Racconti nella Rete®

20° Premio letterario Racconti nella Rete 2020/21

Premio Racconti nella Rete 2021 “L’incidente” di Eugenia Di Guglielmo

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2021

Quella mattina me ne andavo lenta lenta, come sempre, tranquilla e spensierata attraverso il mio bel tappeto verde, ancora umido di guazza notturna. I fiorellini si erano appena schiusi e profumavano l’aria tutto intorno. Ovunque era un tripudio di colori: il giallo dei pisciacani, il bianco delle margherite, il rosa dei gelsomini selvatici e poi tanto azzurro, il mio colore preferito. Azzurro dei nontiscordardime, azzurro delle farfalle svolazzanti, azzurro del cielo tersissimo. Era molto presto, quella mattina; avevo guardato fuori dalla mia casetta, prima con un occhio, poi con l’altro e avevo deciso di andare al mercato. Meglio però far presto, perché d’estate il sole picchia forte e io non lo tollero proprio. Così uscii di casa, muovendomi all’ombra vicino alla rugiada. Avevo proprio voglia di frutta e verdura: una bella foglia di insalata, un pomodoro maturo e chissà, magari una pesca succosa. Mi figuravo già nella testolina lo scrocchio della lattuga, la morbidezza del pomodoro e la peluria sottile della pesca: mmmm, che bontà! E poi il succo amarognolo dell’insalata si sarebbe sposato benissimo con quello asprigno del pomodoro, per chiudersi infine con la dolcezza del frutto estivo. Mi venne l’acquolina in bocca, immaginando tutte quelle leccornie: lo sguardo mi si annebbiò e, in effetti, per un attimo persi un po’ il controllo di me stessa. Ma di certo non per questo ebbi l’incidente: ero rimasta comunque sempre bordo prato e procedevo molto molto lentamente. Amo andare piano, lo sanno tutti qui; cammino, rallento, mi fermo, poi riparto, poi mi guardo intorno, alzo gli occhi al cielo, annuso l’aria, mi stiracchio un  po’, poi rallento, mi fermo di nuovo e riparto. Per questo mi chiamano Lea, Lea la lenta. Ma a me piace vivere la vita così e non riuscirei a fare diversamente. Andare di fretta non mi fa assaporare nulla di quello che vedo; mi pare di perdermi le cose belle che abbiamo. E poi, anche se volessi, non riuscirei proprio a correre!

Insomma, mentre camminavo lenta lenta bordo prato, d’improvviso ci fu un lampo, qualcosa di così veloce che neanche feci in tempo a metterlo a fuoco. Ed ecco mi ritrovai spiaccicata, o meglio appiccicata, al pirata che mi aveva tagliato la strada. Chi fosse io non l’avevo capito; non ero riuscita nemmeno a vederlo. Sapevo solo che andava alla velocità della luce e sicuramente non conosceva il codice stradale: io avevo la precedenza, perché venivo da destra, ma quello non si era nemmeno fermato allo STOP. Anzi aveva accelerato ed era passato così rasente da portarmi via con sé. 

All’inizio pensai di essere morta: non riuscivo più a muovermi, facevo fatica ad aprire gli occhi, mi girava la testa. Tutto intorno a me si muoveva rapidissimo, come mai mi era successo prima. Forse ero a testa all’ingiù, perché aprendo un occhio vidi tutto l’azzurro del cielo al posto del tappeto verde e sembrava che gli uccellini ci nuotassero dentro: la nausea stava prendendo il sopravvento. Che brutto colpo avevo preso! Correre mi faceva paura; sentivo tutta l’aria sulla faccia, quasi non potevo respirare tanta era. Avevo l’impressione di essere un missile lanciato nello spazio, un treno a tutta velocità sui binari; provavo ogni tanto a sbirciare, ma le cose si accavallavano tutte in un colore uniforme. Non c’erano più i pisciacani gialli e le margherite bianche: era tutto un’unica striscia arcobaleno. 

Ad un certo punto sentii delle voci, che chiamavano:

-Mia! Mia! Pappa!

A quel richiamo mi sentii trasportare a precipizio verso una casa, grande, luminosa e fresca. Lì ci fermammo di colpo. Fu come riprendere il contatto con la realtà: a poco a poco, la testa smise di girarmi e cominciai a guardarmi intorno. Quell’ambiente mi piaceva, anche se lo vedevo ancora tutto all’incontrario. Sotto di me c’era un lampadario, poi sulle pareti degli scaffali, quadri e in alto tappeti, un tavolo e quattro sedie. C’era profumo di pulito e di fresco; respirai profondamente. Più in là si vedeva una pentola sul fuoco e ne usciva un aroma stupendo di basilico.

