Racconti nella Rete®

20° Premio letterario Racconti nella Rete 2020/21

Racconti nella Rete 2009 “Il pollo di Flannery O’Connor” di Patti Turetta

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2009

 

 

Mica è facile portarlo il cappello. Anche se lo si calza fin sugli occhi la nostra anima traspare fin nei piccoli dettagli. A volte vorrei buttarlo verso il cielo e, nella spirale che crea, immaginare una nuvola.  

  Entro in un bar, svincolo dal profilo del barista e in uno specchio controllo il mio basco floscio marrone, lo spolverino leopardato sul vestito corto color panna, la collana di cerchi dorati, i sandali con tacco a spillo e le calze a rete color carne. Il fondotinta  UV Essential di Chanel, rossetto Absolu Rouge di Lancome, e grossi occhiali Furla con montatura bianca. Ok, può andare. Dopo il matrimonio del fratello di Ercole ho un impegno di lavoro, che palle, è sabato ma sono l’ultima assunta e devo rendermi disponibile, sempre.

  La chiesa è gremita di fiori, nastri e fiocchi bianchi; una bomboniera in un tulle elegante.

  Gli ospiti danno sfoggio di seta e satin, le signore indossano il cappello a falda larga, pochette e sandali dorati. Sono l’ultima arrivata, mi fissano tutti, inclusi i parenti dello sposo, decisamente più informali.

  “Era ora!”

   Ercole è nervoso.

  “Che ti importa? Non eri tu a sostenere che i matrimoni sono solo una farsa?”, bisbiglio nel baciargli una guancia.

  Lui controlla l’orologio e io gli indico l’angolo esterno della prima fila di panche.

  “Le spose si fanno sempre  aspettare”, aggiungo.

  “Troppo”, sbuffa.

  “Tranquillo, questa sera ce ne andiamo al “Lunge del bar del Westin Palace in piazza Repubblica e ci facciamo un Kirk Royal. Crema di cassis  e champagne servito con pietre nere aromatizzate.”

  Ercole non mi ascolta.

  “Hai visto che belli i miei genitori?”, chiede in uno slancio d’orgoglio, “Sono così orgogliosi di mio fratello, ha un bel lavoro e sta per sposarsi con una ragazza di …”, si blocca.

  “Che c’è? Perché il tuo tono sta diventando sarcastico?”

  Lui contrae lo sguardo e si volta verso il fratello all’altare.

  Qualcosa non mi convince nello sposo, secondo Ercole se la fa sotto per l’emozione, secondo me è terrorizzato che la sposa non si presenti.

  “Corinna, per favore non peggiorate la situazione.”

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 “Quale situazione?”

  Ercole si avvicina al mio orecchio.

 “Dall’addio la celibato è cambiato.”

 “Avrete mica infilato una squinzia in una torta?”

 “Ma va! Abbiamo festeggiato all’Incoronata, una cena semplice, senza chiasso né casino, e fin li tutto normale. Poi lui mi ha accompagnato a casa, ma prima di andarsene a dormire ha avuto la stupida idea di…”

  “Di? Si può sapere perché voi due siete tanto strani?”

  “Non ha l’aspetto di uno sposo felice, vero?”

  “E allora perché si sposa?”

   Mai visto il mio amico tanto pallido.

  “Parla o non sarai tu il suo testimone”, lo minaccio.

  Lui sospira.

 “L’unica cosa che mi preoccupa davvero sono i miei, non sono più giovani, hanno quasi ottanta anni e hanno solo noi due; io che non mi sposerò mai, e lui che…”

  “Lui è all’altare! Sii serio, temi davvero che la sua ragazza non si presenti? Ma non stanno insieme da una vita?”

  Ercole si guarda attorno in modo furtivo.

 “Ok, è tornato a casa trasformato l’altra notte…dopo la festa, dato che si trovava nelle vicinanze ha pensato bene di compiere una deviazione…Sono due anni che lui e la sua ragazza lavorano alla nuova casa; infissi, tinteggiatura, cucina in muratura e la messa in opera del parquet…Un appartamento di novanta metri quadri risistemato con il cuore; l’alcova dove…”

  “Per  favore, Ercole, continua.”

