Racconti nella Rete®

21° Premio letterario Racconti nella Rete 2021/2022

Premio Racconti nella Rete 2022 “Kether” di Sharon Tofanelli

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2022

Nel cavo della sua mano, il quarzo. Era bello possederlo, poterlo guardare. Grovigli color olio, pagliuzze extravergini in cui scrutare e stordire. Decise che il quarzo era il perno del mondo e che non aveva che da abbandonarsi, che soccombere al moto divoratore. Ma poi arrivò lui, l’ospite. Fermo alle sue spalle, non le sorrise, però le chiese, sempre così retorico:

-Ancora qui a impilare?

E lei:

-Sto finendo.

E dunque, lui:

-E adesso quante sono?

-Settantadue. Sei cristalli per pila. Sei per settantadue, cioè quattrocentotrentadue. Ne faccio una al giorno.

-A che scopo?

Ci pensò un poco.

-L’orizzonte. L’orizzonte è lo scopo. Se ti inclini un po’ e guardi la linea lontana, vedrai tante torri di cristalli.

Attorno a loro, il tiepido ronzio di giardino, gli odori bianchi. L’ondeggiare di plastica dell’erba. Era l’unico, lui, che la venisse a trovare. E le chiese:

-Una pila di sassi in meno e un divano in più, Ain, perché no?

-E che me ne farei?

-Vengo a trovarti e vedo erba e sassi. E tu paghi per questo. Paghi per dei sassi.

“Il quarzo affumicato, o quarzo fumé, è una varietà di quarzo. Le inclusioni più frequenti, oltre quelle di alluminio, sono quelle di rutilo color biondo o rame. Qualche campione può avere delle fessurazioni o…”

-Ma mi ascolti?

-Stavo leggendo.

-Basta coi sassi.

-Fatti i fatti tuoi.

Sospinse la pila numero settantadue verso l’angolo ovest, là dove le geometrie del prato sfumavano a linea, a griglia. Il suo giardino scucito, in pezzi oltre il confine della porzione che aveva pagato. Il suo giardino e poi il nulla. Lo osservò assorta.

-Quarzo affumicato [e indicò una pila] Cristallo di rocca [e indicò] Ametista [e indicò ancora] Quarzo citrino [e ancora] Giadeite [senza fine] Selenite [senza requie] Labradorite [per pietà] Malachite [smettila] Pirite [Ain, ti scongiuro] e Diaspro e Agata e Occhio di tigre e Angelite, Ambra, Ossidiana…

Quando faceva così, lui finiva sempre con l’andarsene. Ed ecco di nuovo, l’esasperato. Lei si abbracciò le ginocchia, e le braccia avevano qualcosa di paragonabile al silicone. Traspiravano bagliori, come la carta giapponese tesa sul sole. Chinò la fronte sulle rotule e non parlò più. Pietà di sé la colse perché era sola. Ma lui sarebbe tornato, era matematico. Tornava sempre. Udì gli uccelli, il reiterarsi dei versi, frequenza tremula, frequenza sintetica. Sassi da impilare, ancora due, ancora tre. Benedetto il lavoro dei figli di Adamo, benedetta la loro perizia. Alle volte sapeva comporli così bene da ottenere perfette orizzontali, perfette parallele di immortalità e bellezza. Bellezza che lui non capiva.

***

-Sono tornato.

-Ciao.

Non si girò. Riusciva comunque a vederlo, ritto e anonimo nella texture del prato. Le disse: -Vorrei che tu non mi provocassi.

Le si fermò la mano col tassello d’agata, con la sua densa conformazione. Così lavorata, l’agata ha quasi la parvenza di un prodotto di macelleria.

-Provocarti? Io?

-Tu, i sassi, il giardino.

-È mio, l’ho pagato. Ci metto quel che mi pare.

“I supermercati sono pieni, pieni, e come dovrebbe essere? E comunque sei passibile di multa, guarda quel che ci stanno facendo, e che dire della Costituzione, ma siccome a noi va bene così, resteremo qui a oltranza, popolo di molluschi siamo, ma dal primo di maggio vedrai, fino al trenta di luglio, andrà bene se soltanto uscissimo, sono tutte…”

-Ain, ci sei?

-Sì.

-Leggevi ancora?

-Ascoltavo di fuori.

