Racconti nella Rete®

20° Premio letterario Racconti nella Rete 2020/21

Premio Racconti per Corti 2021 “L’orologio rotto” di Nicola Buoso

Categoria: Premio Racconti per Corti 2021

Una stanza senza finestre, illuminata solo da una grossa lampadina attaccata a un filo che scende dal centro del soffitto.

Sotto quella fioca, unica luce, ci sono due sedie, una di fronte all’altra, distanti l’una dall’altra poco più di mezzo metro, su una, quella con i braccioli, è seduto un giovane uomo, dell’età di quasi trent’anni, è legato con delle corde ai polsi, in un modo così stretto che le dita sono gonfie e la pelle è violacea, lui indossa una camicia bianca, strappata sul torace e macchiata di sangue, i suoi pantaloni sono senza cintura, con la stoffa tagliata in più punti, e, sul corpo, le bruciature da sigaretta sono così tante che non si riuscirebbe a contarle.

Sull’altra sedia, fino a poco prima, era seduto un uomo, sui quarant’anni, lui è in canottiera, fradicia di sudore, e calza dei pantaloni neri e stretti, con una cintura in cuoio, anch’essa nera.

La porta è chiusa.

G. è il nome del giovane uomo, l’altro si chiama Senza Nome.

G., da qualche minuto, se ne sta lì,  immobile,  con la testa reclinata e gli occhi chiusi, spera in quel modo di trovare finalmente un po’ di pace, approfittando che Senza Nome, per il momento è al telefono, e così non si occupa di lui, qualcuno lo ha chiamato al suo smartphone, facendogli  interrompere quello che stava facendo, G. non capisce quello che sta dicendo perché parla sottovoce, a un paio di metri da lui, ma se anche fosse più vicino, ridotto com’è, con dolori da per tutto, privo di forze, disidratato, un occhio nero, le labbra gonfie, un paio di denti rotti, neppure avrebbe voglia di ascoltarlo.

Senza Nome termina la conversazione telefonica e si siede di fronte a G.

G. sente l’odore acre del suo sudore, capisce che è tornato, e, lentamente, alza la testa, apre gli occhi e lo guarda, accenna a una smorfia di dolore, ma poi, trova dentro di sé una forza che ignorava di avere, gli sorride e, con un filo di voce, gli chiede: “Che ora è?”

Senza Nome lo guarda, è incuriosito, quel giovane continua a stupirlo, infatti, nonostante sei ore di “cure”, le sue famose “cure”, lui non aveva ancora detto una sola parola, ed ora, apre la bocca, e ne mette in fila tre, ma solo per fargli quella domanda.

“Che ora è? – ripete Senza Nome facendogli il verso –

Vuoi sapere che ora è, ma che ti passa per la testa, che cosa ti interessa sapere che ora è, e se te lo dico, ti cambia qualcosa?

No!

Non ti cambia.

Non ti serve.

Tu, ora, sei qui, e qui rimani, piuttosto, scolpisciti nella testa queste di parole, e non dimenticarle: tu non sei niente, tu non vali niente!”

“Se avessi potuto guardare l’orologio – continua G. con indifferenza, come se Senza Nome non avesse parlato – non ti avrei chiesto che ora è, ma non ce l’ho più – abbassando gli occhi e guardandosi il polso destro -, e lo sai, il mio, non è un orologio qualsiasi, uno dei tanti, il mio è il regalo di mia madre di quando ho compiuto diciott’anni, e le sue lancette sono particolari, sono vive, come lo sono io ancora adesso, non indicano solo l’ora, ogni volta che le guardo mi ricordano chi sono.”

“… e chi saresti tu?” – gli chiede con fastidio Senza Nome -.

“Il figlio che mia madre ha sempre voluto, e lo so che per lei, io non sarò mai quello che tu vuoi che io sia, io non sarò mai … niente!”

“… ah, la mamma, vuoi la mamma mio bel bambino?

Dimmi il suo numero che te la chiamo subito – gli dice agitandogli davanti agli occhi lo smartphone – così viene, ti cura, e poi te ne vai via con lei … facciamo finta che è stato tutto solo un gioco … poveraccio, sei proprio niente … niente!”

G. lo guarda, ancora una volta gli sorride e poi gli chiede: “Dove sono?”

“Tu non puoi fare domande, tu devi solo rispondere, e fino ad ora non l’hai fatto, e non illuderti che abbia finito, ho solo iniziato e fra non molto verranno degli amici ad aiutarmi, vedrai, vedrai, se non ti si scioglierà la lingua, vedrai.”

“Cosa vuoi sapere?”

“Hai forse deciso di collaborare?

Te l’ho già spiegato, mi devi fare i nomi degli altri.”

“Quali altri?”   

“… e allora mi prendi in giro, ma non mi freghi, io ti ho capito, tu, di certo, non sei uno di quelli duri, urli troppo ogni volta che ti tocco, uno duro non urla, uno duro mi guarda e mi provoca dicendomi di continuare che tanto, lui è più forte di me e che da lui non otterrò mai nulla, tu invece, sei strano, urli, ma non piangi, urli, ma non mi implori di smettere, urli e mi guardi dritto negli occhi, non hai mai abbassato una volta lo sguardo, sembra tu voglia sfidarmi … e questo non va bene, no, non va bene, così peggiori la situazione, così finisce che ti farò ancora più male.

Lo hai capito che da qui non uscirai con le tue gambe?

