle regole che venivano spesso infrante era il cosiddetto fallo di mano. Doveva essere punita con assegnazione della punizione, cioè ripresa del gioco con palla all’avversario di chi ha commesso l’infrazione, con posizionamento della palla nel punto dove era avvenuta quest’ultima e ripresa del gioco con calcio da fermo.

Dicevamo, una delle più comuni si verificava quando un giocatore toccava la palla con la mano, che nel gioco del calcio è vietata tranne che per il portiere. Al verificarsi di questo evento fallace si udiva l’esclamazione degli avversari con la locuzione: EZZI!. Hai fatto EZZI! E’ EZZI!, si diceva a squarciagola, con inevitabile discussione. Intanto il reo negava l’evidenza, poi messo alle strette dai vari avvocati inquisitori in campo, diceva che il tocco era stato involontario.

Ma quel che mi rimaneva era EZZI, da dove cazzo veniva questa parola, urlata spesso e più volte. Forse il primo “mani” era stato commesso da un tale Ezio. Niente di questo, in effetti dopo tempo scoprivo che altro non si trattava che della storpiatura inglese di hands, cioè mani. Ma per noi, bambini sognatori degli anni 60 e appassionati di calcio sarà sempre EZZI. Come il Corner, a Busto, sarà sempre CORNIS.

Un altro termine spesso in uso era VENEZIANO. Il calciatore che voleva fare tutto lui palla al piede, non passava il pallone ai compagni, trasformava lo sport di squadra in sport individuale, spesso con risultati disastrosi che diventavano la perdita del possesso palla, che gli veniva facilmente sottratta dagli avversari.

Questa modalità faceva levare il grido dei propri compagni di squadra verso l’individualista: VENEZIANO! Trasformato poi nel semplice VENEZIA o uhè VENEZIA!, dove “uhè” era sinonimo di SMETTILA. Alcuni iniziavano a dire VENETO! Ma poi abbassando i toni perché di Veneti ce n’erano tanti in Lombardia, invece Veneziani, gran Signori, in realtà nessuno. Questi Veneti si distinguevano dalla gran voglia di lavorare, sempre anche al sabato e la domenica giorni in cui, dopo la settimana lavorativa in fabbrica, costruivano la propria magione, coi loro bei serramenti d’alluminio giallo. Finita la casa, passavano a dotare lo scantinato di tutti gli attrezzi, “tute e ciae dal 7 al 158” (tutte le chiavi inglesi dal 7 a 158), compresor, smorsa, segheto, ecc., in modo da poter fare ogni manutenzione o costruzione senza chiamare nessun aiuto. Avrete ora capito il perché dell’insulto VENEZIANO! Che non offendeva tutti i veneti ma solo quelli assenti perché ricchi e non avevan bisogno di emigrare.

Vabbè torniamo alla piazza del mercato La cosa sorprendente che scoprivo era che il Massiccio si era avvolto dalle spalle alla pancia nei sacchetti di plastica per dimagrire.

Sfinito e sudato rientrava nella sua seicento. Povero Massiccio chissà che fine avrà fatto!

Quella sera l’Aldo Greco, il Penna ed io dobbiamo lasciare la nostra pista ciclistica per fare posto ai più grandi coi loro dadi, i soldi contanti e le azioni della domenica sportiva. Tanto ormai eravamo stanchi, il Massiccio ci aveva fatto divertire a sufficienza, altro che Sky.

A quel punto il Penna, che dimostrava grande entusiasmo per me la mia persona e la ns. neonata amicizia, propone di andare a casa sua. Aveva la mamma che era un ragazza madre, in pratica non aveva il papà. La sua mamma, se non ricordo male, era di Torino, città della magia. Donna piuttosto corpulenta, svolgeva la professione di astrologa, cartomante e vantava pure capacità mediatiche. Per tale motivo l’Aldo Greco, che conosceva il Penna da molto prima di me, l’aveva soprannominata “Medium”, così, semplicemente e senza articolo. “Andiamo, così conosci Medium” mi disse, senza farsi sentire dal Penna. Io ne avevo già sentito parlare nei discorsi tra l’Aldo Greco, il Pelush (Fulvio Peletti, mio ex compagno delle elementari) e il Cieco (Andrea Avveduto, di cui racconterò una storia in un apposito racconto), altri componenti della loro compagnia dei giardinetti del comune, sotto casa del Pelush.