  “…Avrà pensato con nostalgia: perché non dargli un’ultima occhiata prima del grande giorno? Ma davanti al condominio ha notato che era rimasta accesa una luce nell’appartamento…”

  “Quale?”, chiedo con il cuore in gola.

 “Quella della camera da letto…”

  Panico.

 

 

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  “Sì, ma lui ha pensato subito; che sbadati a dimenticarla. Ha spento la macchina,  è salito al secondo piano senza ascensore, con tutta calma ha infilato la chiave e si è diretto verso la camera. E’ arrivato sulla porta e…”

  Ercole si volta di scatto verso il portone della chiesa.

  “E cosa? Ercole, cosa ha visto in camera da letto?”

  “Devo andare…”

  Di colpo il suo volto e quello di tutti i presenti, si è illuminato.

  “Bene, è tutto a posto! La sposa è arrivata!”, esclama.

  La musica incalza e un brusio invade le arcate, la porta è attraversata da una nuvola di raso color panna. Carnagione chiara, capelli raccolti in un semplice nastro uguale al vestito, il bouquet tra le dita e un sorriso smagliante da prima della classe. Il primo istinto è quello di voltarmi verso lo sposo e rassicurarlo: visto? Niente potrà più rovinare una giornata come questa. Ma l’arrivo della sposa non sembra dissipare le sue preoccupazioni; lo sguardo resta malinconico, triste, a tratti persino ombroso. Solo quando lei lo raggiunge e tutti li ammirano, solo allora il fratello di Ercole abbozza un sorriso.

  La cerimonia ha inizio.

  Sono senza fiato; sarà snervante attendere il momento delle promesse.

  Quando finalmente arriva le braccia mi cadono a penzoloni.

  Gli sposi si girano l’uno verso l’altra; vuoi tu prendere come sposo…eccetera eccetera, finché morte non vi separi?

  Lei è radiosa, l’eleganza la avvolge da capo a piedi; ha gli occhi grandi e il cajal li fa sembrare profondi come quelli di una principessa.

  “Sì, lo voglio”, sussurra in quella che sembrerebbe proprio una lacrima di gioia.

  Vuoi tu prendere in sposa… eccetera, eccetera, finché morte non vi separI?

  Di colpo il fratello di Ercole assume un ghigno di sfida, si volta verso il cuscinetto delle fedi tenuto da una bambinetta graziosa, poi ritorna sulla sorridente nuvola di raso a pochi centimetri da lui. Non si cura affatto dell’attenzione riposta dagli ospiti su di loro, fissa negli occhi la sua sposa, e indurendo i muscoli del volto diffonde una sola inesorabile risposta:

 “Non ti voglio sposare perché sei una troia.”

                                          

  Non è giornata. Mai assistito a una fine tanto umiliante. Quanta dose di sadismo e disperazione deve essersi accumulata nel petto dello sposo, arrivare davanti alla porta

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della camera da letto, sentire e vedere senza intervenire. Noi ragazze avremmo tentato dubito di sfiguragli il viso con l’anello di fidanzamento, aperto il suo portafogli, sottratto le carte di redito, e scese in strada, squarciato i copertoni della sua automobile. Il fratello di Ercole si è tenuto tutto dentro, non ha cercato nessuno che platealmente lo aiutasse a lenire il dolore, che scuotesse il  capo o che farfugliasse commiserazioni. Ha atteso per due giorni, si è presentato in chiesa, ha aspettato che la sposa, vestita da Biancaneve, arrivasse, e anziché prenderla in moglie, la ha sottoposta alla pubblica gogna, poi si è girato verso Ercole e gli ha scroccato un passaggio. 

