Racconti nella Rete®

20° Premio letterario Racconti nella Rete 2020/21

Premio Racconti per Corti 2021 “Al di là del muro” di Patrizia Agresti

Categoria: Premio Racconti per Corti 2021

Un palazzo di 6 piani, una piazza con altri edifici più o meno della stessa altezza, un piccolo centro commerciale e una fermata del bus sotto i tigli in fiore. Era maggio, e faceva già caldo, un caldo insopportabile. Aurelia si agitava sulla sedia mentre l’amica le faceva le unghie.

“Eh dai, stai un po’ ferma, devo solo finire di metterti lo smalto…”

“Meno male, che finisca presto questa tortura. Chissà perché ti chiedo ancora di venire qui.”

“Perché senza di me a quest’ora avresti le unghie che arrivano in Perù, ecco perché.’

Quel giorno in casa di Aurelia c’era un’atmosfera quasi allegra, amicale, ma non era quasi mai così. Aurelia era depressa, lo aveva stabilito una perizia medica, un pezzo di carta ormai sbiadito che, quando stava male, cioé quasi sempre, lei fissava con lo sguardo impietrito, come se quel foglio fosse la vera causa dei suoi mali, e non la conseguenza. La casa era popolare, e meno male che ancora non l’avevano cacciata via di lì. A causa della sua condizione, Aurelia lavorava poco, senza assicurazione, la maggior parte delle volte come domestica ad ore, quasi sempre in modo discontinuo, ‘alla bisogna’, come diceva lei, ma ce la faceva ancora a pagare la pigione, per fortuna bassa.

Ma Aurelia non sopportava la solitudine e da quando aveva perso il marito e il figlio era volato in Brasile, dove si era fatto una famiglia, aveva cercato inutilmente di ricrearsi una vita sentimentale che però le era sempre sfuggita. Ormai erano passati 15 anni.

Non sapeva come fosse riuscita a non trovare il tempo né la voglia di rimettersi in gioco. Semplicemente, era successo.

“Oh, allora?”

“Allora cosa?” chiese Aurelia con aria imbambolata.

“Io non ho tutto il giorno a disposizione per te… devi solo dirmi che colore vuoi sulle unghie. Magari se me lo dici oggi e non fra un anno é meglio”

“ Il solito, come sempre.”

“Dio che noia… e dire che i nuovi colori sono così belli, ma tanto con te non c’è gusto.”

In una stanzetta, Aurelia teneva ancora il pupazzo del suo bambino prima che crescesse e non fosse più il suo bambino. Lei lo aveva lasciato andarsene via come una mamma orsa i suoi orsetti, aprendo la porta e richiudendola, con tristezza ma rassegnazione, come faceva ogni giorno, dopo aver controllato che sul pianerottolo non ci fosse nessuno. Una conferma che ogni volta le faceva male al cuore. Poi la luce si spegneva.

Adelmo non avrebbe mai voluto chiamarsi così. Il suo nome gli creava così tanto disagio che stava tentando di modificarlo attraverso le opportune procedure legali, con l’ausilio di uno psicologo che alla fine si era arreso alla sua granitica volontà e lo aveva assecondato, riconoscendo  che oramai per lui quel nome era indissolubilmente legato ad un’infanzia troppo infelice.  In effetti, per quest’uomo di cinquantasei anni, ottenere un nuovo nome sarebbe stato come rinascere un’altra volta.

 “Ma come vorrebbe chiamarsi, Lei, scusi?” chiese il legale al quale Adelmo si era rivolto per avviare la pratica, molto meno comprensivo dello psicologo rispetto ad una richiesta che reputava assurda in partenza. Ma tant’è, alla fine, l’importante era che gli pagasse la parcella.

Adelmo lo guardò senza proferire parola, come se lo vedesse per la prima volta “Come, scusi?”

“Le ho chiesto se nel frattempo ha pensato a quale vorrebbe che fosse il suo nuovo nome di battesimo.”

“No, veramente non ci ho mai pensato, non ne ho avuto il tempo.”

L’avvocato sorrise, accartocciando la bocca di lato per non mostrare un certo sarcasmo che però non riuscì a soffocare del tutto.

