Racconti nella Rete®

20° Premio letterario Racconti nella Rete 2020/21

Premio Racconti nella Rete 2021 “L’Orologiaio” di Nicola Leo

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2021

La sera piombò improvvisa sul paese, malinconica e fredda. Nemmeno le luci del Natale riuscivano a infondere quell’atmosfera serena e quel calore che ci si aspetta da una festa così tanto attesa. Nessuna emozione. L’incoerente armonia delle canzoncine natalizie trasmesse dagli altoparlanti della vicina piazza, venne d’un tratto spezzata dal sordo rumore di una saracinesca che si abbatté con la violenza e la freddezza di una ghigliottina. Dopo l’ennesima deludente giornata di lavoro, l’orologiaio si chinò lentamente per chiudere il lucchetto della sua vecchia bottega e, senza nemmeno rialzare la testa, si allontanò e andò via. In un rituale che si ripeteva da una vita, s’incamminò a piedi verso casa, percorrendo i vicoli meno frequentati, in solitudine. Un passo lento, che l’aiutava a riflettere; d’altronde, non aveva più l’energia dei tempi migliori. Una leggera foschia lo teneva vigile e, passo dopo passo, rannicchiandosi nel bavero del proprio cappotto, scomparve nell’oscurità dell’ultima stradina. Svanito, come fosse stato rapito dallo spirito inquieto di quella fredda sera che, del Lieto Annuncio, non sembrava fregarsene proprio niente.

Arrivò a casa, l’orologiaio del paese. Chiuse la porta e posò il cappotto sull’appendiabiti dell’ingresso, proprio vicino l’albero di Natale che, timidamente e a intermittenza, provava a donargli un tono di colore con le proprie luci. Non era certo la prima volta che sua moglie lo vedeva rincasare triste e malinconico. Ne sapeva il motivo. Si perché quello non era per niente un periodo buono. Dopo anni di certezze e di una stabile serenità familiare, anni durante i quali l’artigiano era riuscito, con sacrifici e dedizione, a metter su un’importante realtà imprenditoriale, accadde il crack, l’imprevisto. La disonestà del proprio commercialista lo aveva messo nei guai con il fisco, guai seri, che gli avrebbero fatto piombare addosso negli anni pesantissime cartelle esattoriali, inappellabili come la morte. Quella morte che pian piano entra subdola nella sua vita, stringendo in una soffocante morsa la propria realtà lavorativa e, con essa, gli anni più brillanti della propria esistenza. L’inquietudine non tarda ad annidarsi nel suo cuore. I tempi della giustizia sono lunghi e finché non sarà accertata la responsabilità del commercialista disonesto, l’azienda sarà intanto mutilata, recisa delle sue migliori risorse. Vale a dire, licenziamenti e svendite. Ridotta all’osso. 

In paese lo chiamavano il commercialista storpio, in modo dispregiativo. Quando ancora non erano emerse le sue malefatte, la canaglia si buttò anche in politica. Durante l’ultima campagna elettorale rimase gravemente ferito ad una gamba, schiacciata da una trave venuta giù a seguito di una violenta esplosione; a riguardo, c’è chi dice che sia stato egli stesso a procurare involontariamente la detonazione di un ordigno artigianale che stava fabbricando per compiere un attentato ai danni del proprio leader, al quale bramava subdolamente di succedere. Dicerie, asserivano altri, relegando tali congetture a banali depistaggi della battaglia politica in corso. Qualunque fosse stata la causa, fu condannato a zoppicare per tutta la vita. Lo storpio, spregevole e ludopatico. Parte del denaro sottratto alle vittime e di quello ricevuto dal partito per la campagna elettorale se lo bruciò in prostitute e slot machine nel giro di pochi giorni. Quando la pentola si scoperchiò, fu pubblicamente scaricato e denunciato dal proprio leader che, nel frattempo, sarebbe poi diventato il presidente del consiglio, il premier. Ricercato da più persone e dalla Giustizia, si rese irreperibile, fuggendo all’estero con tanto di bottino. E di bastone.

Non si dava pace, l’orologiaio, versando lacrime per quei collaboratori sui quali non poteva più contare e che non avevano colpa. Non di rado, pensava addirittura di averli traditi, perché facevano parte della sua famiglia. A salvarsi, ora, era solo la vecchia bottega, quella vicino la piazza. Da lì era cominciato tutto, molti anni prima, con la creazione di uno degli orologi più belli d’Italia, quello del campanile. 

Suonano alla porta. È Giulia, sua figlia. Ci mette un po’ a salire le scale, è affaticata; si ferma un attimo sull’ingresso a rifiatare e poi si siede sulla poltrona, tenendosi il pancione tra le mani. Ludovico nascerà da lì a poche settimane. Quando verrà al mondo, avrà una mamma di appena diciassette anni. Non era certo quello il momento per una gravidanza, inaspettata, complicata. In famiglia non si respirava un’aria di festa, né per il Natale né tantomeno per l’arrivo del nascituro. Diciassette anni. Quando i futuri nonni lo vennero a sapere, non ebbero nemmeno la forza di arrabbiarsi, piansero in privato. Non un pianto di gioia ma di resa; un pianto di rabbia per una vita che diventava sempre più difficile, diversa da quella accarezzata per anni e che in quel momento stava prendendo il sopravvento su tutto, anche sulle loro volontà. Come uno tsunami, si stava abbattendo su quella casa, spazzando via tutto ciò che era vecchio. Cancellando ogni certezza, ogni rassicurante ricordo. Persino il tempo. Era il momento di fermarsi, di ascoltarsi. Si parlarono, spesso solo a sguardi. Cercarono di capire. Invano. A volte le trame della vita diventano così imperscrutabili che vivere comporta una decisione coraggiosa. Un po’ come camminare al buio senza perdere l’orientamento, alla ricerca di una fiammella, anche piccola, che indichi la direzione giusta da seguire. È un po’ come tornare bambini o rivivere la gestazione nella pancia della propria mamma, abbandonarsi solo a lei. È un periodo necessario. A volte, decidere di vivere significa semplicemente affidarsi, senza pensarci troppo. Decisero di aiutare e sostenere Giulia e Ludovico nel loro percorso, si sarebbero inventati qualcosa. Decisero così di non lasciarli soli. 

