Premio Racconti nella Rete 2016 “L’attesa” di Alessandra Rosati
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2016Le era sembrato di sentire la voce di un uomo: era un suono distante, ovattato, come quando si nuota sott’acqua, a occhi chiusi, come i suoi adesso. Veniva dall’esterno. Aprendo gli occhi e guardando dal finestrino del treno si rese conto di essere arrivata alla stazione. Già in città. Eppure quel viaggio le era sempre sembrato più lungo. Forse il tempo ha il potere di cambiare anche i ricordi, non solo i sentimenti.
Erano solo le cinque e già buio fuori. Per un momento ebbe paura di perdersi, era passato così tanto tempo… quanto esattamente non sapeva dirlo, forse venti o trent’anni. Non riusciva nemmeno a collegare un evento preciso all’ultima volta che era stata lì. Aveva sempre avuto problemi col tempo: a volte sembrava correre via e non c’era modo di fermarlo, altre invece pareva fosse lei a volerlo fuggire. Sì, era sempre stata un po’ fuori tempo.
La città però non poteva essere poi così cambiata. Mentre vagava per le strade cercava di ritrovare qualcosa che le fosse familiare, un odore o un rumore che la riportasse indietro nel tempo, a quei giorni che aveva trascorso lì da bambina con la nonna, ma tutto le sembrava sconosciuto. Camminando, senza rendersene conto era arrivata al giardino zoologico, dove la nonna la portava spesso perché lì vicino c’era un cinema che amava molto. Cercò con lo sguardo il palazzo, che sembrava nascondersi tra i moderni e massicci edifici che nel frattempo erano sorti tutt’intorno, ma non riusciva a riconoscerlo. Alla fine chiese a un passante, che inizialmente sembrò non capire e solo dopo una serie di spiegazioni indicò un edificio fatiscente, che sembrava aver conservato soltanto la facciata bianca. Era difficile immaginare che una volta quel luogo avesse ospitato le serate di cui sua nonna le aveva così spesso parlato. Perché quello non era un semplice cinema: le sale del Palazzo offrivano divertimenti di vario genere a chi non si accontentava di trascorrere la serata in un unico locale. La nonna gliele aveva descritte in modo così dettagliato, come se avesse voluto trasferire nella sua memoria ogni istante che vi aveva trascorso. Amava molto quel “mondo dell’arte”, come lo definiva, e coloro che ne facevano parte, così aggiungeva al racconto particolari sempre nuovi, mescolando la realtà e il ricordo ai suoi sogni di donna, che riaffioravano dal passato ma sembravano ancora in attesa di essere realizzati.
Da quando il marito era morto quelle erano le sue uniche occasioni, insieme alle serate alla sala da ballo, diventate ormai un vero e proprio rito. Aveva ancora davanti agli occhi, nitido, l’entusiasmo della nonna quando, camminando per strada, vedeva un cartellone che annunciava un nuovo “ballo per vedove”. La preparazione all’evento aveva inizio molte ore prima, a casa: in piedi davanti allo specchio la donna provava lunghi abiti ricamati e cappelli dai colori sgargianti, assumendo pose sempre diverse, come un’attrice che interpreti la sua parte. Aveva sempre osservato con grande attenzione quello spettacolo, che le appariva un mistero.
Adesso che era di nuovo in città voleva vedere con i suoi occhi la famosa sala da ballo. Strada facendo ripensava alla nonna, così elegante e aggraziata da far nascere probabilmente in tutti gli uomini il desiderio di ballare con lei. Immersa in queste fantasie però aveva finito col perdersi. Decise di chiedere indicazioni. Dalla direzione opposta veniva una coppia di anziani, che passeggiavano mano nella mano. Il nome della via non sembrava dire loro molto, ma la cosa non la stupì: nelle grandi città spesso le persone ignorano persino il nome delle strade che percorrono ogni giorno. Non appena pronunciò il nome del locale, però, il volto dell’uomo parve illuminarsi per un istante, poi, osservandola meglio, le fece notare che non aveva le scarpe adatte per ballare. Era vero: indossava delle scarpe da tennis, piuttosto brutte anche. Lei però non voleva ballare, non era capace, e poi non aveva un compagno. Probabilmente non l’aveva mai avuto.