-Mia, eccoti! Vieni a mangiare la pappa. Dove sei stata?

Una voce dolcissima riecheggiò nella mia testolina e per un attimo dimenticai l’incidente. Doveva essere la voce di un angelo o del mio salvatore. Si muoveva nella mia direzione, sicuramente si era accorta del mio stato e mi voleva sostenere con un po’ di quel meraviglioso sughetto che ribolliva nella pentola. D’un tratto però quel suono melodioso diventò acuto, terribile, straziante. La voce gridava e intorno a me vidi una figura saltellante, forse aveva quattro occhi, non ricordo bene, ma sicuramente non era in sé neanche lei. Mi spaventai moltissimo: dove ero capitata? Mica mi avrebbero voluto cuocere nel pentolone insieme al  basilico? Mi avevano forse rapito per chiedere poi un riscatto? C’era grande agitazione in quella casa adesso; mi sentii ancora una volta in movimento e mi tornò la nausea. 

-Cos’hai fatto, Mia? Dove ti sei ferita?

Al primo grido se ne aggiunse subito un secondo proveniente direttamente dalla cucina.

-Fammi vedere! Oh Dio, è vero: la Mia si è ferita. Dobbiamo portarla dal medico immediatamente. Deve essersi bucata da qualche parte: le sono uscite le budella! 

Chi l’avrebbe mai detto: mi ero appena incamminata verso il mercato in tutta tranquillità e adesso mi ritrovavo al centro di un incubo, dolorante e frastornata, con qualcuno con le budella di fuori! Lo dicevo che andava troppo veloce quel matto. Quel che si dice proprio una brutta giornata. 

Le voci si fecero sempre più fitte, acute, preoccupate, vicinissime. Forse non si erano accorti che c’ero; in fondo sono molto piccola, oltre che lenta. Oppure le budella erano uscite proprio a me? Ecco perché mi sentivo così male. Lo dicevo che ero grave, anzi gravissima: la nausea, la testa che girava, tutto alla rovescia… Che brutta fine! Spiaccicata per la strada da un pirata che neanche si era fermato a soccorrermi. Anzi mi aveva rapito e portato da mostri cannibali che volevano tuffarmi in una pentola di sugo e mangiarmi.

Ad un certo punto mi sentii toccare; allora mi avevano visto! Ma subito la mano si ritrasse. 

-Che schifo! Non riesco proprio a farlo. Mi sembra tutto viscido. Ho paura di farle male.

Si avvicinò allora la seconda voce e una mano tremante si diresse verso di me. 

-Non riesco neanche io! Povera Mia! Cosa ti è successo!

Mi venne il dubbio che mi avessero scambiato per una loro conoscente, perché continuavano a chiamarmi con un nome strano: qui mi conoscono tutti come Lea, anche se il mio vero nome è Leonarda, la tarda, ma non mi piace proprio! E’ un nome antico che non mi si addice affatto. Lea mi sta sicuramente meglio, piccolo come me. Magari non mi riconoscevano; il mio aspetto non era più quello di prima. Certo, l’incidente mi doveva aver trasformato, distrutto i connotati; forse avevo il corpo tumefatto e stravolto.

Ad un certo punto arrivò un occhio gigantesco, dietro ad una lente, che lo faceva ancora più grande; sentii che mi puntava fisso. Le due figure saltellanti non saltellavano più adesso; scuotevano solo la testa, come per dire: “Non c’è più nulla da fare”. 

E mentre mi preparavo spiritualmente al mio triste destino, formulando qualche preghiera e rivolgendo un pensiero ai parenti e ai vicini di casa che non mi avrebbero più visto tornare, ecco all’improvviso entrare una vocina piccola, fresca e argentina, che chiamava:

-Mamma! Nonna! Mia!

Le figure non più saltellanti con gli occhi grandi si allontanarono per ritrovarsi tutti insieme in un abbraccio di gioia e per un attimo dimenticai l’incidente: vedevo ancora tutto storto, ma la nausea stava passando. Di nuovo però l’attenzione tornò su di me e l’atmosfera si fece cupa. Le due figure nuovamente saltellanti mi indicavano da lontano con aria schifata. Allora quello piccolo, appena arrivato, visibilmente scosso dai racconti della mamma e della nonna, ascoltava preoccupato: si fece serio serio, pure lui. Poi si avvicinò da solo. Un occhiolino verde muschio, con ciglia lunghissime, il volto leggermente abbronzato. Mi guardò con attenzione: lo sentivo ripetere, “le budella, le budella”. E intanto ridacchiava. 

