Racconti nella Rete®

20° Premio letterario Racconti nella Rete 2020/21

Premio Racconti nella Rete 2018 “Ordinaria vita in un ordinario palazzo di giustizia” di Elisa Tomassi

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2018

A volte mi chiedo cosa ci faccia io in quell’ufficio.

Una stanza sempre uguale, fascicoli sparsi dappertutto e tanto tanto verdino sciapito intorno. Momenti durati in tutto due secondi come quello di ieri mi fanno invece capire che forse c’è ancora spazio per leggere dentro quella stanza delle righe di eterno .

Ascolto un testimone; uno dei soliti operai in pensione della Italsider di Bagnoli, anziano, certo, basta la parola, ma neppure all’aspetto tanto ; un po’ duro di orecchie, come tutti costoro. E ne ho sentiti molti, in questi anni , tutti accomunati da questa leggera sordità e da una palpabile purezza, quelli di un tempo, della vecchia “ classe operaia “ che andava in paradiso . Insomma, una brava persona.

Gli chiedo se avesse mai visto il suo collega deceduto da qualche anno, poco prima della morte, nel periodo della malattia più grave . Risponde , apparentemente sicuro di sé : no. Poi ci ripensa e dice : si, ci sono andato a trovarlo, stava male . Ed io incalzo, del tutto asettica e precisina: era allettato ? e lui – si vede che l’immagine gli si è ripiantata lì, nella mente, come una scena chiara e brutale di un film – quello che mi fece impressione è che aveva la bombola di ossigeno.

Continuo a verbalizzare e sento dopo pochissimo un singhiozzo trattenuto, dignitoso nel non voler esplodere e poi , piano : ch’est’è a fin che facce pur’io .

E allora cosa vuoi dire, tu, con le tue stupide carte dinanzi, di fronte al Grande, Insondabile, Immenso mistero che entra nella tua aula? E pronunci un banale : “noooo ma che dice” ? e dentro hai il cuore fermo, e pensi che forse quell’uomo ha ragione, che il lavoro bistrattato, antico, polveroso, ha fatto scaturire dall’ ovatta di quell’amianto che sbriciolava come niente tante di quelle morti che neppure immaginiamo .

E che sono spesso lente, consapevoli, disperate, mute, dignitose come questo signor testimone che ha scosso le mie carte silenti e le ha riempite in un baleno di trasudante umanità .

Altre volte,  invece, i testimoni fanno un po’ ridere .

Giorni fa sento una signora piuttosto in là con gli anni, nata nel 1941 , madre di colei che ha proposto la causa per il riconoscimento di mansioni superiori , lamentando anche di avere subìto mobbing da parte del datore di lavoro. Ovviamente la signora tende a rispondere ancora prima che le vengano rivolte le domande, volendo propagandare la sua ” verità ” .

Ha sofferto assai , chella figlia mia … veniva presa semp a parole, chill le diceva : stronza, cretina, non capisci nient, non vali nient ” .

Vabbè signora, mi faccia prima completare la domanda, poi risponde con calma ” .

L’andavo a prendere tutti i giorni, chella a figlia mia stava male …. andavo lì alle sette, la facevano uscire sempre alle nove ” .

E lei , ogni volta aspettava due ore … ? ”

siiiii … chella stava proprio male ….” .

Continuando su questa falsariga, non si sa come riesco a terminare l’escussione, quando interviene il difensore della stessa ricorrente , per rivolgere domande di sua iniziativa.
Esordisce con : “Signora , lei quanti anni ha ? ”

Rispondo: “avvocato, abbiamo appena generalizzato la teste, sappiamo dal documento quando è nata “.

Non pago, chiede : ” signora, lei ha mai sofferto di Alzheimer ?

E la signora: “no, no p carità … ” . Ed ancora: ” Signora , lei sa dove si trova piazza Nazionale ? “… 

Avvocà , sta cca, da chesti part ma tant cos non e sacce… ” …

Intervengo nuovamente, con involontaria ironia: “Avvocato, non possiamo chiedere alla teste tutta la toponomastica di Napoli ” ...

