Racconti nella Rete®

20° Premio letterario Racconti nella Rete 2020/21

Racconti nella Rete 2009 “Marlboro rosse e chewingum alla frutta” di Antonella Scotti

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2009

 

Pamela gambe lunghe e sguardo da cerbiatta. Fendeva l’aria con passo felino e una lieve inclinazione del capo.  Ora Pam scompare nella quaranta con due biglie al posto degli occhi. Si trascina dal letto allo specchio scannerizzando la più piccola parte del suo corpo. Senza mai guardarsi in faccia. 

L’ho conosciuta in prima liceo. Indossava jeans attillati e un pull dolce vita con la grazia e l’ eleganza dei manichini dei grandi magazzini. I capelli biondi,  raccolti in una coda di cavallo, ondeggiavano al ritmo lento della sua andatura. I maschi, spalmati contro la cancellata, le sbavavano dietro arrapandosi al vederla aspirare, con voluttà, una marlboro rossa di circostanza.  Io a quei tempi il reggiseno non lo portavo  e masticavo chewingum alla frutta.

Avevamo ben poco in comune eppure quel primo giorno di scuola venne a sedersi accanto a me. La nostra non fu una vera e propria amicizia. Io rafforzavo il suo ego, lei rappresentava per me un’ideale verso cui tendere, assolutamente irraggiungibile. In pochi mesi aveva conquistato lo scettro di fidanzata ideale e l’ aula era un viavai di ragazzi che, raggiunti dalla sua fama, venivano a sincerarsi di persona che la reginetta meritasse il titolo. Lei sembrava non curarsene più di tanto e rivolgeva ai suoi ammiratori né più né meno che qualche sorriso di compiacimento. E questo suo modo di fare alimentava la nostra invidia. Non potendo fare altro, ci rassegnammo, in breve tempo, a svolgere l’ingrato ruolo di tappezzeria, soprattutto alle feste a cui eravamo invitate solo perché sue compagne di classe.

Quando in terza liceo ci disse che l’indomani si sarebbe trasferita a Milano con la sua famiglia, alcune non riuscirono a mascherare la gioia. Quanto a me non saprei dire se quella che provai fu realmente tristezza.

 

La mattina di commerciale me ne stavo stretta nel mio cappotto blu come un fa tra le righe del pentagramma. Non ho mai capito perché prima di ogni esame accusassi brividi di freddo e tutti gli inequivocabili sintomi dell’influenza e dopo, miracolosamente , mi sentissi bene come non ero mai stata.

“E’ la prima volta anche per te?” una voce alle mie spalle.

“Già – risposi – e speriamo sia anche l’ultima”

Luca  mi sorrise e fu il principio del nostro sodalizio. Divoravamo manuali e McChiken nell’acquario di facoltà tra sentenze e leggi. Aveva folti capelli ricci, occhi nocciola e una bocca carnosa e ben disegnata.  Più di una volta, all’inizio della nostra amicizia, mi ero domandata perché tra tante ragazze molto più carine, avesse scelto proprio me ma non ebbi mai il coraggio di chiederglielo. Di tanto in tanto si lasciava andare a qualche confidenza sulla tipa che si era portato a letto nel week end senza mai omettere di precisare che si trattava di una storia così, take away, diceva. Quanto a me, le mie quotazioni con gli uomini erano salite da quando lo frequentavo ma non duravo con un ragazzo più di qualche mese.

Subito dopo la laurea io e Luca cominciammo il praticantato presso uno studio legale del centro storico. Tiravamo tardi e affogavamo il desiderio di libertà in una pizza a fazzoletto seduti su pile di codici. Fu in una di queste sere che eravamo rimasti da soli a studiare un caso che Luca, guardandomi serio serio, mi disse: “C’è una persona che vorrei farti conoscere”.

La porta dello studio si aprì appena un po’ e un mocassino in pelle beige, che fasciava un’esile caviglia, fece capolino. Non ci fu bisogno di presentazioni. Pam, così la chiamava Luca, era bellissima e radiosa e lui a guardarla s’ illuminava. In quell’istante capii perché tutte le mie storie erano naufragate miseramente.

Luca pretese che gli facessi da testimone. Avrei voluto dirgli di no ma quando me lo chiese, stregandomi con lo sguardo, riuscii solo a fare di si col capo. La notte prima delle nozze vomitai per ore. Il mattino seguente mi sparai una dose massiccia di peridon, misi su push-up ed extension ed indossai il migliore sorriso che avevo.

 “Dovresti farti crescere i capelli, sei molto più femminile” mi sussurrò all’orecchio Luca mentre mi abbracciava per la rituale foto ricordo.

In primavera Pamela partorì Ludovica. Luca si presentava in tribunale perennemente in ritardo. “E’ un brutto periodo – mi diceva – sai la bimba…”. Intuivo che c’era dell’altro ma m’imponevo di non indagare.