Poi una manina calda e paffuta, delicata come la seta, mi sfiorò e mi prese dentro di sé. Che meraviglia! Che magnifica sensazione! Tenni chiusi gli occhi per la paura, ma mi sentivo già meglio, più libera. Riuscivo ad allungarmi, forse muovevo anche la testa. Il bimbo mi si avvicinò e mi guardò con i suoi occhioni belli.

-Ti ho salvato, piccola amica. Vai, sei libera adesso.

E mi collocò di nuovo sul morbido tappeto erboso. 

Tutto era tornato normale: il cielo in alto, l’erba al suo posto, gli uccellini in aria e i fiori tutti intorno a me. Era il paradiso? Forse ero morta e avevo incontrato un angioletto. Chissà. Fatto sta che quel giorno mi rintanai in casa, digiuna e perplessa, e per il grande spavento mi addormentai di schianto.

Il giorno dopo, sicura che non ero morta e che l’incidente fosse stato solo un brutto incubo (in fondo non avevo nulla fuori posto e le budella me le sentivo tutte dentro di me), lenta lenta, come sempre, avevo guardato fuori dalla mia casetta, prima con un occhio, poi con l’altro e avevo deciso di andare al mercato. Meglio però far presto, perché d’estate il sole picchia forte e io non lo tollero proprio. Così uscii di casa, muovendomi all’ombra vicino alla rugiada, tranquilla e spensierata. Avevo voglia di un bell’asparago croccante, di un baccello di fave e di una ciliegia rosso brillante. Già mi figuravo la fibra dell’asparago, lo scrocchio del baccello e la sua morbida peluria interna, il succo della ciliegia. Mi tornò l’acquolina in bocca, ma questa volta tenni gli occhi ben aperti per evitare collusioni. Trattenni il fiato al famigerato STOP; guardai a destra e a sinistra. Nulla, sembrava tutto tranquillo e procedetti. Dovevo aver proprio sognato: non c’era ombra di pirata della strada. Tutto era come sempre.

Di ritorno dal mercato, dove, invece della ciliegia, avevo preso una bella fetta di anguria, croccante e zuccherina, mi fermai un attimo a osservare una casa grande e luminosa: mi parve di ricordarla. Si sentiva anche lo stesso profumo di basilico. Fuori nel giardino c’era un bambino che giocava spensierato e felice con la sua mamma e la sua nonna. Che belle voci squillanti e chiare! Anche queste mi parve di ricordarle. Ma a guardarlo bene, certo era proprio lui: il mio amico angioletto. Allora non avevo sognato, quel bimbo mi aveva salvato davvero ed era stata la sua mamma che mi aveva messo sotto osservazione dopo… l’incidente! Povera me! Voleva dire che se l’angioletto esisteva, e se esistevano pure la sua mamma e la sua nonna, da qualche parte doveva esserci anche il mostro che mi aveva tagliato la strada. Per un attimo mi si ghiacciò tutto il corpo. 

Guardai meglio, senza avvicinarmi troppo, e lo riconobbi: eccolo il pirata della strada! Abitava proprio con loro. Tigrato, con il pelo grigio e una coda lunghissima, baffi dritti e occhi da gatto. Sul collarino tre lettere argentate: M-I-A. Pareva innocuo adesso, tutto sdraiato a prendere il sole: il bimbo lo accarezzava e si sentivano le fusa fino da lì. Forse non era così cattivo come mi era sembrato, era solo molto veloce. Non volli sperimentare il cambiamento e me ne tornai a casa, dubbiosa e circospetta, senza farmi vedere. 

Quel pomeriggio invitai un po’ di amiche e vicini per fare merenda insieme e raccontai loro tutta la storia. Nel quartiere si aggirava un mostro velocissimo, un vero pirata della strada. Bisognava stare attenti. Il giorno prima mi aveva travolta e quasi uccisa senza motivo. Suscitai la curiosità di tutti.

-Uccisa?

-C’è mancato poco: mi ha portato via con sé, mi ha fatto volare tanto correva!

-E com’è andare veloci?

Raccontai la sensazione di soffocamento, la paura, le vertigini, la nausea, le cose tutte all’incontrario. Le mie amiche mi ascoltavano a bocca aperta. 

-Non riuscivo neanche più a distinguere i fiori gli uni dagli altri; parevano tutti dello stesso colore. Un’unica striscia arcobaleno.

Poi descrissi la casa e quel profumo intenso di buono.