Pensaci … prima mi dici quello che voglio sapere, prima finisce tutto, a nessuno piace soffrire, e non credo che tu sia diverso dagli altri, non fare l’eroe, non ne vale la pena.”

“Che ora è?” – gli chiede di nuovo G. -.

Senza Nome si alza di scatto, afferra la sua sedia e la getta per terra, con rabbia.

“Ancora vuoi sapere che ora è?

Mi prendi in giro?

Fai lo strafottente?

Io… aspetta, aspetta, ora ho capito, lo dici apposta per farmi innervosire, così ti ammazzo e non saprò mai da te quello che voglio.”

“No, non hai capito, e d’altronde, uno con la tua intelligenza … non si può pretendere…ascolta, dieci giorni fa ho compiuto gli anni, e nemmeno ho potuto festeggiarli con i miei, mi sono detto che lo avrei fatto più avanti, ho … anzi, avevo, una vita davanti per farlo, non potevo certo pensare che invece sarebbe stato il mio ultimo compleanno … è proprio vero che non si sa quando sarà il tuo ultimo giorno di vita, o il minuto in cui respirerai per l’ultima volta …”

“Sai, mi sono sempre chiesto, che cosa tu sia venuto a fare qui, in questo paese, a migliaia di chilometri dal tuo, se te ne stavi a casa tua, non ci saremmo mai incontrati.”

“Già, non ci saremmo incontrati, ma le cose non sono mai semplici, non sono sempre o bianche o nere, non è così, si nasce, ma non si sa quando si morirà, non si sa cosa si farà nella vita, e nemmeno perché si fanno delle scelte e non altre, e a volte non si pensa alle conseguenze di quello che si sta facendo, a volte si fanno perché si pensa che sia giusto così … ma tanto, che te lo dico a fare, è evidente che tu non capisci.”

“Ti ho capito invece … mi mancava l’idealista, quello che cerca la verità, quello che vuole giustizia, quello che vuole denunciare le ingiustizie, ma sei sicuro che a qualcuno interessi veramente quello che stai facendo qui, che la gente voglia essere aiutata, non pensi che qualcuno di quelli a cui hai dato una mano potrebbe averti venduto, non ti sei chiesto perché sei qui, credi di essere immortale, credi di essere come il tuo Dio, ti garantisco che non è così, dopo … non risorgerai, e la tua vita, credimi, non vale nemmeno trenta denari, non vale niente!”

“Ti avevo sottovalutato, sembri anche un poco istruito, ma io non sono un ingenuo, e può anche darsi che qualcuno abbia fatto credere che io sia quello che invece non sono, o che altri mi abbiano dato un’importanza che non ho, e per questo sono finito qui, ma se anche fosse successo, e se qualcuno ha ricevuto del denaro, non lo avrà fatto per arricchirsi, ma lo avrà fatto per paura o per fame, o per tutte e due.”

“Li senti questi passi – gli chiede Senza Nome – io sono stato troppo buono con te, ma ora stanno arrivando i miei colleghi e loro non sono così comprensivi, te ne accorgerai.”

La porta si apre, si intravvedono delle ombre, qualcuno sta entrando nella stanza.

Per terra, vicino alla sedia del giovane uomo, c’è un orologio, quello di G., la cinghietta in pelle è stata strappata, il cristallo è crepato, le lancette sono ferme.

“Che ora è?” – chiede ancora una volta G. mentre davanti a lui Senza Nome e altri due uomini, in piedi, lo stanno guardando in silenzio, con aria minacciosa -.

Da terra si sente appena il suono di un clic, la lancetta dei minuti, inspiegabilmente, si è mossa, ha fatto uno scatto, uno solo, l’ultimo dell’orologio rotto.    

L’ispirazione per scrivere questo racconto è nata da quanto accaduto a Giulio Regeni, ma può essere riferito a chiunque abbia sofferto una vicenda analoga, però è a Giulio Regeni che lo dedico, e vuole essere un contributo, sia pure modesto, affinché la sua storia non cada nel pozzo dell’oblio: per lui si chiede Verità, a lui si deve Giustizia.

8 commenti »

  1. Il tuo corto senza alcun dubbio offre immagini disturbanti che scuotono le cocscienze. Estrapolare una scena così cruda da un contesto più ampio non è una impresa facile. Trovo che sia necessario contestualizzare, Comunque una scelta coraggiosa. In bocca al lupo.

  2. A Monica Menzogni,
    a volte si scrive perché si sente di doverlo fare, è una necessità, come respirare, ed è quello che è capitato a me con questo racconto.
    Ti ringrazio per il commento che ho apprezzato, e, al tuo “in bocca al lupo”, non posso che rispondere “evviva il lupo”.

  3. ho subito pensato che parlasse di Giulio Regeni, il tuo corto. Intenso, drammatico, vero.

  4. A Silvana Bartolini,
    grazie per il commento, le tue parole dimostrano una grande sensibilità.

  5. L’inferno in terra, molto forte. Bravo.

  6. A Luca Bonacina,
    grazie Luca per il tuo commento: sintetico e molto espressivo.

  7. Bella l’idea che una persona legata e torturata pensi all’orologio, perché quello gli restituisce la dignità. Dedicandola a Giulio Regeni hai dato alla sua morte, ingiusta e terribile, la stessa dignità. Bravo.

  8. A Claudia Mereu,
    la dignità è un valore fondamentale della persona, che diventa un diritto ad averla solo per il fatto di subire un’ingiustizia.
    Grazie per il tuo commento

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