Racconti nella Rete®

21° Premio letterario Racconti nella Rete 2021/2022

Premio Racconti nella Rete 2022 “Annuso e lecco piedi. No perditempo!” di Leonardo Schiavone

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2022

“Da piccoli, si sa, c’è chi vorrebbe fare l’astronauta, chi il cantante o il calciatore, c’è chi vorrebbe fare il geometra del catasto… Io no. Io, da piccolo, sognavo di soffiar via tutte le belle donne a quei principi azzurri che affollano le favole, spassandosela alla grande. In subordine, avrei voluto fare il giurato corrotto per un importante concorso letterario. Ancora adesso, avrei tutta l’inclinazione a svolgere con zelo quest’ultima mansione se mi si offrisse l’opportunità, ma…”
Ma all’alba tutti i sogni si spengono, interrotti dal rumore che fa lo sciacquone nel bagno del vicino di casa. Si spengono pure se eri a colloquio col demoniaccio e gli stavi presentando le tue brave credenziali per un nuovo posto di lavoro.
A candidatura sfumata, Ciro buttò un occhio alla sveglia sul comodino, mantenendo l’altro ancora rigorosamente chiuso. Mancava solo una manciata di minuti al trillo di partenza.

Lola sonnecchiava sotto le sue lunghe orecchie, distesa placidamente sul tappeto del soggiorno. Quella non era una domenica qualunque. Era il 2 febbraio 2020, un “02022020”, una palindromia perfetta sul calendario degli umani. Una di quelle ricorrenze strane che il padrone di casa amava festeggiare. Di certo, anche una brava cagnetta avrebbe potuto gustare delle crocchette più saporite del solito, in tale occasione.
Il pendolo “fine Ottocento” appeso alla parete stava battendo l’ottavo colpo. Fra un momento, il suo padrone sarebbe comparso dalla porta a vetri e la giornata sarebbe cominciata. Mai avrebbe creduto che quel giorno la sua vita sarebbe stata completamente stravolta e che nessuno, forse, l’avrebbe mai più chiamata neppure col suo nome.

«Forza, forza, tutti dentro. Tu Carmelo, tienilo sempre sotto tiro, ti raccomando. A sedere, a sedere. Mettetelo seduto da qualche parte. Adesso legatelo bene, non ci deve scappare. E guai a te se provi a urlare… questo orecchio che ho in mano te lo strappo coi denti!»
La corda cominciò a stringere i polsi contro i braccioli della sedia a dondolo posta davanti al camino, provocando smorfie di piacere ai carnefici e smorfie di sofferenza nella vittima, terrorizzata e con l’orrore stampato in faccia. In piedi, il cecato dettava ordini e accompagnava ogni sua parola incassando nervosamente la testa fra le spalle.
«Nonno, io gli sparo subito!», azzardò Felicetto con gli occhi fuori dalle orbite, per lo sniffino che s’era appena fatto.
«Statti calmo guaglione, non fare fesserie» lo rimbrottò il nonno, mentre si avvicinava, battendo qua e là il bastone bianco, per orientarsi in quell’ambiente ancora sconosciuto.
La cagnolina, a coda bassa, era corsa a rannicchiarsi sotto al tavolo, tutta mogia, impaurita, muta, con la testa fra le zampe. Accennò un guaito solo quando il vecchio le passò vicino, sfiorandole la coda con la punta di una scarpa. Quello tirò via una sedia dal tavolo e l’avvicinò al camino, per schiaffarla di rimpetto all’uomo legato, mentre i nipoti rimanevano in piedi, disposti ai lati. Si lasciò cadere sulla sedia e abbandonò a terra il bastone.
Dalle persiane semiaperte filtrava il primo sole in lame sottili e rimbalzava sul pavimento. Nella penombra del soggiorno, il cecato offriva un profilo davvero raccapricciante agli occhi del mondo. Il nasone gli calava giù a strapiombo, senza la minima incertezza, da una fronte assai pronunciata e inutilmente spaziosa, rendendo persino impossibile camuffare il suo handicap visivo con un paio di occhiali scuri. Il mento terminava con un gran pallottolone bitorzoluto, quasi a voler togliere definitivamente ogni residua pretesa estetica.
Ora, il padrone di casa si trovava legato a mo’ di capocollo davanti ai tre ceffi.
Non era stato difficile coglierlo di sorpresa e sopraffarlo al rientro dalla passeggiata mattutina per i bisogni della sua bassotta. S’erano intrufolati nel giardino ed erano scivolati silenziosi a nascondersi sulla veranda della villetta. Al ritorno l’avevano spinto dentro casa senza troppi complimenti, sotto la minaccia delle pistole, calcandogli con forza una mano sulla bocca.
Sì, ma adesso cosa volevano da lui?

