Racconti nella Rete®

20° Premio letterario Racconti nella Rete 2020/21

Racconti nella Rete 2009 “I cognomi segnano i giorni non di chi li porta, ma di coloro che li amano” di Marianna Bassi

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2009

Sguardo di chi si trova lì per caso, capelli brizzolati, raccolti in un codino, pelle resa ruvida dall’ abbronzatura eccessiva, voce mono tono che non fa immaginare alcuna vibrazione emotiva.

Spengo la tv

 

Autista del bus n. 7, quello che fa le corse solo di notte. Muove la testa ascoltando musica.

Ha un i-pod femminile, con strass, che, nel buio, sembrano luci del presepe. Non c’è una ragione precisa, ma lo detesto. Sono fatto così. Inizio a detestare persone o cose senza un motivo e capita spesso.

 

Mario: porta con sé un carrettino consumato dal tempo e dalla pioggia. Può far paura con i suoi denti gialli, l’occhio destro di vetro e la mano sinistra con l’indice e il pollice mozzati, eppure è un pezzo di pane. Non ama la compagnia, ma è il primo ad avvicinarsi quando si accorge che mi finiscono le sigarette. Anche Mario fuma molto.

Mario, i cognomi segnano i giorni non di chi li porta, ma di coloro che li amano, chi l’ha detta sta cosa?”

Boh” Mario mi risponde toccandosi la barba incolta “Tu come ti chiami?”

Mario, quanto ti parlo non me fa’ urla, avvicinati. Comunque mi chiamo Diego Triste”

E allora?”

E allora in base a ‘sta stronzata dovrei porta’ quasi sfiga…mi chiamo Triste…”

A me mi stai simpatico. Te guardo sempre perché hai una faccia che fa scompiscià dalle risate”

Grazie… eh, Mario.”

Mario, nonostante i modi bruschi, mi è simpatico.

 

Bottiglia d’acqua vuota. Fiancheggia il marciapiede, è sempre nella stessa posizione…

Questa bottiglia ha qualcosa di miracoloso: è ferma al suo posto dalla prima volta che l’ho vista, molto tempo fa.

Ieri sera l’ho spostata un paio di volte con il sinistro, ma niente da fare è ritornata dove era.

 

Mare color nero corvino. Agitato con onde che appaiono e scompaiono dietro un movimento compulsivo. Fa un rumore assordante, è un boato che a momenti allarma .

Quando il mare è calmo e non fa paura faccio il bagno. Nudo.

 

Timberland da neve. Si sono già scollate nelle parte superiore a forza di dare calci alla bottiglia.

 

Baracchino bianco con evidenti macchie di ruggine. E’ davanti alle entrate della curva, illuminato dai fari che accecano lo stadio. E’ la bottega di Aldo: vende panini unti.

L’altra notte mentre Aldo russava steso sulla sdraio un topo squittiva su una coscia di prosciutto.

I topi mi fanno ribrezzo , ma se ho fame mangio comunque un panino. La notte porta appetito.

 

 

Stadio anno 1970, capienza 35mila spettatori. Condizione: se viene un terremoto se lo porta via.

 

Stanotte tremo per il freddo. Il fatto che sia maggio è scritto solo sul calendario. Mi chiedo come faccia Aldo a dormire solo con una canottiera. Si è appena svegliato, con un rutto.

Ah Diego no sta a morì di freddo, vieni nel baracchino !”.

Il baracchino era del padre di Aldo. Dopo la sua morte è passato a lui. Aldo mi somiglia, non è ambizioso, si accontenta di un migliaio di euro al mese e di qualche battona, magari di domenica notte.

Quando fa freddo si ripete sempre la stessa scena, mi chiama ad alta voce e mi invita a rifugiarmi nel baracchino. Non entro quasi mai là dentro, mi blocca il ribrezzo dei topi. Lo ringrazio cortesemente, con un garbo cui lui non è abituato.

La stragrande maggioranza dei suoi avventori notturni non hanno modi o sono troppo ubriachi per averli.

 

Orologio rolex di acciaio: è un regalo del Presidente per il mio terzo goal. Per un po’ ho pensato di venderlo a uno spacciatore o a un ricettatore, ormai conosco bene i loro volti, i loro corpi che deambulano incerti nella notte. Spesso si fermano da Aldo per una birra. Hanno una ritualità religiosa quando si chiudono in cerchi, in tre o quattro e bisbigliano qualcosa. Il loro bisbiglio ha qualcosa di insolito, di criminale

 

Comunque, dopo infiniti tentennamenti, ho deciso di tenere il rolex. Tra l’altro non sarei stato capace di reggere con il Presidente, nelle rare occasioni in cui lo incontro, il ruolo del derubato o di cha ha perso l’orologio. Non che sia sincero, la sincerità richiede troppo impegno, semplicemente non sono fatto per queste pantomime.

Richiedono idee, caparbia determinazione: non mi appartiene nessuna delle due cose.

 

Messaggio. Quando arrivano il mio cellulare mi avverte in giapponese .

I cognomi segnano i giorni non di chi li porta, ma di coloro che li amano.”

Triste: è inquietante, da quando non gioca più la tifoseria è triste, piegata dall’incubo retrocessione. La aspettiamo.

 

Ancora lui, quello abbronzato con il codino. Non ha capito: non mi va di condizionare il destino altrui, di incidere in qualche modo sull’esistenza degli altri. Non me la sento proprio. Mi stufa.

-Allora Diè che fai? Te voi fa venì un accidente ?

 

Aldo continua a chiamarmi, ma io non rispondo. A parte la paura dei topi, mi annoia tremendamente chiacchierare con lui:si ripetono ineluttabilmente certi discorsi.

 

E poi mi piace stare qui, con le spalle rivolte al mare, magari seduto sul marciapiede, a osservare le timberland, il mio orologio, le auto che passano, la bottiglia di plastica ferma da una vita nella stessa posizione e tutto il resto del mondo che mi attornia.

 

Mi chiamo Diego Triste, sono nato il 5 marzo 1977 sotto il segno dei pesci, ma la cosa è irrilevante. Non sono triste. Non ho idee o progetti. Non sono mai stato proiettato nel futuro e tanto meno nel presente, non ho mai avuto inclinazioni, desideri o grilli per la testa.

La pigrizia è sempre stata il mio sostegno. La pigrizia viene trattata molto male, viene bistrattata, lesa, demonizzata. In realtà è un moto dell’animo che ti solleva verso la saggezza dell’indifferenza.

 

A venticinque anni, per puro caso, ho iniziato a fare il calciatore, mi ha scoperto il Presidente mentre giocavo nei giardini pubblici.

 

Ero in gamba ho fatto sette goal in dieci partite. Avrei potuto diventare un grande bomber, ma quella vita non faceva per me: turbava profondamente la mia pigrizia che ha bisogno di riposo, di casa, di silenzi e di insuccessi.

 

Mi piace andare in giro di notte e dormire al mattino.

 

Ogni tanto vengo qui allo stadio. Se ho fame mangio un panino da Aldo. Quando il mare è calmo,

se il clima lo permette, faccio anche il bagno.

 

Un giornalista sportivo con l’ossessione per i cognomi interpreta in maniera apocalittica il fatto che mi chiami Triste.

Peggio per lui, spreca solo energie.

 

 

 

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