Andiamo in viale duca d’Aosta dove Medium e Penna abitavano, saliamo in casa e Penna mi presenta a Medium con tutti i crismi del caso, dimostrando un grande entusiasmo per la mia amicizia. Medium mi chiede di che segno sono, mentre Aldo ride sotto i baffi, dico bilancia, data di nascita? 13.10.1958 ora? 8:00.

Medium si posiziona sul tavolo del soggiorno. Nel locale erano presenti tavolini piani di appoggio con tanti libri, sbircio e vedo che erano per lo più inerenti argomenti di astrologia ed esoterismo in generale. Una luce da abat-jour e altre lampade negli angoli davano un’atmosfera intima e piacevole alla situazione. Sul tavolo tondo, dove Medium svolgeva il suo lavoro, compare un foglio di carta piuttosto grande su cui era disegnato una specie di planetario, ricco di stelle e pianeti. Medium si attrezza di matita, squadre, righe e righelli, matite colorate, ed inizia, sulla base delle informazioni da me fornite, a tracciare righe e vari segni. Sembrava stesse tessendo un maglione per l’uomo vitruviano di Leonardo.

Io e Aldogreco incuriositi ed in silenzio, mentre Penna fa il Thè, guardiamo il balletto che l’ippopotama Medium inscena sul foglio.

Dopo istanti di attesa il verdetto, con viso illuminato e felice Medium dice:

“ma qua c’è un oroscopo fantastico, Luca!”

C’è Giove che va da Saturno, Eolo che soffia nel sedere di Maga Circe, Uranio che è impoverito!

Tu Luca, non finisci qui!

Tu Luca puoi della Tua vita fare ciò che sogni, devi ascendere ed eccellere, in campo artistico si intende! Sarai un artista dal grande successo planetario! Colpo di scena: potresti essere un grande scrittore, cosa che il Penna, forse, già sapeva dall’Aldo!

E qua molto ingenuamente, ma con gioia, dichiaro: eh sì lo SCRITTORE è proprio quel che mi piacerebbe diventare e sogno!

Medium sempre più infervorata come se avesse scoperto un porcino sotto al castagno, chiama Penna, cioè Andreaaaa, vieni di corsa a vedere! Ma il tuo nuovo amico è fantastico, ha delle stelle posizionate, in modo . . . in modo che nessuno. Prendimi il libro di Smargiassini, quello viola. Penna arrampicandosi sulla libreria esegue e consegna a Medium il testo sacro avvolto in un sacchetto di velluto. Con lo Smargiassini, Medium aiutandosi anche col planetarium di carta ed i segni su esso tracciati, individua delle pagine e mi fa sedere su un puf bleu al centro della stanza, ed inizia a dire, “profilo greco”, e “vediamo….eh si….naso leggermente aquilino”, (sospiro)  “fronte spaziosa”,,…”eh si proprio lui”, mani affusolate, pollice grasso, bocca piccola, eccetera eccetera ad ognuna di queste descrizioni si ferma e dice “sei proprio tu!”. Guarda Penna e Aldo spettatori “E’ tutto lui”. Ma passiamo al carattere, dove alle diverse cose dette Aldo conferma, d’altra parte era quello tra i 3 che mi conosceva da maggiore tempo. Altre affermazioni le confermo io. Medium incontenibile come in “la danza delle ore” con gli ippopotami in “Fantasia” di Walt Disney, piroetta su stessa, vola per la stanza si inerpica sul soffitto, l’entusiasmo è alle stelle …. ed è proprio il caso di dirlo.

Insomma i segni che ci avevano portati alla verifica dello Smargiassini avevano fatto centro. Dopo di che Medium preleva fogli sciolti da altre pigne di fogli sciolti, sparsi ovunque nel locale, li legge, li declama, e, nonostante siano stati presi qua e là a caso, come per magia, anche in quel caso notiamo compatibilità con i miei connotati fisici, psichici e originali. Io al centro della stanza sul puf bleu in posa come un modello del liceo artistico, mentre lo scultore Medium continua a declamare profili del naso, lunghezza delle orecchie, polpastrelli dei piedi, pollici larghi, vita bassa, gambe tozze, braccia sottili. Io che ad ogni parte interessata cerco di modificare la posizione, in modo da facilitare a Medium esame e diagnosi:

Tutto corrisponde!

Tutto perfetto, dallo Smargiassini ai fogli sciolti!

Sono io quell’uomo, son mie le stelle del planetarium di Medium,. 

Dopo questa entusiasta proclamazione, rullano i tamburi, Penna sull’attenti Medium si alza in piedi toglie gli occhiali dalla punta del naso allarga il braccio coi fogli al vento e conclude tutta la catarsi esclamando e declamando: “ . . . (sospiro) . . .ecco, sei proprio Tu Luca: …(sospiro) .. . . il nostro SCRITTORE! “.

