Racconti nella Rete®

20° Premio letterario Racconti nella Rete 2020/21

Premio Racconti nella Rete 2021 “Flamant Marelle” di Francesco Saccà

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2021

L’intervallo non era ancora iniziato.

Quel mercoledì, la 1a C si era già appropriata della zona Campana per gentile concessione della professoressa di francese, la signorina Claudia, che osservava il cortiletto interno dall’alto, affacciata alla finestra della sua aula.

Quello che inizialmente era sembrato essere solo il capriccio di una bambina aveva acquisito tutto un altro significato alla fine del primo quadrimestre, dopo il primo incontro con i genitori.

“Mia figlia vorrebbe poter giocare a campana ogni mercoledì, dopo l’ora di francese”, disse il padre di Marelle. “So che forse le può sembrare una richiesta un po’ strana, ma potrebbe fare qualcosa a riguardo?”

Marelle Paletti. Capelli lunghi neri, legati a formare una treccia, che la bambina era solita far cadere sul davanti, coprendo parte del suo collo slanciato. Gambe lunghe, sottili e forti, da ballerina classica. Passione intensa, molto intensa per il rosa. Tanto intensa che la signorina Claudia non riusciva a ricordare di averle mai visto indossare altri colori. Unica madrelingua nella classe di francese, invidia e ammirazione di quei pochi bambini a cui la lingua sembrava piacere davvero e – a dirla tutta – anche della professoressa.

Bilingue per l’esattezza. Il signor Paletti tenne a precisarlo in una lettera indirizzata al collegio docenti. “Parla l’italiano tanto bene quanto il francese”, affermazione che creò non pochi interrogativi fra i professori della Scuola Media Statale Alberti di Torino, che forse avrebbero trovato meno singolare essere avvisati del contrario. I primi tre mesi di lezione della 1°C e il silenzio quasi ininterrotto di Marelle funsero da parziale risposta. Il resto lo fece la triste notizia che accompagnava quella lettera.

“La mamma di Marelle è venuta a mancare lo scorso Agosto”

“Esami di psicologia o pedagogia dovrebbero formare la mente di un futuro docente per poter affrontare eventualità di questo tipo. Ma non esiste materia che prepari il cuore a sentirne parlare per la prima volta.” Pensava la professoressa Claudia. Lei, che con stile innovativo aveva deciso di farsi chiamare per nome dai suoi primi veri alunni. Lei, che adesso si trovava a disagio più di ogni altro suo collega. Non era sicura di come avrebbe dovuto comportarsi.

Eppure i primi mesi dell’anno scolastico passarono per lei molto velocemente. La neoprofessoressa era forse l’unica a non aver avuto vere e proprie difficoltà con Marelle. Il caratteristico silenzio della bambina si trasformava infatti, durante l’ora di francese, in una quasi eccessiva loquacità.

Dover gestire gli altri bambini, che si demoralizzavano a sentir parlare Marelle esclusivamente in francese. Quello era forse il suo unico problema. Ma andava davvero risolto?

Pensava tra sè e sè: “Una lezione di lingua francese aspira ad essere condotta esclusivamente in lingua francese.” E ancora: “Non posso obbligare Marelle a smettere di fare qualcosa che per lei è totalmente naturale.” Sentiva di trovarsi in un limbo di egoismo ed invidia. E di questa situazione però, non riusciva sinceramente a vergognarsi. Un po’ perchè a forza di pensarci si ritrovava spesso a sorridere, senza rendersene conto. Un po’ perchè le sembrava di far felice anche Marelle.

La bambina, dal canto suo, aveva notato qualcosa di particolare nell’atteggiamento della professoressa Claudia nei suoi confronti. E dopo qualche mese sembrò che volesse approfittarne. Al rientro dalle vacanze di Natale aveva cominciato a pregarla, rigorosamente in francese, affinchè Marelle potesse accalappiarsi prima delle altre classi la zona del cortile in cui si giocava a campana.

“Je vous en prie! Je veux jouer à la marelle! Je veux jouer à la marelle!”

Per la professoressa Claudia, e proprio a causa della grande simpatia che nutriva nei confronti di Marelle, sembrava ingiusto e poco professionale acconsentire ad una richiesta del genere. Riuscì a tenere duro per più di un mese. Con suo grande sollievo, non vide grossi cambiamenti nel comportamento di Marelle. Al contrario, ogni mercoledì la bambina continuava ad avvicinaris alla cattedra a cinque minuti dalla fine dell’ora e dimostrava di non essersi ancora data per vinta.

“Je vous en prie! Je veux jouer à la marelle! Je veux jouer à la marelle!”

Poi, a metà febbraio, arrivò l’incontro con i genitori. Una formalità per un’insegnante di francese del primo anno, che poco può fare se non ripetere la stessa nenia. “Siamo ancora agli inizi. E’ ancora difficile poter valutare suo figlio/sua figlia.” Sì, una vera e propria formalità. Almeno fino all’arrivo del signor Paletti.

“Lei dev’essere la signorina Claudia”, cominciò subito il padre di Marelle. “Mia figlia non fa altro che parlare di lei.” Il signor Paletti non aveva avuto bisogno di presentazioni. Se quelle parole non fossero bastate a rivelare chi egli fosse, lo avrebbero fatto i suoi capelli scuri, l’aspetto magro e longilineo e il naso aquilino, identico a quello della figlia.

La professoressa sapeva bene di essere la preferita di Marelle, eppure rimase ugualmente e sinceramente sorpresa. Sentì un peso scivolare giù, dalle spalle fino alla punta delle dita, per poi scomparire. Un peso che non sapeva realmente di avere o che forse era riuscita a nascondere persino a sè stessa. “Qualcuno mi ama. Qualcuno ama il modo in cui insegno.” Il colorito del suo volto parlava da solo.