Intanto , complice l’impianto di refrigerazione scadente , il caldo si taglia a fette . Si ride per non piangere.

E si va avanti. Dopo qualche giorno, sonnolenta si trascina l’udienza .

Noi operatori della giustizia siamo lì a cercare di capire se il casellante dell’autostrada abbia corrisposto all’agente provocatore un resto in soldi inferiore al dovuto , disquisendo sui cinque euro e cinquanta , quando improvvisamente si leva nel corridoio un gran strepito: una parte profondamente ” delusa ” dal provvedimento di una collega sta inveendo contro la collega in particolare e la magistratura tutta in generale . Frasi sconnesse del tipo : venduti, tutti del PD, … senza gambe etc…, urlate all’inizio del lungo corridoio della Torre .

Mi alzo e mi sento dire : c’è da chiamare i carabinieri  .

Nel frattempo, uno degli avvocati che si trova con me in udienza, di notevole carisma e personalità, si reca prontamente vero l’energumeno, intimandogli con fare suadente di andare via e tentando anche di ” accompagnarlo ” materialmente verso l’altra parte del corridoio, onde guadagnare l’uscita. Il tipo continua ad inveire ma con un tono meno forte.

All’improvviso, quando sembra che l’episodio sia in fase di risoluzione, esce dalla stanza accanto alla mia il collega che la occupa: piccolino ma di grande energia, il capello lungo e scomposto sulla vistosa stempiatura, inizia ad ” incazzarsi ” a molla e comincia, secondo lo stile ” capra capra ” ad urlare a sua volta verso l’ospite maleducato, dicendo : ” fuori fuori fuori fuori!!! ” , inseguendolo con velocissimo passo e brandendo ad ogni ” fuori ” il braccio, per dare maggior forza all’invito . Alla fine il tipo effettivamente va via .

Io gli dico : ” Secondo me non toccava a te metterti allo stesso livello ” e lui fa : ” e poteva continuare a minacciare tutti quanti , stu strunz ” ? 

Mi viene da pensare all’efficienza e alla velocità della giustizia, nonostante il tratto alquanto greve.

E c’è chi dice che siamo lenti e svogliati.

Dalla scorsa settimana, il collega della stanza a fianco è comunemente detto in ufficio : ” Il Giudice del fare ” . Inutile dire che apprezza , pavoneggiandosi .

 

7 commenti »

  1. Grazie Elisa! Sei riuscita a donare l’umanità che può regnare in quell’aurea di rigore, freddezza e flemma che comunemente si immagina di trovare in un aula di tribunale, e in generale nella professione legale. Un luogo comune capovolto, che ci regala l’anima al di là di adempimenti e scartoffie; al di là di ogni rigida regola, vi sono anime e cuori. Ciò che a volte non risulta direttamente palese, resta, impresso più di ogni codice.

  2. Sono d’accordo con Maria. In questo racconto ci sono persone, vite, storie. Tu, Elisa, sei riuscita a raccontarle con grande efficacia, con uno sguardo ora intenerito, ora divertito. Brava!

  3. Maria cara, grazie ! si, quando si riesce un pochino a ” uscire dalle carte ” ( che pure sono tante ) e guardare al di là della scrivania si vede tanta umanità e dispetazione e incertezza e anche menzogne, si, ma viste disancorati da rigidità e formalismi anche quelle sono uno specchio di disperazioni varie. E poi, a volte, scappa anche un sorriso !

  4. Questo racconto dona vivacità e umanità a un luogo che immagino sommerso dalle carte. Scrittura brillante e bella costruzione per vicende trattate con empatia

  5. Care Marianna e Carola, grazie delle bellissime parole . Tenerezza, divertimento , carte, tutto vero !

  6. Mi è piaciuto molto il tuo racconto. Coglie lo sguardo di chi riesce a non farsi travolgere dai” ritmi ” delle carte verdognole e dalla routine e con sensibilità ed anche un pò di ironia cerca di guardare oltre” il gioco delle parti” Complimenti

  7. Grazie mille, Anna Rosa, l’intento è proprio quello .

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