Il locale era proprio come la nonna gliel’aveva descritto, anche se adesso la grande sala degli specchi era chiusa. Al piano terra si teneva in quel momento una lezione di ballo: uomini e donne di età diversa avevano formato un cerchio, mentre una donna non più tanto giovane mostrava loro i passi del tango. La sala era molto spaziosa e tutt’intorno alla pista da ballo c’erano tavoli di legno dove gruppi di persone bevevano e ridevano. Alle pareti erano appesi fili d’argento: si chiese se quelle decorazioni ci fossero sempre, o solo per l’imminente Natale. Si sedette a un tavolo e ordinò un bicchiere di vino. Pensava che sarebbe stata l’unica donna sola, ma si accorse che anche la ragazza al tavolo accanto lo era. Sembrava fissare un punto indefinito, sulla parete di fronte, per poi annotare qualcosa in un taccuino, lentamente. Si chiese chi potesse essere. Forse una scrittrice in cerca di ispirazione. Osservando con più attenzione si accorse però che la giovane stava disegnando e fissava lo sguardo su un tavolino poco distante, o meglio, sugli oggetti che vi erano posati. Non avrebbe saputo dire quanto tempo fosse passato, ma a un certo punto la donna appoggiò sul tavolo l’album e la matita e si alzò. Allungando lo sguardo riuscì a vedere sul foglio in cima soltanto un vaso con dei fiori e una candela spenta.
La sua attenzione fu presto catturata dalle coppie che cominciavano a occupare la pista da ballo. L’osservazione dei ballerini poteva essere molto istruttiva, perché permetteva di scoprire qualcosa su di loro.
Una coppia era, almeno all’apparenza, perfetta: una donna molto giovane, scintillante nel suo abito d’oro aderente, lasciava che il suo cavaliere la conducesse con movimenti sicuri. La nonna le aveva raccontato che i cavalieri più maturi tenevano le mani più in basso sul corpo della donna di quanto facessero quelli più giovani. Era ancora così: uno dei signori teneva la mano, ferma, in fondo alla schiena della compagna, anche se in realtà i due non sembrava stessero ballando. Parlavano piuttosto, volgendo ogni tanto lo sguardo verso le pareti e le altre coppie. Forse stavano cercando di ritrovare il tempo passato, o magari un nuovo ricordo. Una coppia di giovani non poteva avere la stessa complicità, come mostrava la mano che lui teneva al di sotto del seno della ragazza che cercava, goffamente, di condurre. Molte donne indossavano abiti ricamati che, mentre ballavano sfiorandosi le une con le altre, sembravano mescolarsi e dare vita a nuove combinazioni di colori cangianti, che lei si perdeva a osservare. Sua nonna le aveva raccontato che spesso in quelle sale si vedevano anche donne ballare tra loro. A dispetto di quanto avrebbe pensato, soltanto due donne avevano formato una coppia e non sembravano essere troppo in sintonia. Forse stavano aspettando il compagno giusto e cercavano un modo per ingannare l’attesa, che a volte era davvero lunga.
Anche lei adesso era in attesa, seduta al tavolo di un caffè in cui era entrata soltanto perché le ricordava quello in cui la portava sempre sua nonna. In effetti le poltrone di pelle e i tavoli di legno che riempivano le tre grandi sale sembravano voler ricreare l’atmosfera di quegli anni. Un tentativo non riuscito: tutto appariva privo di gusto, fatta eccezione per i grossi specchi alle pareti, che le permettevano di osservare gli altri ospiti senza essere vista. Quasi tutti si addicevano al luogo: non più giovani ma alquanto benestanti. Noiosi, almeno all’apparenza. Gli unici a non passare inosservati erano un uomo e una donna seduti a un tavolo in un angolo e intenti a parlare. In realtà a parlare era lui, lei annuiva soltanto. Era difficile capire che tipo di rapporto ci fosse tra loro, ma aveva la sensazione di trovarsi di fronte a due amanti che si stavano dicendo addio.
