Racconti nella Rete®

20° Premio letterario Racconti nella Rete 2020/21

Racconti nella Rete 2009 “Domani esco” di Valentina Capecci

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2009

Mi sveglio con le ossa rotte. Dovrei cambiare materasso. Una volta se non ti compravi l’ortopedico ti candidavi alla gobba e alle sciatalgie. Adesso si sono accorti che le fa venire. Fanculo ai medici. Con quello che mi è costato, l’effetto rimbalzo inferiore a una lastra d’acciaio. Ora dicono che il corpo va assecondato e può sprofondare fino al pavimento. Anche se non si è ancora capito bene su cosa. Visto che il lattice si deforma, la gommapiuma non traspira, lana e crine procurano allergie, ad acqua fa rumore, la schiuma fa la muffa, le molle fanno campo magnetico e quelle insacchettate sanno di bufala. Basterà aspettare. Quando saranno certi che gli ortopedici sono stati tutti rottamati li faranno tornare alla grande e io sarò in linea con le tendenze. Insieme ai miliardi di acari che qui proliferano da generazioni. Tant’è che avranno raggiunto un buon grado di civiltà. Magari non ancora acarisapiens, ma se squarto il cuscino dovrei trovare i primi graffiti scolpiti sulle piume. Sono stesa sull’evoluzione acara e chissà come mi chiamano. La montagna del pane. La morbida cordigliera che si muove. Col cratere che emana zaffate e la desertificazione della caverna. E’ il dormiveglia che mi fa quest’effetto.

Mi giro su un fianco per guardare l’ora. La dieci. E come ogni mattina non so che fare. La vita non ha senso, eccetto quello che gli dai tu. Concetto che mi ha tormentato l’esistenza. Per anni ho cercato di dare un senso alla mia vita. Poi ci ho rinunciato e mi sono liberata di un peso. Però mi piacerebbe dare un senso alla giornata. Per esempio oggi potrei alzarmi, lavarmi, vestirmi e uscire. Oddio, quattro cose difficilissime. Faticose, complicate e soprattutto inutili. L’ultima volta che sono uscita di casa sarà stato un mese fa. Anzi due. Un incubo. Ore a scegliere un abbigliamento che non fosse da lavare o da stirare. O troppo stretto, corto, lungo, largo, anonimo, sgargiante, poco elegante, troppo elegante o fuori moda. Poi ho il problema delle scarpe. Sono sfortunata con le scarpe. Mi stanno bene solo mentre le provo. Appena esco dal negozio iniziano una mutazione genetica dentro la scatola che le trasforma in strumenti di tortura banditi dalle convenzioni internazionali. Molte mi stanno non strette, di più. Da unghie schiacciate, alluci spappolati, fitte alla pianta del piede, crampi al tallone, blocco della circolazione alla caviglia, gonfiori, lividi e cancrena. Quelle estive mi tagliuzzano ovunque. Applico cerotti che col sudore scivolano via e allora devo fermarli con altri cerotti ma farei prima a fasciarmi i piedi come le cinesi dei villaggi e saltellare su due monconi avvolti in metri di garza. Altre mi stanno larghe. E le solette sono un rimedio del cavolo. Le solette si accartocciano sotto l’arcata. Se le incollo il mastice si scioglie e si appiccica alle calze e alla pelle da strappare come la ceretta. Alcune scarpe puzzano. Ma fetori assurdi, impossibili da sintetizzare perfino nel laboratorio di uno scienziato pazzo. C’è scritto vero cuoio ma forse è bisonte in calore, liquame rigenerato, trancio di cadavere. Ne ho che stingono, che a fine giornata per smacchiarmi i piedi non basta l’acido muriatico, devo strofinarli con la carta vetrata. Ho quelle che assorbono acqua provocando un’umidità di risalita fino alle cosce, che non traspirano o che si slacciano anche da ferme. Infine, ho un paio di scarpe comode ma più brutte dei blocchi di cemento della mafia. E non parliamo delle borse da abbinare. Stendiamo un velo pietoso. La verità è che sono una pessima acquirente. Certo, non come quell’autrice americana che davanti a San Pietro ha comperato una scheggia della croce di Cristo da un tizio con otto orologi al braccio. Assomiglio a mia madre, che pure non scherzava. Spese un botto per una scatola d’argenteria smerciata per strada da un hippy che si guardava continuamente alle spalle. La volta che usammo quelle posate fu anche l’ultima. Col vapore dei cibi la patina si liquefece argentando pietanze, mani, tinello e diventarono verdi.