Un finto volatile cantò. Nessuno di loro ne sapeva abbastanza di ornitologia. Nessuno poté azzardare un’ipotesi, o sincerarsi della somiglianza.

E poi, lui: -Senti, cambiamo zona.

-Non ne ho voglia. Tanto, ormai…

-Ormai…?

-È tutto uguale, qua o fuori. Nessuna screziatura. Nessuna opalescenza. Nessun gatteggiamento.

Capitava sempre più spesso che lei parlasse come i minerali, vomitando i loro termini. Era così certo che lo facesse per provocarlo. Doveva necessariamente farlo per provocarlo.

-Andiamo.

-Vai tu. Ti aspetto.

“E aspetta che la curva scenda, aspetta che quelli sappiano che il male è congenito, che ce lo portiamo dentro da secoli perché è il popolo, il popolo, il popolo italiano.”

-E per favore, torna.

***

La banalità sa essere incantevole. Un fil di latte rovesciato nel tè solleva un delicato fungo atomico che parrebbe di trina. Il fungo gonfia come i polmoni di un tenore, poi si acquieta, si disfa. Il tè torna uniforme, monotono, sporco persino. Ma più chiaro, questo sì. La chiarezza domanda sempre un sacrificio.

***

Passò del tempo senza che lui tornasse. Passò tempo non misurato, ma sentito. E lei sapeva sentirlo così bene. Comprò un diaspro dalmata ovale e lo impilò sul precedente. Inspirare. Espirare. Ancora un barbaglio, e dall’altra parte il sole andò giù. Annaspava sull’orlo già da un po’ e allora l’altra dovette interrompersi, alzarsi e accendere una luce. Qualcuno alle sue spalle, qualcuno di molto lontano. Le stelle, magari. Accadeva dall’altra parte. Non nel giardino vitreo, dove non c’erano ombre, ma successioni di poligoni, forme che occasionalmente abbagliavano. Oltre il confine, sagome cosparse di nebbia e griglie di sistema. Occorreva uno sforzo di volontà affinché calasse il buio. Doveva soltanto estendere il proprio controllo al di là della linea d’ombra e le tenebre l’avrebbero coperta. Era una notte a comando e Ain non ne aveva mai chiesta una. Dispose la settantatreesima pila a nord-ovest, calcolando le distanze. Contò il credito che le rimaneva e visionò i cristalli in promozione sul catalogo online. Comprò un cristallo di rocca. Andarsene. Andarsene dove? Restare. Restare per cosa? Dall’altra parte ricominciò il casino e lei desiderò, desiderò che gli uccelli sintetici strepitassero più forte, così da non farglielo più sentire. E subito, il sistema l’accontentò.

“Secondo gli esperti cipiciop cip cip ci dicono i tweet tweet resoconti statistiche cip cirip l’ascesa e cra cra ricaduta è importante non piopiopio vacillare koo koo ripristinare la manodopera gack gack gaaaack il calo dell’impiego e le ripercussioni chiò chiò sulla salute psico-cipcip-fisica dittatura, la morale tipitipitì tipitipitì branco di schifosi clock clock quando cluuuuuck pranziamo?”

Il sistema l’accontentava sempre.

***

-Sono tornato.

-Ciao.

Spalancate le ginocchia sul prato, le ginocchia a terra, Ain sedeva come la bambola che era. Non lo guardò. Fissava l’orizzonte.

-Sei stato fuori molto.

-Lavoro.

-Hai un lavoro?

-No. Lo cerco.

Nel giardino era sempre giorno. E certi discorsi, lo sapeva, necessitano della notte. La notte è propizia allo struggimento, non il giorno. E tuttavia…

-Voglio spiegarti i cristalli.

-Oh, no.

-Aspetta, è importante. I cristalli sono importanti. Funziona come per l’uvetta, hai presente l’uvetta?

-Ain, cosa dici?

-La pratica di meditazione dell’uvetta. Tu mastichi l’uvetta lentamente, pensi all’uvetta, diventi l’uvetta. Quell’uvetta diventa il perno della tua vita e le cose si fermano, i televisori tacciono, la quiete si fa marea. Limpido come il quarzo.

-Bello. Ma che c’entra?

-Puoi farlo con un cristallo, uno piccolo da tenere in bocca. Un piccolo cristallo che ti ricorda di non parlare a sproposito.