“Ma, mi perdoni, scusi sa, Lei non è mica più un bambino… magari del tempo ne ha avuto, che dice?”

“Certo cinquantasei anni non sono una passeggiata, ma un nuovo nome mica  s’inventa così, su due piedi!” insisté Adelmo, piccato, rinnovando il suo intento di andare fino in fondo alla faccenda.

Comunque, da quel giorno, ripensando al rilievo dell’avvocato,  tutto sommato ragionevole,  Adelmo non pensò ad altro che a trovarsi una nuova identità che gli piacesse davvero.

“Come si chiama Lei, non ricordo?” chiese Adelmo al postino che gli consegnava una raccomandata.

“Mi chiamo Luca. Non se lo ricordava, perché non l’ho mai detto a nessuno. In genere mi chiamano solo ‘Ehi postino’, o tutt’al più ‘portalettere’, ma solo quelli ‘rifiniti’, i tipi snob.”

“Luca…..Luca, non suona male…” rifletté Adelmo a voce alta,  ma non sembrava troppo convinto “E si è trovato bene, sì, con questo nome?”

“Trovarsi bene?,” rispose il postino, stupìto “direi di sì, abbastanza, via, a parte la c strascihata, ma sa com’ell’è qui in Toscana, se c’hai la c ni’ mezzo, ‘un ci si salva. Di certo c’è di peggio. Ne vedo io di nomi strani, facendo il mestiere che faccio!”

“Ma che bella idea, grazie,” disse entusiasta Adelmo “non dovrò fare altro che guardare le cassette delle lettere ed i campanelli, per trovarmi un bel nome!”

“Beh, io parlavo più che altro dei cognomi,” chiarì il postino “perché sui campanelli non sempre troverà il nome di battesimo. Per quello, Le consiglio piuttosto un elenco telefonico. Anche vecchio, andrà bene.”

 Adelmo, assorto nei suoi pensieri, neanche rispose.

 “In bocca alla cassetta, allora…” si accomiatò il postino, divertito dall’insolito siparietto.

Ma purtroppo, dopo mesi di accurata ricerca ed aver finalmente scelto un nome, quel nome che gli avrebbe dovuto cambiare del tutto vita e prospettive, Massimo, come un imperatore, il Giudice aveva rigettato la richiesta, ‘per, ‘ diceva la motivazione, ‘la palese non necessità di questo provvedimento.’ Adelmo venne poi a sapere dal Cancelliere, dal quale si era recato per sapere se poteva fare ricorso, che per l’appunto il Giudice, un certo Alberico, aveva avuto un nonno che si chiamava proprio Adelmo e così il poveretto, oltre alla disgrazia del nome, si sentì perseguitato anche dalla sfortuna.

 “Me lo dica Lei quante probabilità ci potevano essere che io beccassi proprio un Giudice con un nome tanto strambo,  e per giunta imparentato ad un Adelmo! Me lo dica, me lo dica Lei!” si sfogò con lo psicologo.  “Avrei potuto vincere alla lotteria, ecco le probabilità che c’erano. Ora mi toccherà tenermi quel nome fino alla morte e sapere che mi rimarrà iscritto perfino sulla lapide.”

Per cui Adelmo, ex Massimo, ricadde in una profonda prostrazione.

Entrambi, Adelmo e Aurelia, vivevano in palazzi contigui da vent’anni, più o meno, anzi, le loro stanze combaciavano, ma non si erano mai incontrati. Fin qui, niente di strano. Succede spesso di abitare accanto a persone che  rimangono delle sconosciute per tutta la vita. Solo che loro due si conobbero, dopo anni di assoluta estraneità, proprio il giorno del loro trasloco.

Aurelia era stanca di farsi mani e piedi un giorno sì ed un giorno no solo per il gusto di avere qualcuno a cui fare una tazza di caffé, e d’altronde anche la sua amica era stanca di fare questi piccoli piaceri a lei senza vederne mai cambiare l’umore, sempre più spento.