Il giorno arrivò. Le doglie di Giulia e la corsa in ospedale. La trepida attesa dei futuri nonni, un religioso silenzio in attesa di un segnale. Il telefono dell’orologiaio iniziò a squillare; era il sindaco, un suo grande amico. Lo invitò insistentemente a recarsi presso il campanile per riparare l’orologio, il simbolo del paese; le lancette si erano improvvisamente fermate e andava ripristinato prima dell’arrivo del premier, previsto nella piazza del campanile proprio in quella serata e con il collegamento televisivo delle reti nazionali. A nulla valse la circostanza che l’orologiaio stava da lì a poco per diventare nonno, nulla contarono i suoi comprensibili impedimenti. Il sindaco voleva evitare questa brutta figura e lo supplicò in nome della loro storica e sincera amicizia. Così, convincendosi che il problema sarebbe stato risolto in poco tempo, magari con una passata di olio agli ingranaggi, l’orologiaio s’incamminò verso l’uscita del reparto, lasciandosi alle spalle i gemiti della figlia.

Lungo il tragitto in auto, sentì in lontananza delle sirene e pensò fosse la scorta del premier ormai giunto in città. Parcheggiò vicino la piazza, le sirene erano sempre più insistenti e vicine. E numerose. S’affrettò a salire le scale interne del campanile con gli attrezzi del mestiere, doveva sbrigarsi prima dell’arrivo del presidente. Arrivò in cima all’orologio. Sotto di lui arrivarono sgommando numerose auto dei carabinieri a sirene spiegate. Si affacciò al balconcino del campanile e vide i carabinieri impugnare la pistola nella propria direzione; davanti ai militari, quasi accerchiata, una macchina ferma col motore acceso, con lo sportello lato guida lasciato aperto dal conducente, fuggito proprio in direzione del campanile. “Attenzione, è armato” esclamò uno dei carabinieri rivolto all’orologiaio. Dietro di lui, il rumore sordo di qualcuno che saliva le scale, le saliva zoppicando. Non ebbe tempo di fare altro. Si voltò, se lo vide di fronte con la pistola puntata, nella penombra dell’imbrunire.

Faccia a faccia, ai piedi di quel grande quadrante i cui ingranaggi sembravano essersi arrestati per paura. Il silenzio rotto solo dagli incerti sussulti della lancetta dei secondi, avanti-indietro, avanti-indietro, sembrò durare un’eternità. Tutto era fermo, immobile. Tutto era da decidere e da sistemare. Nel frattempo, una luminosa luna piena si prendeva la scena sopra di loro.

D’un tratto, lo storpio mollò la presa e intimò all’orologiaio di sparire; non per pietà, ma perché aveva un piano da attuare. Dopo lo spavento, l’orologiaio si sentì improvvisamente libero e miracolato; si allontanò senza pensarci due volte. Mentre andava via, però, iniziò a elaborare quello che stava accadendo con più lucidità. Cosa ci faceva nel campanile lo storpio? Perché era tornato? Perché era armato e inseguito dai carabinieri? Cos’era quell’involucro che teneva stretto nella pancia e dai quali uscivano due fili elettrici? Con coraggio risalì le scale strisciando con la schiena lungo le pareti, cercando, con molta cautela, di non far rumore. Arrivato all’angolo del pianerottolo, si scorse con la testa in direzione dell’orologio. Subito ritolse la testa. Lo storpio stava maneggiando qualcosa vicino i grandi ingranaggi. Riguardò. Un involucro avvolto da nastro isolante con un timer rosso visibile in centro. Cazzo. Scappa più forte che può.

Certo! Vuole vendicarsi del premier che stasera è atteso qui, vuole fare un attentato, non solo a lui ma all’Italia intera. Pensò, lui era lì per ridare vita al suo orologio e lo storpio, invece, lo voleva far saltare in aria, con tutto il campanile; il fantastico orologio, creato con tanta passione e sacrificio, lo storpio lo voleva distruggere. Una volta fuori, si sentì al sicuro tra tutti quei carabinieri, ai quali rivelò quello che aveva visto, con voce tremula e ansimante. C’è una bomba nel campanile pronta ad esplodere! 

Non c’era tempo da perdere. Una volta organizzato l’intervento, i carabinieri fanno irruzione. Dentro c’è un uomo armato di pistola e di odio. Lì dentro, è stata scelta la morte. Sulla piazza cala un silenzio assordante e insostenibile, rotto poco dopo da urla concitate e confuse; si sente uno sparo, poi un altro. E un pianto.

Il gemito liberatorio di una nuova vita che nasce. Nessuno sa che, non molto distante dal campanile, il tempo ha ripreso il suo corso e che un bambino è al riparo da tutto, felice tra le braccia della sua mamma. Un meraviglioso silenzio si fonde con la dolce armonia di un carillon che risuona nella loro stanza, va’ per il corridoio, attraversa il reparto, incrocia i sorrisi di dottori e infermieri e si dirige verso l’uscita dell’ospedale; con tutta la sua delicatezza, vorrebbe risuonare in tutto il paese.

Benvenuto Ludovico, questo mondo ha bisogno di te.

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