«Sei tu Ciro Capatosta, o no?» esordì minaccioso il menomato.
«Sì, sì, sono io… ma da me che cristo volete?»
«La cassaforte, dove tieni la cassaforte?» si accalorò l’inquisitore.
«Io non ho nessuna cassaforte. Io non tengo soldi in casa.»
Tarcisio Spada, ormai per tutti “o cecato”, a quelle parole divenne paonazzo. Alzò la faccia verso il soffitto e la sua mente andò indietro, a tre anni prima.
La cifra non era un granché, ma qualche migliaio di Euro era riuscito a strapparglieli di mano all’impiegato di quello sportello periferico, dov’era andato per un lavoretto che, fin lì, si era rivelato facile facile. Poi la corsa a piedi, imboccando quei vicoli che conosceva a menadito, in cui stava dileguandosi come una saetta. Con un po’ di fortuna e la compiacenza di qualche vecchio compagno di bisboccia li avrebbe fatti fessi tutti quanti, senza che nessuno potesse agguantarlo. La guardia giurata della filiale, suo vecchio compare di magagne adolescenziali, probabilmente stava ancora asciugandosi le lacrime. Lo spray urticante gli era arrivato in faccia a profusione, per scongiurare successive ipotesi di complicità. Più avanti avrebbero trovato il momento giusto per la “mezza”: fra gentiluomini un accordo si trova sempre!

Quel giorno, però, San Ciro aveva deciso di punire Tarcisio, venendo giù dal cielo a nome di tutti gli altri santi, senza aspettare che egli li citasse rabbiosamente uno a uno, anteponendo per tigna il nome dell’ungulato che grugnisce. Fu un attimo e il rosario di imprecazioni partì furiosamente. L’attimo coincise col piede di Tarcisio che inciampava in un guinzaglio, proiettandolo con la faccia contro una vecchia bicicletta abbandonata a terra. Un pedale centrò in pieno l’unico occhio buono che gli era rimasto, dopo aver perso quasi del tutto l’altro, per un’esplosione dei botti a Capodanno, quand’era ancora scugnizzo.
Ora nonno e nipoti si erano presentati per un “recupero forzato”. Il nonno rapinatore pretendeva i soldi che aveva già acciuffato in banca, e a cui aveva dovuto rinunciare nel trambusto seguito al casino provocato dal cane. Il suo mestiere non contemplava polizze assicurative a copertura degli incidenti sul lavoro e qualcuno doveva pur risarcirlo del mancato guadagno per l’operazione bancaria finita “a schifìo”.
Ai barellieri che l’avevano raccolto da terra aveva chiesto perentoriamente di acquisire le generalità del proprietario di quel cane merdoso, prima che partissero a sirene spiegate verso il Pronto Soccorso. Il nome se l’era ripetuto in testa giorno e notte, come una giaculatoria, per tutto il tempo che era rimasto in gattabuia. Adesso era arrivato il momento della rivalsa.

«Caccia i soldi. Te lo chiedo un’altra volta, dove sta la cassaforte?»
«Ma quale cassaforte e cassaforte, ve l’ho già detto che non ho alcuna cassaforte.»
Come se avesse letto nella testa del nonno, quella feccia scalcagnata vestita a festa di Carmelo fece partire un primo cazzottone di incoraggiamento verso lo zigomo di Ciruzzo. Ne sarebbero seguiti tanti altri, a ogni nuova domanda e a ogni corrispondente diniego, senza che il cecato dovesse neppure prendersi la briga di ordinarli. Dopo ogni pugno, il vecchio prendeva a battere ritmicamente un piede a terra, per sottolineare che il tempo stava passando.