Penna applaude, Aldo mi sembra un po’ invidioso.

Penso che bello!, diventerò come Hemingway! come Gian Burrasca il mio diario sarà conosciuto da tutti! In verità la mia cultura libraria era un po’ tutta lì mi son sempre rotto i coglioni a leggere, a parte la “gazza”.

Comunque grazie a Penna e Medium avrei fatto in modo che tutti leggessero ed avrei contribuito ad aumentare la cultura nel mio Paese.

La mia fantasia diventava realtà.

Grazie Medium, grazie Penna! Grazie Aldo per avermeli fatti conoscere. Anche se erano due personaggi strani, a me piacevano, e poi la luce intima, il the, la RIVELAZIONE delle stelle: che bella serata!

Uscivamo di nuovo in bicicletta fino ai vicini giardinetti del comune, per un’ultima chiacchierata nella calda serata primaverile. Fantastichiamo con Aldo di iscriverci a Lingue Moderne o Lettere all’università, tanto Medium vi aiuterà negli esami, aggiunge il Penna con fare sornione di chi sa tutto.

Vado a casa, ancor prima di addormentarmi, sono già sognante.

Mi vedo in frac a ricevere il nobel, mi vedo a scrivere nella pancia della balena, come Geppetto papà di Pinocchio. Mi vedo e mi addormento.

Nei giorni seguenti mi dedicai a stilare una lista di libri da leggere per iniziare la mia carriera, quindi vado in biblioteca, dove incontro il Massimo Pargoletti, sedicente compagno di lotta continua, che il Mangano aveva soprannominato Pulcinella. Questo perché il Pargoletti aveva un maglione bianco di lana a filo grosso, fatto tipo giaccone tre quarti che allora si usava in sostituzione del cappotto o del giubbotto. Aveva una cintura sempre di lana in vita, ed era piuttosto grande per la piccola statura del Pargoletti, ragion per cui lo faceva apparire come la nota maschera partenopea.

D’altronde io ed il Mangano fin da piccoli seduti sui marciapiedi scrutavamo le persone in faccia, decidendo chi aveva la faccia da ridere e chi no. A volte davamo un titolo di tipo professionale o di altro tipo alle persone. Ma il fatto importante era trovare la faccia ridicola e riderne, se il/la mal capitato/a se ne accorgeva, chissene…meglio ancora…si rideva ancor di più.

Vabbè torniamo in sella al racconto, preparo la lista inizio qualche lettura, passa circa una settimana, incontro il Penna ed andiamo a fare due passi. Noto che è abbastanza distante da me direi quasi che non volesse vedermi e non ne capisco il motivo.

Andiamo verso l’oratorio, torniamo verso il centro di Busto e gli dico “ciao Penna vado a cena” Lui un po’ scocciato, perché io non gli chiedo se ce l’avesse con me, mi dice:

“Ti devo dire una cosa”

“Sì Penna dimmi”

Mia mamma l’altra sera ha sbagliato a tirare una riga per cui l’oroscopo risultato è tutto sbagliato e va rifatto tutto!”

Come spesso mi capita nella vita non reagisco non dico niente ma dentro di me mi sento morire, penso ed arrivo alla conclusione: “Ma questi son proprio scemi! Non ci posso credere! Ma andate a cagare”.

Rispondo al Penna: “Ah vabbè. Ciao”

Termina così, miseramente e senza neanche essere iniziata, la mia carriera di scrittore. Cosi come termina la mia amicizia col Penna.

Restituisco i libri alla biblioteca, i fogli che avevo preparato rimangono bianchi.

Mi si riaprono le porte delle officine meccaniche. Lì mi avrebbe condotto la riga esatta di Medium: e così è stato. Ho lavorato 40 anni nell’industria meccanica. Quarant’anni anni senza racconti, senza avventure, senza pirati, senza sirene, senza niente. Tutto per colpa di una riga di Medium.

Da quella sera non ho più avuto contatti con il Penna, neanche troppo volutamente. E’ andata così. Forse, nell’oroscopo, Medium ha visto che non ero degno dell’amicizia del suo Andrea, magari anche a ragione.

Per uno strano segno del destino, mi è capitato tanti anni dopo la sera dell’oroscopo, dopo di rivedere Penna dirigere un autobus pulman di città dell’agesp (che ora è stata acquisita dalla Stie). Non so se Medium è ancora viva, mi spiace averli persi, mi spiace avere perso 40 anni.

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