  Con questa immagine in testa mi appresto ad incontrare davanti alla stazione di Porta Genova uno degli avvocati della società per cui lavoro, di lui so soltanto che giuda un Toyota nero, arrivo nel pressi e parcheggio la Smart.

  Noto il Toyota parcheggiato.

  Forse le mie calze a rete sono esagerate per incontrare uno sconosciuto, ma con passo ancheggiante, dati i dodici centimetri di tacco, mi dirigo verso l’ uomo dall’aria distinta in abito scuro. Aspetto che finisca di accendersi una sigaretta, poi gli allungo la mano. Lui è perplesso, quasi sorpreso; mi guarda da capo a piedi e io noto una ventata di imbarazzo misto a stupore appannargli la vista.

  “Piacere, Conte. Andiamo?” , dico con tono è sbrigativo.

  “Prego?”, il suo è titubante.

  “Sono Corinna Conte. Allora? Andiamo?”, insisto a braccio teso.

  Sconcertato lui mi allunga la mano.

  “Scusi, ma credo che ci sia un malinteso…”, dice.

  “Non credo, proprio”, aggiungo aggressiva.

  “Scusi, ma insisto; io non mi occupo di certe cose… Sono solo un tassista.”

  Non so perché, ma di colpo ripenso al pollo di Flannery O’Connor che camminando sia in avanti sia all’indietro diventò lo zimbello di New York. Ecco, io sarò lo zimbello dei tassisti della stazione di Porta Genova.

  Mantenendomi seria cammino anch’io all’indietro e raggiungo la portiera della Smart, butto sul sedile la mia sacca di Louis Vuitton di ottocento ottanta sterline appena comperata a Londra e metto in moto.

  Sopraffatta da un imbarazzo esilarante, guardo nello specchietto retrovisore e sempre a testa alta mi infilo nel traffico, inizio a girare per i Navigli con la stessa spocchia del pollo

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della O’Connor.

  Rido. Non ci posso credere; come il pollo Bantan marroncino della Cocincina anch’io ho camminato all’indietro, anziché le piume ho sventolato uno spolverino leopardato, un basco floscio, degli occhiali grandi due fanali, una minigonna, i tacchi a spillo e calze a rete color carne.

  “Piacere, Conte; andiamo?” E mi sono anche presentata con  nome e cognome! Si può essere più stupide? E lui? “Non mi occupo di certe cose… sono un tassista”. Quello ha pensato che volessi adescarlo.

  Più recalcitrante di Anemone quando lo tengo al guinzaglio ritorno verso Porta Genova e riparcheggio nello stesso punto di prima. A guardare attentamente ora i Toyota sono due; due identici Suv neri della stessa marca automobilistica. Fantastico! Nel secondo c’è una nuca brizzolata e due spalle scure, non mi interessa; io non scendo, l’avvocato sa che il suo contatto guida una Smart arancione, che sia lui a farsi avanti!

  Finalmente l’uomo si decide a scendere, si guarda attorno, spinge in cima al naso gli occhiali da vista e si avvicina alla mia auto, curva le spalle e mi osserva attraverso il finestrino abbassato.

  “Corinna Conte?”

  Soppeso per un attimo la risposa.

  “E’ lei?”, insiste.

  “Sì.”

  Le rughe della sua fronte si stiracchiano.

  “Perché mai prima non ha aspettato che scendessi e se ne è andata arretrando come un gambero?” 

   Scrollo il capo.

  “E’ un segreto?”, l’uomo chiede divertito.

  Afferro il mio basco e lo sprimaccio in una mano. 

  “Macché segreto”, borbotto.

  Ci manca solo che puntualizzi che si trattava di un pollo.

1 commento »

  1. Complimenti, gran bel ritmo! Si corre e si vorrebbe risolvere quel pò pò di suspence che l’autrice ha inserito nella storia. Raramente un racconto incita il lettore ad affrettarsi verso la conclusione. Certo, divorando le frasi si rischia di perdere qualcosa. Buon motivo per rileggerlo, stavolta con più calma. Brava Patti Turetta!

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