-Non è pericoloso?

-Lo è. Il cristallo è tutto ciò che importa, o potresti ingoiarlo per distrazione.

-E lo scopo?

-Lo scopo è il cristallo. Pensare al cristallo. Nient’altro.

Fu necessario racimolare qualche secondo, che la cenere si depositasse. Soltanto allora lui fu certo abbastanza da poter dire:

-Ain, io non ti sopporto.

Fuori, qualcuno bestemmiava. Schiamazzi furenti nel nulla. Ignorarli. Inspirare. Espirare.

E poi lei: -Eppure, torni sempre.

-È la pietà.

-La pietà?

-La pietà per te. Quanti anni hai, venti? Sempre qui, così. Sospesa. Interrotta.

-Ma senti come predica, il vecchio. Lo sa tua moglie, che ti connetti tutte le notti?

-Non ce l’ho più, la moglie.

-Mi domando come mai.

Ed ecco l’addio. Tra la sua pelle e i tendini il freddo si inspessì d’un tratto e lo catapultò lontano, tra le masse stellari. Vecchie come lui, le stelle, indifferenti. Capì che adesso scrutava Ain da pari distanze. Neppure cacciò una replica, né la guardò. Congiungeva sul petto la coppa delle mani, pronto com’era a raccattarsi il cuore offeso. E lei? Lasciava che l’occhio le morisse nei margini del giardino e taceva. La settantacinquesima pila, tra le sue cosce come un fallo geologico, sorgeva giovane dei suoi tre dischi di calcedonio. E lei la ignorava, ché per una volta le sue pupille bramavano il riposo, la distensione. Meglio disperderle nei vapori lontani, o la concentrazione di quei sassi le avrebbe ridotte a fessure feline. Alle sue spalle, qualcuno spostò il cursore sul Sole, ovunque esso fosse. Ne percepì la presa, ne percepì il potere. Il cursore aveva ghermito il Sole. Inspirare. Espirare.

-Addio, Adso13.

Ma lui se n’era già andato. E poi, finalmente, fu la volta del Sole.

***

Ore 6:00. Pare che l’occhio umano percepisca con più efficacia nelle frazioni periferiche del campo visivo. Retaggio animale, istinto. La pupilla è il cervello, la cornea è il ventre. Ain fissava il confine. Oltre la griglia soffusa, il Sole affogava nei suoi processi alfanumerici. Per la prima volta la notte le calava nel giardino, così sintetica e controllabile. I colori isterici del prato si desaturarono tra le sue dita. Il nimbo acido del Sole ansimò come una candela appena accesa; si stabilizzò per l’equivalente di sette, otto secondi; si ridusse e si ridusse, fino a sparire. E fu proprio in quell’ansito che Ain, che le cornee di Ain lo videro, il cimitero, settantacinque pire di morte nel buio. Un sasso per ogni ora, un tumulo al giorno. Distese di lapidi per il tempo perduto. Il carnevale dei morti, il rosso, l’oro, l’opalescente, il massacro dei giorni. Aveva eretto con pazienza la propria necropoli. Sospesa. Interrotta. E fu proprio in quell’ansito che Ain cessò di esistere, allorché…

***

Allorché Anna girò la testa a destra, dov’era la finestra e le tende discoste. E girò la testa perché c’era l’alba e un fascio di Sole l’aveva pugnalata nell’occhio, facendole contrarre la mano sul mouse. Le ore 6:00, il primo respiro. Erano mesi che non vedeva sorgere il Sole. Ancora presto per le grida e l’epopea del mondo. I suoi dormivano e Anche il dio Marte alle volte dorme. E così il televisore, serrato nei sogni di cellulosa. Anna ciabattò il piede sinistro, lo sguardo ricondotto al computer («a new world is waiting»), al suo account premium e nel rigore digitale del suo giardino. C’era una bambola seduta sul prato, bianchissima, circondata dai sassi. L’aveva chiamata Ain. Non le somigliava per niente. Anna chiuse il portatile, stirò le gambe e si alzò. Ore 6:00, il primo respiro del mondo. Scendere un po’ in giardino, perché no? E mangiare qualcosa. Sì, ne aveva proprio voglia.

Ne aveva proprio voglia.  

Lascia un commento

Devi essere registrato per lasciare un commento.