Adelmo, dal canto suo , ormai vedeva di fronte a sé l’unica prospettiva di cambiare casa, se non poteva cambiare l’odiato nome, e perciò aveva deciso di trasferirsi dal fratello.

Cinque piani in discesa per lui e per lei, nei due palazzi adiacenti, ed entrambi furono all’aperto quasi nello stesso istante. Si guardarono come inebititi, riconoscendo ognuno nella faccia dell’altro tutti i segni del proprio disagio: rughe, occhiaie, capelli non curati, quella inconfondibile pieghetta amara della bocca che nascondeva qualche dente non proprio perfetto.

“Salve.”

Lui neanche rispose al saluto, limitandosi a commentare che era un pessimo giorno per traslocare. Infatti, stava per piovere alla grande.

“Ah, ma allora lo sanno proprio tutti che oggi trasloco.” disse Aurelia, sorpresa.

“No, sono io che oggi trasloco.”

“Veramente sono io che trasloco.”

Si guardarono di nuovo, perplessi, quasi infastiditi dall’insistenza dell’altro, mettendo a fuoco l’ultimo scatolone che tutti e due avevano messo a fianco dei rispettivi portoni.

”Ma che, Lei forse abitava qui?” provò a sondare lui.

“Certo, lassù” Aurelia indicò il suo balcone. “Ed io qua” disse lui di rimando, puntando il dito, ma più timidamente, quando si accorse che i loro appartamenti erano proprio affiancati.

“Non l’ho mai vista qui in giro.”

“Infatti non sono mai in giro, quasi mai, voglio dire.. vede, io sono malata, molto malata.“ fece Aurelia, corrugando la fronte quasi fosse un punto esclamativo.

“Mi dispiace, una …brutta…malattia?”

“Eh, brutta, sì. Ma non quella a cui forse Lei sta pensando. In un certo senso, è anche peggio. Ecco, guardi qui.” Aurelia rovistò nel borsone pieno di cianfrusaglie e perfino qualche tazzina avvolta nei giornali, recuperandovi una busta  con dentro la certificazione della depressione. “Ecco, è scritto proprio qui, vede? Sono depressa…” disse quasi raggiante, neanche avesse tirato fuori una laurea. Ma ora che vedeva la faccia imbarazzata di lui, si sentì stupida e fece per andarsene  “Beh, allora vado… é stato un piacere. Se posso esser proprio sincera, anche un po’ un dispiacere, ecco, averla incontrata solo ora che me ne vado. L’avrei invitata volentieri a prendere un caffé, solo che ho già messo via la moka e non so neanche dove l’ho infilata..“ scherzò lei, cosa che non faceva quasi mai. “Comunque, io mi chiamo Aurelia.” Inavvertitamente, le cadde lo sguardo sulle sue unghie senza lacca.

“Non si preoccupi, davvero. Anche a me ha fatto piacere averla incontrata. Io mi chiamo, mi chiamo…ho un nome un po’…ecco, ma presto non lo sarà più …anzi, avrei voluto ma non posso, così trasloco…” Ovviamente il discorso di Adelmo non aveva alcun senso, se ne rendeva conto perfino lui. Per sua fortuna, Aurelia aveva già imboccato la rampa delle scale del suo palazzo e mentre saliva gli chiese “Cos’è che ha detto ? Non ho capito niente! Spero di rivederLa per salutarLa un’ultima volta. Stasera dormo ancora qui, anche se ormai c’è rimasto solo il letto.”

“Buona notte, allora”.

