Racconti nella Rete®

20° Premio letterario Racconti nella Rete 2020/21

Racconti nella Rete 2009 “Perché non mangio più prosciutto crudo” di Antonio Armano

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2009

Uno dei miei primi ricordi è il nastro nero di strada asfaltata che partendo da strada Grippina si spegneva dopo circa cinquecento metri nello sterrato detto dell’Uomo Morto a causa di un cadavere che avevano trovato e che forse era quello di un partigiano. Il nastro d’asfalto si chiamava strada Ca’ Bianca e questo era il motivo per cui chiamavano casa bianca la cascina dove stavano i nonni, appena oltre il torrente Staffora, nel punto dove la città diventava aperta campagna. Questo e non il colore della casa.

Sulla strada l’ombra proiettata dalle canne era bucata a tratti dal sole, in un pomeriggio di primavera. C’erano altre case, ai lati della strada, soprattutto una che ancora adesso, a differenza di quella dei miei nonni, ha mantenuto il suo aspetto di semplice casa di campagna: il muricciolo stinto intorno, qualche albero da frutto in giardino, il pergolato per fare ombra, la nicchia con incastonata una Madonna.

Anche nella casa dei miei nonni c’era un pergolato. Si trovava, guardando la facciata, sulla sinistra, a ridosso del muro di cinta. Lo chiamavano in dialetto toppia. Per terra c’era della sabbia. Forse l’avevano messa per non fare polvere, per farci stare a giocare d’estate dove faceva più fresco e un certo numero di sassi che a me parevano piuttosto grossi. Dalla parte opposta del cortile, lato destro della casa, c’era il portico col mulino, il granaio, e il porcile. Il porcile era l’attività principale di quella cascina, l’unica che superava le dimensioni di autoconsumo o baratto tra vicini. C’erano una cinquantina di maiali. La puzza era forte ma lo è anche l’incoscienza dell’olfatto infantile. Mi ero assuefatto senza accorgermene perché ero venuto su lì. Le scrofe, appena avevano partorito, con quella prole rosa che squittiva elastica e biondastra nei pressi della stalla, si sdraiavano offrendo la pancia e le mammelle ai figli. Quando si creava confusione, perché c’era da fare uno spostamento di maiali, che sono bestie molto riottose anche se castrati, Lea, il cane che aveva la cuccia sotto al portico perdeva le staffe. Una volta morse mio nonno, tutto infervorato a trasferire una ventina di maiali sul rimorchio del macellaio e che facevano una confusione pazzesca come se capissero. Il polpaccio, sotto la tuta blu, era striato dai denti del cane e in alcuni punti perforato.

La stalla dei maiali abbracciava la cascina su tutto il fianco destro, quello orientale, verso Piacenza, e proseguiva nella parte posteriore. Qui, a guardia dei maiali, c’era Tom, un can da pajé, vale a dire cane da pagliaio. Stava sempre legato. A differenza degli altri cani non veniva mai portato a fare un giro per i campi né da noi bambini né da altri. Della paglia aveva pure il colore, tendente al malto. Nessuno gli dedicava mai una po’ d’affetto, compreso noi bambini, per conformismo. I can da pajè erano dei paria, degli schiavi in catene a vita.

Di fronte alla cuccia di Tom, dunque dietro la casa, c’era poi il punto più pericoloso: la tampa del rudo. Una vasca di cemento grande come una piscina che veniva usata per immagazzinare il concime prodotto dai maiali. Una piscina di merda. Quando era colma, una fanghiglia marrone e immobile attirava una grande quantità di mosche. Passata la tampa, un albero di amarene, tra l’orto e la casa, ombreggiava la porta di retro. Le amarene bisognava mangiarle. Ma dalla tampa dovevamo stare lontani. Un bambino in una cascina era caduto dentro ed era morto.

Mio nonno allevava maiali, mia nonna conigli, che stavano sempre timidi a figliare dentro gabbie di legno e fil di ferro, faraone, rinchiuse in un reticolato a ridosso del muricciolo del cortile, galline e tacchini. Ridicoli i tacchini. Andavano in giro mostrando il petto e l’oggetto del loro vanto era la parte più ricercata della loro carne e li conduceva al patibolo e poi al grande congelatore di mia nonna a forma di bara bianca.

L’allevamento degli animali non mi sembrava dissimile dalla puericultura senonché la puericultura non sconfinava nell’infanticidio. Noi non venivamo allevati per essere fatti fuori come le bestie. Le bestie le faceva fuori mio nonno. Mia nonna mai. Eppure era un’operazione semplice appendere le galline alla scala a pioli appoggiata al pilastro del portico, e perforare l’orecchio. Due starnazzi poi colava un filo scuro di sangue dentro una bacinella di plastica posta a terra e tutto era finito. Adesso sento ancora il rumore della perforazione, un crac osseo, suono sinistro.