Mi squilla il telefonino. So già chi è. Il supermercato che mi consegna la spesa, per sapere se mi serve qualcosa. Rispondo che non mi serve niente. Grazie, arrivederci. Fortuna il loro garzone o morirei di stenti. Fortuna la lituana che pulisce le scale e una volta al mese anche qua dentro. Fortuna i telecomandi, i cellulari e internet. Puoi sistemare il mondo sopra al comodino. Riguardo l’ora, quasi la mezza. Mi aggiusto le coperte. Comunque l’ultima volta che sono uscita, due mesi fa ma forse ne sono passati tre, appena fuori ho sentito freddo e sono rientrata a cambiarmi.  Uscita di nuovo, ho visto in lontananza una signora in tuta e giubbotto e ho deciso di mettermi più casual. Quando finalmente mi sono chiusa il portone alle spalle ho fatto cinque passi, mi è venuto un capogiro, era tardi e non sapevo dove andare. Mancanza di obiettivi. Da bambina chiesi a mio padre: se l’universo è infinito più ti allontani più la Terra si fa piccola fino a sparire, giusto? Allora alla fine non esistiamo. E lui rispose infatti siamo tendenti al nulla. All’epoca mi sembrò una nefandezza, oggi è la mia consolazione e il mio alibi. La gente crede che i depressi siano infelici. Non è così. L’infelicità è un sentimento forte, come la passione, l’odio, l’invidia, la disperazione. Il depresso tende al nulla. E quindi è in sintonia con l’universo.

In genere compio lo sforzo di sollevarmi dal letto solo quando la vescica sta per esplodere. Dal bagno mi trascino fino al divano dove resto a fissare il muro di fronte. Contemporaneamente penso a tutte le cose che dovrei fare, tipo riordinare i cassetti o tingermi i capelli, e le rimando. Penso anche a tutte le cose che potrei fare, tipo avere amicizie, frequentare una palestra, andare al mare, se solo ne avessi voglia. Ma, ovviamente, non mi va. Se ho fame mangio. Col tempo sono passata dalla posizione di seduta a tavola a quella in piedi sul lavandino, poi col busto nel frigorifero e ora con la testa che grufola direttamente tra le buste come un cane antidroga. E’ l’una. E non ho neppure sete. Riprendo il libro che ho iniziato ieri. Leggo qualche pagina e le palpebre si abbassano a saracinesca.

Le riapro a metà pomeriggio. Potrei almeno lavarmi. Ma non viene più l’acqua calda. Il calcare ha ostruito i tubi ed è diminuita la pressione. Servirebbe un idraulico. Ma non lo chiamerò mai. Mai. Piuttosto cado in putrefazione. I tecnici non hanno alcun riguardo per le donne anziane e sole. Entrano con i loro scarponi lordi di fogna, ti chiedono una bacinella solo dopo aver allagato l’appartamento, non spiegano cosa è successo né cosa stanno facendo, grugniscono solo che c’è da cambiare un pezzo, sbattono i ferri del mestiere dove capita, sarebbero capaci di appoggiare la cassetta degli attrezzi sopra un neonato, incassano al nero e pare che ti fanno un favore. L’acqua fredda va benissimo.