Per Ciro, tutto ciò aveva un sapore davvero surreale. “Dov’è la telecamera nascosta?” si era chiesto prima che iniziassero a picchiarlo sodo. Chi aveva messo in testa a quel delinquente che la sua Lola l’avesse fatto inciampare? I suoi interrogativi riuscivano a confezionare solo bolle di tempo sprecato. Continuava a non capire, a scambiarsi sporadiche occhiate di solidarietà con la sua bassotta. Povera bestiola!
Poi qualcosa gli venne in mente: la crociera… sì, la crociera che aveva fatto. Erano passati tre anni ormai, ma risaliva proprio all’epoca che il vecchio evocava per la sua disgrazia.
Ricordò di aver lasciato in custodia il cane ai vicini della villetta accanto, pregandoli di accudirlo per dieci giorni e di portarlo a pisciare agli orari convenuti. Al ritorno, avevano riferito che tutto era filato liscio e non c’era stato alcun intoppo.
Pian piano, cominciava a mettere a fuoco gli eventi, ma arrivò un calcione alle gambe, seguito da un nuovo pugno sferrato con brutalità inaudita. Gli procurò un dolore lancinante all’orecchio destro che lo fece accasciare con la testa su una spalla.
La tortura continuò, mentre Ciro diventava via via più assente.
Poco dopo, temendo la malaparata, col cane stretto sotto al braccio, Tarcisio Spada si precipitò con gli altri due sgherri fuori dal cancello e tutti filarono via in auto sgommando.

Quando l’uomo si riebbe, quei bastardi erano già lontani, ma finalmente poté gridare “aiuto” con quanto fiato gli restava in gola.
Dell’uomo che lo aveva fatto malmenare non sapeva proprio un bel niente. Ricordava solo le ultime minacce riferite a Lola, che avrebbe messo in atto se non avesse ricevuto il denaro che gli spettava di diritto. Poi, aveva sfilato l’impugnatura dal bastone e gli era rimasto in mano solo una sorta di stiletto luccicante.
«Dove sei Felicetto?» aveva ruggito imperiosamente.
«Sto qua, qua di fianco, nonno», s’era avvicinato quel nipote, calamita insuperabile per pulci da combattimento clandestino.
Il viso di Tarcisio s’era allargato in una risata sardonica: «Damme ‘o cane!»
Quelle furono le ultime parole udite da Ciruzzo Capatosta prima di perdere i sensi.

Il giorno seguente, il disgusto rincorreva Ciro senza mollarlo neppure un attimo. Aveva il viso tutto gonfio e l’espressione facciale di un vecchio comodino rococò. In quell’ozioso sconforto, non trovò di meglio che inserire su Google proprio quel dannato lemma che gli stava martellando la testa. Digitò “damme ‘o cane”, come se si aspettasse chissà che cosa. Cliccò sulla prima risposta ottenuta e partì una canzone kitsch, estremamente kitsch, dove un uomo lacerato dal dolore rivolgeva un accorato appello alla moglie, dopo la separazione.

Tutt’ m’aviv ‘a fa’
tranne d’ ‘t purtà appriessa pur’ ‘o cane.
‘Stu cane m’ha volute tropp’ bene
e nun è stato falso cumm’ a te…
Damm’ ‘o cane!
Tienete tutt’ e cose e damm’ ‘o cane…
Damm’ ‘o cane…
Fernisce malamente, damm’ ‘o cane!
Fa chell’ ca vuo tu
statte co’ chi vuo tu
ca nun ce venì cchiù,
ma damm’ ‘o cane!


Gli si inumidirono gli occhi ascoltando, in quell’appassionato melodramma, tutto lo struggimento di un uomo che implorava per riavere l’affetto più importante della sua vita: ‘o cane.

Il cecato, tornato ai domiciliari, davanti al maresciallo Squaqueccia dei Carabinieri aveva ostentato disprezzo e aveva riferito che il cane era scappato via di nascosto.

Ciro aveva sentito, o letto da qualche parte, di cani che tornano dal proprio padrone, ritrovando incredibilmente la strada di casa, sia pure da posti assai distanti.
Voleva continuare a sperare.
Coi lucciconi agli occhi si armò di pennarello indelebile e andò risoluto verso il cancello d’ingresso. La targhetta che vi campeggiava sopra diventò: “Attenti al cane! Ora è fuori, ma potrebbe tornare presto!”.
Poi risalì il pianerottolo e lo sguardo si fermò sulla cuccia ormai vuota di Lola. Sopra, restava solo il collarino di cuoio con la scritta fatta incidere quando l’aveva adottata:
“ANNUSO E LECCO PIEDI. NO PERDITEMPO!”
Scoppiò in singhiozzi e lacrime.
E non fu un lago.
Fu un oceano.

1 commento »

  1. A.A.A. Racconto porno spinto, desideroso di commenti al buio, cerca polpastrelli paludati per incontri mordi e fuggi…

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