Ma ormai le loro stanzette non erano più le stesse. Fisicamente, all’interno, non lo erano davvero: le pareti erano spoglie, le suppellettili scomparse nelle centinaia di buste e valigie che per giorni avevano ingombrato gli ascensori, provocando le ire dei condomini. Fra le loro abitazioni e loro stessi c’era  un muro, lo stesso di sempre, ma ora le loro teste erano accostate alle pareti, le orecchie involontariamente tese a captare ogni rumore nell’appartamento accanto,  ignorato per anni ed anni, la cui impenetrabilità aveva nascosto una persona che aveva improvvisamente acceso in loro un insolito interesse e curiosità. Avevano come una vaga sensazione, senza però neanche riuscire a definirla in un pensiero, di essere come inquieti e rattristati all’idea di non rivedersi più, senza che ce ne fosse un valido motivo. Si può forse mandare a monte un trasloco, una presa di posizione così seria, definitiva, ponderata a lungo, solo perché si è appena incontrato qualcuno che solo ipoteticamente  potrebbe avere o comprendere i tuoi tormenti? E si può spiare la luce, se è accesa, se è spenta, di una casa che fino alla sera prima era rimasta del tutto invisibile ai loro occhi da vent’ anni? L’ultimo scatolone rimaneva sul pianerottolo, con lo scotch intorno, a simboleggiare la fase di una vita che si chiudeva per sempre. Nessuno dei due dormì molto quella notte, e non solo per lo scrosciare della pioggia battente, ma il giorno portò con sé, insieme al sole, una busta chiusa con sopra il nome della persona a cui era diretta: Per Adelmo.  Il biglietto lo aveva scritto Aurelia, prima di andarsene. Per sapere come si chiamasse, aveva chiesto ai vicini.  In breve scoprì che in tanti, seppure non conoscendolo bene, sapevano del fatto che Adelmo non volesse chiamarsi Adelmo, e che proprio per questa sua stranezza lo trovavano suo malgrado simpatico.  Lei invece, mentre scriveva due righe di saluto, si scordò del problema e quel nome lo mise nero su bianco sulla busta.

Quel “Per Adelmo” fu, per Adelmo, una rivelazione, come se scoprisse solo in quell’istante che a qualcuno non importava come si chiamasse. Il nome era solo un mezzo attraverso il quale gli era arrivato un messaggio, che infatti era arrivato proprio nella sua buca delle lettere, quella di Adelmo, e di nessun altro che non si chiamasse  così. Lui rimase così, sbalordito e stordito, triste e malinconico, guardandosi intorno. Dove era Aurelia?  Il suo sguardo incontrò un ultimo cartone abbandonato sul marciapiede, vicino al cassonetto. Dentro, intravide  la busta con il certificato di depressa. D’istinto, rovistò più in fondo,  come cercando un altro indizio, e vi trovò una bottiglietta di smalto rosso.

“Oh, ma allora non l’ho perso …” disse una voce femminile alle sue spalle. Lui ebbe un leggero sussulto di sorpresa, voltandosi verso di lei.

“Ha buttato via il certificato…”

“Già…ma non l’ho fatto apposta, come per lo smalto.” In realtà, lo avrebbe voluto proprio buttare, ma si vergognava ad ammetterlo.

 “Nel frattempo ho scoperto di avere un nome ridicolo, il nome di una strada statale” sorrise lei, ricordandosi di ciò che le era stato raccontato di lui.

“Ma se è un’importantissima strada  dei tempi dei Romani!” la corresse Adelmo-ex Massimo, l’Imperatore. Aveva capito che la battuta di Aurelia era stato un tentativo, ingenuo e spontaneo, per metterlo a suo agio.

Nessuno seppe mai dove andarono quei due dopo che, almeno a detta dei vicini e dirimpettai, che giuravano di averli visti allontanarsi mano nella mano, si furono innamorati proprio il giorno del trasloco, dopo aver vissuto dietro un muro per gran parte della loro vita, ma a tutti piaceva pensare che fossero rimasti sempre insieme, da allora.

 Ed anche il postino, ai nuovi inquilini che mettevano i loro nomi sulle cassette, ricordava sempre “Oh, badate bene a guardare al di là del muro. A volte porta bene. E non fate caso se avete un nome strano… quello poi, porta benissimo.”

3 commenti »

  1. La storia di due solitudini che si uniscono. L’amore nasce nei luoghi più impensati e quando meno te lo aspetti. Bel finale gioioso e pieno di speranza. Un bel messaggio Patrizia. Brava.

  2. Mi è piaciuto molto il tuo racconto. Due persone depresse che trovano nell’altro la forza di uscirne e di accettare quello che sono, anche il nome! Complimenti

  3. Storie di vita. Realistico!

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