Lentamente allungo un braccio, prendo il telecomando e accendo la TV. La quarta dimensione. Nel suo linguaggio che ha soppresso i congiuntivi e si compone di termini come morbidità e scioglievolezza. Rispondo alle domande dei quiz. Il concorrente non sa neppure dove ha il cuore il gamberetto. La successiva ignora chi sia Aldo Moro perchè all’epoca non era nata. Fatte le dovute proporzioni, per lo stesso motivo io dovrei ignorare il delitto Matteotti. Il presentatore evita di sottolinearle che è storia, non attualità, e la giustifica. Su un altro canale c’è uno scolaro delle elementari che canta un pezzo scritto per un adulto abbandonato e gorgheggia invocazioni del tipo voglio fare l’amore con te, voglio il tuo corpo caldo su di me. Spero inconsapevolmente, o i genitori dovrebbero essere in galera. Al termine dell’esibizione la giuria, vagamente delusa, lo incita a non perdere di vista i valori che contano: agire d’istinto, essere autentici, trasmettere emozioni, inseguire un sogno e non mollare mai. Principi incarnati egregiamente dagli illusi irriducibili, gli incivili, i mitomani e i criminali. Nessuno meglio di un serial killer, o uno stupratore, agisce d’istinto, è autentico, dà forti emozioni, e raramente molla la presa. Nel frattempo calano le tenebre. La stanza assume la giusta intimità. Continuo con lo zapping. Mi muovo tra dibattiti, dossier, informazione e mi appisolo.

Mi risveglia il chiasso di un programma sportivo notturno. Stordita spengo e osservo le tenebre. Inizia la malinconica insonnia della terza età. Affollata di ricordi, rimpianti e rimorsi. Ho fatto male a bruciare un’altra giornata, delle poche che mi restano. Vegetare mi ha tolto l’appetito ma che non provi la sete è sospetto. Non sono così  rimbambita da non percepire che mi sto lasciando morire. Penso positivo, potrebbe essere l’occasione per la ricongiunzione familiare. Oppure no. Non c’è niente. Ma venire assorbita dal nulla assoluto, al termine di una vita tendente al nulla, non mi pare faccia sta gran differenza. Se si sopravvive nella memoria di chi resta sfiorerò per un secondo qualche lontano cugino. Se chiudo gli occhi per non riaprirli più se ne accorgeranno fra settimane. Sfonderanno la porta con i fazzoletti alla bocca e il disgusto per lo stato di decomposizione avanzata. C’è solo una cosa che mi scoccia. Il trafiletto in cronaca locale che mi bollerà come l’ennesimo dramma della solitudine. Voglio uscire di scena in dignitoso silenzio, non umiliata dalla retorica. Domani esco.

6 commenti »

  1. Mi è piaciuto il tuo racconto Valentina! Scritto bene e soprattutto con la sensibilità che ci voleva per questo tema. Ma soprattutto è l’originalità che mi è piaciuta, l’anticonformismo della protagonista e dell’autrice. E lo scatto finale è sapientemente preparato da tutto quanto hai scritto prima. Brava! Andrea Ercolini

  2. Bello mi è piaciuto…è su quel “fanculo ai medici” che mi hai convinto.

  3. Mi piace..lo trovo assolutamente in linea con la vita di oggi.scorre benissimo e leggerlo è stato un vero piacere.
    Compliemnti ed in bocca al lupo!Ciao,Michela..
    ps:se ti va puoi leggere “storia di una giovane principessa”…

  4. ciao, mi è piaciuto.

  5. Brava. Tagliente e ironico. Spezza lo stomaco e friziona la mente. Posso segnalare un piccolo difetto? Il linguaggio poco appropriato dell’io narrante. Se ho ben capito è anziana abbastanza da non poter pensare come una trentenne sveglia e acculturata e al passo coi tempi. O no? Comunque complimenti! Giorgio.

  6. Ciao Valentina! Personalmente adoro, tra le altre cose, intelligenza ed ironia: be’, me ne hai appena concesso una gradevole scorpacciata! Devi sapere che io sono appena arrivato in questa combriccola di scribacchini, e la tua è la cosa migliore che ho letto sino ad ora. Ma dimmi un po’: vuoi veramente fare la scrittrice? O magari lo sei già? Senti lo zio: sei abbastanza brava per concentrarti sul SIGNIFICATO delle tue storie; trova una soluzione ai ghirigori della tua intelligenza e sarai perfetta. Ciao.

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