-Mi volevano cuocere in un pentolone di sugo!

Si alzò un ohhhhh di meraviglia.

-Allora erano proprio dei mostri, cattivissimi.

-No, in fondo non erano cattivi. 

Raccontai del bimbo e della sua manina paffuta, della sua voce squillante e pulita e delle budella che alla fine non erano uscite a nessuno.

-Oggi l’ho rivisto; abitano qui vicino. C’erano lui, la sua mamma e la nonna. 

-Quelle saltellanti?

-Esatto, loro.

-E che ti hanno detto?

-Non mi sono fatta vedere, perché c’era anche il pirata della strada.

Tutti trattennero il fiato.

-E’ un gatto! E, a guardarlo bene, in fondo, non mi è sembrato così cattivo. Anzi cattiva. Si chiama Mia. Che è un nome bello quasi quanto Lea.

-D’ora in poi ti chiameremo Lea la coraggiosa, non più Lea la lenta!

Tutti applaudirono, mi sentivo importante e apprezzata. Forse avevo un po’ esagerato con i dettagli, ma è il bello dell’andar piano: si raccolgono informazioni che a chi va veloce sfuggono; c’è il tempo per mettere insieme le idee e creare magnifiche storie; si ha l’attenzione per sentire i profumi e gli aromi che ci circondano, senza essere soffocati dal vento della velocità.

Le amiche e i vicini se ne andarono non senza avermi prima manifestato la loro stima e avermi eletto come eroina del quartiere: mi sentivo una sopravvissuta.

Il giorno dopo, fiera come non mai della mia avventura e del mio nuovo titolo, lenta lenta, come sempre, guardai fuori dalla mia casetta, prima con un occhio, poi con l’altro e decisi di andare al mercato. Così muovendomi all’ombra vicino alla rugiada, tranquilla e spensierata, immaginavo cosa avrei gustato. Avevo voglia di una carota bella saporita, di un fiore di zucca delicato e di quella ciliegia rosso brillante che il giorno prima non avevo trovato. Già mi figuravo la dolcezza della carota, la morbidezza del fiore di zucca e il suo pistillo giallissimo, il succo della ciliegia. Mi tornò l’acquolina in bocca, ma tenni gli occhi ben aperti allo STOP; guardai a destra e a sinistra. Ed ecco arrivare Mia: era proprio lei. Stavolta non correva come un fulmine; avanzava lenta, quasi quanto me. Mi fermai a guardarla: era proprio un bel gatto. Quando mi si avvicinò, mi annusò un po’ e in quel momento ebbi il terrore che mi potesse mangiare. Peggio che finire nel pentolone del sugo! Poi pensai a quel buon profumino che veniva da casa sua: ma chi glielo faceva fare di mangiarsi una lumaca con tutte quelle delizie che gli davano a casa? Infatti, mi scansò senza interesse e riprese il suo folle volo dietro ad una lucertola, che era sbucata sopra un sasso. La guardai muoversi come una saetta, veloce come il vento. 

Doveva essere bello saper correre ogni tanto; a me piaceva andar piano, certo, ma quell’ebbrezza della velocità, quella sensazione di paura, di aria in faccia, di strisce arcobaleno non l’avrei mai più dimenticata. Chissà se un giorno Mia mi avrebbe ancora portato con sé in una delle sue corse a perdifiato. Magari stavolta, però, a testa all’insù sulla sua groppa, per godermi il panorama, non appiccicata di lato all’ingiù come un mucchio di budella fuori posto! 

7 commenti »

  1. Bella questa storia, scritta da un punto di vista molto originale. Non voglio spoilerare perché il finale è a sorpresa, ma è davvero una bella fiaba, che fa pensare a non scoraggiarsi davanti ai nostri limiti come la lentezza. Complimenti!

  2. Ma che storia simpatica e originale! Ci ho messo parecchio a capire a chi appartenesse davvero il punto di vista, bella idea!

  3. ldal diario di una lumaca…. molto originale il punto di vista di questo racconto, un’esperienza che fa comprendere alla protagonista che anche altri modi di vivere, diversi dl proprio, pur comportando dei rischi, hanno il loro fascino!

  4. Grazie dei vostri commenti!

  5. Un racconto grazioso e piacevole, brava 🙂

  6. Molto carino questo racconto, non subito si capisce che si tratta di una lumaca, il piccolo mondo degli animaletti del prato trattato con rispetto e dolcezza, brava!

  7. Grazioso affresco, a sorpresa! Complimenti per la tenerezza che trasmette.

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