Racconti nella Rete®

20° Premio letterario Racconti nella Rete 2020/21

Premio Racconti nella Rete 2021 “Arabesque” di Gio Cancemi

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2021

Ci fu un lungo silenzio, rotto solo da un timido battito di mani, a cui se ne aggiunse un altro, e un altro, fino a sfociare in un applauso fragoroso.

Il pianista uscì da dietro le quinte e guadagnò a passi lenti e concentrati il centro del palco.

Fece un inchino e si sedette sullo sgabello, davanti alla tastiera.

Come una fiamma sbattuta dal vento l’applauso vacillò, languì e piano si spense.

Lui si voltò verso il pubblico, un mare nero sotto il firmamento dei riflettori.

La sua voce sembrò il richiamo di una vedetta.

« Claude Debussy. “Arabesque”. »

Il nero fu percorso da un mormorio impaziente, un brivido d’approvazione.

Si girò di nuovo verso il pianoforte.

Il bianco e il nero. 

L’ebano e l’avorio. 

La felicità e l’infelicità. 

Chiuse gli occhi. E attaccò.

Aveva sempre pensato che su quei tasti, talvolta fatti di vento talvolta di pietra, scorresse tutto il mondo, tutto lo spettro delle tonalità di cui si colora ogni cosa intorno racchiuso, come in un guscio, da quei due colori che ora lui solleticava o percuoteva come a volersi disfare di un peso soffocante.

Sentiva lungo le braccia le vibrazioni delle cadute sui tasti, l’energia della sua anima scorreva da dentro per andare a inondare la superficie levigata della tastiera. 

Era il momento di un Piano sottilissimo e senza consistenza, come il luccichio di una gemma. Attaccò quella melodia sulle note alte, ricamandola con raggi di luce, beandosi del rintocco argentino dei martelletti sulle corde che quasi sembravano essere fatte di stelle.

Nessuno se ne accorse, ma una piccola lacrima scese, lenta, a rigargli la guancia.

Pensò a se stesso, a ciò che era, a ciò che era stato perso durante il lungo e faticoso tragitto; si sentì perso, solo, come non mai, sentì l’inutilità come un fluido appiccicoso sulla pelle. Milioni di strade percorse, milioni di persone incontrate, milioni di pensieri in testa, quella testa che non smetteva mai di riflettere e tormentarsi e tormentarlo con i suoi nessi logici e non. Si chiedeva il motivo di tutta quella sofferenza, di tutta quella fatica. Tutti gli occhi che aveva incontrato se n’erano andati, per un motivo o per l’altro, per andare o credendo di andare a conquistare la loro fetta di mondo riflessa dentro di loro, lo avevano accompagnato per qualche metro nel viaggio e poi erano scomparsi, lasciandolo un po’ più ricco, un po’ più invecchiato, un po’ più pieno e triste di prima. 

Che ne era di quei momenti persi, così, che avevano lasciato solo ricordi come la scia di una stella cadente, togliendogli dall’esistenza una luce in più nel cielo? 

Continuò a giocare con i suoni, le note di cristallo degli acuti contro i tuoni dei bassi, un dialogo infinito, la vitale, tormentosa e violenta compresenza degli opposti, ferita regalata agli umani da una divinità gelosa di chiarezza, vertigine di labirinto dove l’anima, oltre a essere aereo, invisibile fumo senza limiti, è anche spaurito battito d’ali che sbatte furioso su durezze levigate di specchio, perdendo la certezza di una direzione, di un’uscita…

Il pezzo finì. 

Lui staccò lentamente le dita e le richiuse piano, come a voler trattenere ogni cosa con quel gesto e raccogliere l’eco del suono morente nei palmi.

Ci fu un lungo silenzio rotto solo dall’applauso crescente.

Era come un loop, e avrebbe potuto continuare per sempre.

***

All’uscita del teatro, sotto l’insegna che annunciava a grandi lettere “JACK LOTER, PIANOFORTE: ULTIMO CONCERTO!”, si fermò, pensieroso.

Lei gli si avvicinò. Jack la riconobbe subito, anche se era passato tanto tempo, anche se indossava la maschera per l’ossigeno come lui e ormai aveva la pelle color cuoio invecchiato per l’esposizione all’atmosfera avvelenata che li circondava all’aperto.

Le labbra di lei si mossero, trasparenti, attraverso la plastica.

« L’ultimo concerto dell’intera umanità, in questa ultima notte. Non poteva finire in modo migliore. Grazie. »

Un sorriso pasticciato.

« Ho fatto del mio meglio. Non è stato facile. »

D’improvviso lei gli prese la mano, a dispetto di ogni divieto.

« Non voglio star sola, stanotte. »

Lui sussultò. Poi la guardò come se il tempo non fosse passato.

« Neanch’io. »

Silenzio.

Cominciarono a incamminarsi, senza tenersi per mano. Vicini.

Nel cielo balenavano lampi viola, scagliati come bombe attraverso l’aria irrespirabile e infuocata, mentre il pianeta moriva.

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