 “E’ l’inizio, crescerà e diventerà tutto più semplice”  tagliavo corto censurando i miei stessi pensieri.

In quel periodo l’avvocato Marra ci aveva affidato un caso estremamente delicato. Si trattava di un risarcimento danni nei confronti di una nota multinazionale. Dopo la storia  con un consulente finanziario, chiusa in seguito all’ennesima cena trascorsa a sentir parlare di obbligazioni e tassi d’interesse, e la crisi che blocca il mercato immobiliare e bla bla bla, mi tuffai a capofitto nel lavoro come un bimbo nel barattolo della nutella. Era la mia panacea. Mi impediva di pensare e di guardarmi dentro. E forse anche per questo vincemmo la causa contro l’ ASIAN S.p.a e Marra decise di metterci a posto con tanto di contributi, fisso e provvigioni.

“Stasera si festeggia” aveva annunciato Luca al telefono.

Quando entrai in macchina mi accorsi che Pamela non c’era.

“Non se la sentiva, era troppo stanca – esordì  leggendomi nel pensiero – Questa però è una serata speciale. Ti porto in un posto che ti piacerà!” aggiunse di getto.

La vineria era fuori città. Candele accese e una melodia andalusa nell’aria. Luca rideva come non ricordavo da tempo. Ed io anche ridevo. Mi sentivo leggera. Forse era il vino. O forse lo sguardo di Luca che teneva gli occhi inchiodati nei miei. Avevo la netta sensazione che mi vedesse per quello che ero, una donna, per la prima volta. Non ero io quella che gli prese le mani e cominciò a muoversi al ritmo della musica. Una luna bambina ci sorprese avvinghiati. Le mani di Luca nella mia scollatura. La mia bocca sul suo collo. Respirai il suo respiro e m’impregnai del suo odore. Fu l’inizio del delirio, che aveva il sapore del sogno e il retrogusto dell’incubo. Cominciai a fumare e lasciai crescere i capelli. Intanto avevo preso in affitto un monolocale non lontano dallo studio e ci avevo chiuso dentro la mia vita come si fa con i messaggi nelle bottiglie. Tagliando fuori tutto il resto, la sua famiglia. Semplicemente non ci pensavo e se non ci pensavo non esisteva.

 

Poi, un pomeriggio la vidi. La riconobbi dall’andatura. Era l’unica cosa rimasta inalterata. Aveva occhi come biglie e i capelli raccolti in una retina nera. Indossava una tuta di ciniglia che pareva stare in piedi da sola e spingeva, a fatica, una carrozzina. Mi fissò per un lungo istante e mi guardò dentro. E ci vide nel chiarore della luna di quella prima sera. La stessa notte la sognai. Era sexy e bellissima come in prima liceo. Mi fissava con un sorriso beffardo e tutt’un tratto deperiva trasformandosi in uno scheletro.  La coda di cavallo assumeva le sembianze di una medusa i cui tentacoli fendevano l’aria e mi avvolgevano fino a soffocarmi. Feci quel sogno la notte seguente e quella dopo ancora. Mi svegliavo in preda a crisi di panico. Andavo all’inferno e tornavo tutte le notti.

Dopo una settimana che mi negavo al telefono decisi di chiamare Luca.

“Perché non me l’hai detto?”

“Detto cosa?”

“Del problema di Pamela”

“Che c’entra questo adesso?”

“Come che c’entra? Tu e Pamela avete una bambina, delle responsabilità”

“Non cominciare col sermone adesso! Laura ti prego, devo vederti o impazzisco!”

“Io già lo sono” risposi con un filo di voce.

 

Oggi fanno cinque mesi che ho chiuso con Luca. Ho tagliato i capelli alla francescana e ho ripreso a masticare chewingum alla frutta. Ho relativizzato la perdita e soffocato la solitudine nel verde mela della cucina high tech multiaccessoriata. Il telefono continua a squillare. Anche stasera, come ieri, penso non ce la farò. Sento una fitta allo stomaco e faccio per alzare il telefono. Ma Pamela mi fulmina con lo sguardo. I tentacoli mi avvolgono. Uno mi stringe la vita e un altro la gola. Sento la mente contrarsi, e il fiato mancarmi. Mi trascino alla finestra. Scosto la tenda stando ben attenta a non farmi vedere scorgo la sagoma della sua auto. E’ancora qui, come ieri e ieri l’altro. Ma si stancherà penso mentre chiudo gli scuri.

 

 

 

 

 

2 commenti »

  1. Cara Antonella,complimenti per il tuo racconto,apprezzo lo stile scorrevole ma soprattutto la tematica affrontata che ha qualcosa che mi riporta ai tempi andati e alla storia che racconto anch’io,perciò leggimi subito e commentami!

  2. Un bel racconto, e uno stile che cattura. Davvero brava.

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