L’uccisione dei maiali era un evento raro. Di solito venivano venduti vivi. L’uccisione era avvenuta con la prima vera pistola che vedessi. Fu accostata alla tempia rosea del suino e poi ne provocò lo stramazzare al suolo e il rovesciare i piccoli occhi al cielo. Ma non si era sentito nessuno sparo, dissi. Dalla canna non fuoriusciva un proiettile ma un chiodo che si conficcava nel cervello. Un’arma più micidiale di quelle che avevo visto in televisione: non si scaricava mai, non faceva rumore. E io mi domandavo perché non venisse adottata da qualche criminale.

Tutto questo, allevamenti, uccisioni, rientrava nell’ordine naturale delle cose e destava sempre impressione quando assistevamo. Ma quando un pollo arrosto arrivava in tavola con la pelle croccante e le patatine, dopo avere girato, una mattina di festa, nello spiedo elettrico di alluminio nudo, lasciando colare gocce di grasso che sfrigolavano appena toccavano il fondo del girarrosto e scandivano il tempo della preparazione, ogni uccisione era non solo dimenticata. Era trasfigurata, sanata, resa giusta.

Di gatti ne girava qualcuno, ma l’unico momento in cui gli si dava qualche attenzione in più era la gravidanza di una micia. I gattini di solito venivano fatti sparire subito dopo la nascita. Troppo presto per affezionarci. Così ci impietosiva solo il vagare della gatta impazzita che cercava i suoi piccoli. Quegli occhietti aperti sotto palpebre rosa non potevano vederla. Erano annegati in una bacinella, in un catino moplen, tra le mani ruvide di mio nonno.

Mia nonna era rassegnata a queste pratiche di controllo demografico ma le provocavano, quando ne veniva informata o semplicemente ci pensava, un brivido di disgusto. E fu dispiaciuta quando, gettando un sasso tra gli altri sotto il pergolato, una mattina d’estate, si accorse di avere colpito un gattino nero, che avrà avuto sì e no due mesi. Era sfuggito, per motivi che io ignoro, all’affogamento e si godeva il fresco.

Camminò trascinandosi dietro le gambe posteriori.

Mia nonna disse, con quel rude realismo da contadina di avergli spezzato la colonna vertebrale.

Il gattino fu messo in una gabbia per i conigli. E il nostro ottimismo sulla sua guarigione c’impediva di avercela con mia nonna. Veniva nutrito con latte e il fatto che non miagolasse di dolore ci sembrava un buon segno. Giaceva sul fondo della gabbia di legno, la gabbia dei conigli, e attraverso la grata laterale lo potevamo vedere. Si trascinava da un punto all’altro e poi tornava nella sua posizione, sempre miagolando verso di noi come per protestare.

Quando qualche pelo galleggiava nel latte ormai ingrigito della ciotola, a fine mattinata, mentre il caldo iniziava a infierire, aprivamo il portello della gabbia e correvamo in casa a cambiarglielo.

Dopo un paio di giorni, mentre mi chiedevo perché il veterinario non venisse a curarlo, a guarirlo, vidi che la schiena del gattino luccicava di mosche verdi, le mosche della carne, col dorso smeraldo. Le scacciai. E loro, invece di fare quella tipica nervosa fuga delle mosche comuni, che poi tornano quasi subito sul luogo da cui sono state scacciate, se ne andarono, come definitivamente convinte che non era il caso.

Sotto i ciuffi corvini, cominciava a rosseggiare qualche pezzo di pelle del gattino. Questo dopo un paio di giorni dall’incidente. La mattina seguente, quando, investito da un odore dolciastro e acre, scacciai di nuovo quegli insetti, la carne del gatto, tra i radi ciuffi neri, pullulava di fili bianchi. Fili bianchi che si muovevano, uscivano entravano. Vermi. Più la guardavo e più mi pareva che aumentassero: entravano, uscivano attraverso i tessuti, per uno che scompariva ne sbucava fuori un altro.

Il veterinario finalmente venne, verso sera.

Fui chiamato nell’ombra della casa per non vedere ma rimasi e vidi la siringa entrare come un verme di acciaio nella schiena del gattino. Era il verme più grande che entrava per scacciare tutti gli altri. Pensai che gli facesse male, mi pareva che gli fossero più dolci e inermi i vermi. Ma almeno poi guariva. Il respiro del gattino nero si accorciò, non si lamentava più, non miagolò. Come il passo di un corridore affaticato e giunto allo stremo, respirò sempre più corto e quindi si fermò.

Quella sera venne messa al centro del tavolo, nel vassoio dei salumi per la cena, della carne rossiccia di prosciutto crudo e come ancora viva che si riempiva, immediatamente, nella mia mente, di vermi trasformandosi nella schiena del micino nero. E il profumo era dolce.

 

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