Ripresasi da quell’imbarazzo iniziale, cominciò a tessere le lodi di Marelle. Ma fu interrotta quasi immediatamente

Il signor Paletti fece segno di voler prendere la parola, cercando di fare il possibile per non essere scortese. I suoi occhi si riempirono di serietà. Una serietà forzata, di chi ha bisogno di parlare e non vorrebbe far altro che tacere. La pregò subito di accettare la richiesta insistente della figlia, cosa a cui la professoressa era totalmente impreparata. Poi passò a quel che invece la professoressa era pronta ad affrontare, o almeno pensava di esserlo.

“Non voglio in alcun modo suscitarle compassione. Mia figlia ed io non riusciamo a sopportare quel tipo di occhiata, per cui la prego. Mi ascolti, e nel farlo, provi ad osservarmi come fa ogni mattina con Marelle.”

Il signor Paletti prese un lungo respiro, spostò brevemente lo sguardo sul soffitto, poi di nuovo sulla professoressa. E continuò.

“Come lei sa già, la mamma di Marelle è venuta a mancare lo scorso agosto. Sapevamo da circa cinque mesi che sarebbe successo, ma mia moglie era riuscita incredibilmente a farcelo dimenticare. Era tornata a casa, dopo mesi di terapie e controlli, e aveva preso a comportarsi come se nulla fosse successo. Prima della cura aveva smesso di insegnare danza classica e abbandonato la sua scuola, perchè la stancava troppo. Ma era rimasta in contatto con la nuova insegnante e collaborava a scrivere le coreografie per le sue vecchie allieve. Nè Marelle nè io avevamo mai condiviso la sua passione per la danza, eppure le facevamo compagnia ogni sera. Finchè non fu la danza a far compagnia a noi, nel modo in cui faceva con mia moglie. Non so dire se dipese dalla particolare situazione, o se ce ne appassionammo con sincerità pura. Marelle mostrava sempre più ammirazione. In me cresceva l’interesse, ma allo stesso tempo anche il timore.”

Una breve pausa. La signorina Claudia sentì risalire il peso di cui si era liberata qualche minuto prima, lo sentì bloccarsi in uno spazio imprecisato fra cuore e gola, e spezzarle quasi il fiato. Si sforzò però di non farlo notare al signor Paletti e continuò ad ascoltare.

“Una sera mi ero addormentato sulla poltrona accanto al divano-lavoro di mia moglie. Dopo cena si appropriava del telecomando e riempiva di disegni il tavolino davanti alla tv, per cominciare a studiare i suoi spettacoli preferiti. Il suono leggero del primo atto del Jewels di George Balanchine mi aveva allietato il sonno, mentre osservavo Marelle danzare per me. Giocava a campana a ritmo di musica, con le mattonelle del salotto. Lo faceva da sempre. Glielo aveva insegnato mia moglie, e a mia moglie la nonna Claudette.”

Sentito quel nome, il viso della professoressa si illuminò di un dolce sorriso. Il signor Paletti colse l’occasione per riprendere a parlare.

“Un’ora dopo sentii lo scroscio degli applausi di fine spettacolo e aprii lentamente gli occhi. Confuso dalla luce della tv, raggiunsi il telecomando sul tavolino per spegnerla. Nel buio vidi l’ombra di Marelle. Immobile su una gamba, fissava il divanetto accanto a me.”

Un breve segno d’intesa fra i due, accompagnato da un sospiro simultaneo, mise fine al racconto.

Quel mercoledì, a tre settimane di distanza dalla conversazione con il signor Paletti, quel racconto riecheggiava nella mente della signorina Claudia. Aprì la finestra per farsi accarezzare dall’aria fresca di quel mattino di fine febbraio. Chiuse per un attimo gli occhi, infastidita da un fascio di luce che aveva fatto capolino tra le nuvole. Poi li riaprì in direzione del cortiletto interno, coprendo il sole con la mano

Riconobbe subito la sagoma di Marelle. In piedi su una gamba, sul numero 1 della campana. Indossava un maglione con paillettes rosa a maniche larghe, le quali ricadevano al di sotto delle sue braccia aperte, quasi a disegnare delle ali. Le ali di un fenicottero.

Flamant Marelle. Così l’avevano ribattezzata i suoi compagni di classe, che ora la osservavano, disposti a cerchio intorno alla campana.

Sotto gli occhi increduli della professoressa Claudia, Flamant Marelle fece un balzo improvviso, che sembrò non terminare mai. La gamba che non poggiava a terra, dapprima nascosta dal largo maglione, si distese in aria accanto all’altra. Marelle raggiunse in un solo colpo la casella 8, il cielo. Atterrò perfettamente su entrambi i piedi, fra il boato dei suoi amici, che cominciarono a gridare e a correre a braccia spalancate intorno alla campana.

Marelle aveva assunto le sembianze di un fenicottero rosa, e la signorina Claudia aveva assistito per la prima volta alla sua grande forza, mascherata da instabilità. La stessa forza che permette all’uccello trampoliere di stare in piedi su una gamba sola per gran parte della sua vita, e di mostrare l’altra solo quando è il momento di volare.

2 commenti »

  1. Così completo il racconto è ancora più bello. Quel salto con una gamba sola che la sostiene proprio come un fenicottero, simbolo della mamma che è venuta a mancare ? un’immagine evocativa e commovente. Ottimo racconto. Ps Preferivo il titolo “fenicottero rosa” devo proprio dirtelo.

  2. bello, molto singolare questo racconto, la bambina che cerca di superare la mancanza della mamma in un modo tutto suo.

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