Doveva essere così la fine di un amore. La donna indossava un abito giallo molto stretto che contrastava con i lunghi capelli neri, tenuti sciolti sulle spalle, e sembrava conferire una nota di colore al grigiore dell’ambiente circostante, incluso il suo interlocutore. Si era truccata con cura, ma il rossetto, un tempo di un rosso acceso, a giudicare dalle tracce lasciate sull’orlo della tazza, era ormai sbiadito sulle labbra. Il suo non era l’aspetto che hanno le donne quando vogliono farsi notare, e che lei conosceva bene, ma quello di chi si è preparato per tempo a un evento che sapeva sarebbe accaduto, come nelle occasioni di festa. Eppure si poteva cogliere un’ombra di malinconia nei suoi occhi inespressivi, fissi sul volto dell’uomo che invece guardava lo specchio dietro di lei, forse in cerca di se stesso, o già di un altro sguardo. Rigido sulla sedia, sembrava pronunciare in maniera meccanica parole di cui si poteva afferrare qualcosa, ma che si perdevano perlopiù con le altre di altri discorsi, lì in quella sala, fra quelle persone e fra altre ancora, in tutte le sale delle città.
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Il tuo è un racconto un po’ strano…Sembra quasi che tu abbia descritto un sogno… Lei che scende dal treno e si ritrova in una pista da ballo seduta vicino ad un artista, i ricordi della nonna tra abiti ricamati e una strana malinconia, gli avventori annoiati di un caffè… E’ un racconto che sa di rimpianti, di cose perse, e fallimenti… E’ una storia impalpabile, che lascia dietro di se tristezza e senso di smarrimento.
Ti ringrazio davvero per il tuo commento Patrizia. Credo che tu abbia colto molto bene l’atmosfera che ho voluto creare, anche un pò onirica volendo, come hai giustamente notato. Certo, oltre al senso di perdita, c’è anche una sorta di immobilità, che è anche positiva, perché è apertura a qualcosa che ancora deve accadere, come ho cercando di mostrare nel titolo!
Ciao Alessandra il tuo racconto mi è piaciuto tanto,adoro le descrizioni dettagliate fatte bene,sai quelle che non ti annoiano leggendole,mi sono specchiata in una bellissima frase che hai scritto “era sempre stata un pò fuori tempo” credo sia quella la chiave del racconto.Giusto nella lunghezza e scritto delicatamente,mi è sembrato una cartolina sbiadita una di quelle che si conservano con amore nei libri.Brava
Grazie Noemi, di cuore. Sono molto contenta che il mio racconto ti abbia lasciato queste sensazioni. Sarò molto contenta di leggere il tuo!
“Erano solo le cinque e già buio fuori”. C’è qualcosa in questa frase che mi disturba, non manca un verbo? Sì, lo so, sono maniaco dei dettagli. Però sono i dettagli che fanno grande un racconto. A differenza di un romanzo, dove i dettagli spesso sono l’essenza stessa del testo, e se ne può quindi abusare, in un racconto i dettagli sono importanti. Sono tutto. Mettine qualcuno in più e il racconto non fila, diventa pesante, si perde la storia che ci sta sotto. Omettine qualcun altro di necessario e il racconto non si capisce, manca di spessore.
Il tuo racconto è ricco di dettagli, a mio avviso un po’ troppi. Ce ne sono di minuziosi e perfetti nella descrizione dei personaggi, del loro vestito, del loro trucco, del loro modo di appoggiare la mano sulla schiena del partner di ballo. Ce ne sono altri che risultano superflui, inutili, un paio anche “dannosi” al racconto. Io, come ho già detto commentando altri testi, avrei lavorato per sottrazione. Per il resto lo trovo interessante, buon lessico, bella ambientazione e personaggi ben caratterizzati. Una buona prova.
Grazie per aver letto il mio racconto. Il mio è un racconto dove non succede quasi nulla e per creare una certa atmosfera in maniera nitida, davanti agli occhi di chi legge, credo che i dettagli siano necessari. Ti sarei grata se mi indicassi i dettagli “dannosi”, credo che saperlo mi permetterebbe di migliorare il racconto in futuro!
Tra sogno e realtà, anch’io ho avuto questa sensazione. Però, la malinconia che si percepisce, per me si trasforma in attesa, appunto, lasciando spazio all’immaginazione. Brava!
Ti invito alla lettura del mio racconto.