Racconti nella Rete®

20° Premio letterario Racconti nella Rete 2020/21

Premio Racconti nella Rete 2021 “Tommaso” di Romina Ercolini

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2021

Ogni donna ha una sua storia ed anche io ho la mia che voglio raccontarvi.

Non ho mai avuto fretta di avere un figlio… ma dopo che io e Daniele ci siamo sposati,  la gente ha iniziato a tartassarci con le classiche domande: “Hai trovato lavoro?”, “dove abitate?”, “pensate a fare un figlio” e così via…

Domande che ti fanno pensare al tempo che corre via veloce, al tempo perso oppure no e comunque rispondere mi ha sempre  dato fastidio.

Io sono una persona che non chiede mai, forse per questo motivo mi dà noia, crescendo ho imparato a non giudicare e a fregarmene degli altri. La cosa più importante è sapere come una persona sta, il resto non è mai stato così importante. In Versilia, dove abito io, il paese è piccolo e la gente mormora, anche troppo…

I nostri amici, i conoscenti si sposavano e avanti così, sotto a chi tocca, secondo il destino.

Noi intanto viaggiavamo per l’ Europa felici.

A me son sempre piaciuti i bambini, ho lavorato in scuole materne ed elementari.

Il giorno che ho visto lo sguardo di mio marito posarsi teneramente verso nipoti e figli di amici ho avuto  la conferma che era giunto il momento anche per noi.

E così fu. Senza esitazione quelle lineette rosa si colorano sullo stick.

Felicità allo stato puro. Ma tutto ad un tratto iniziano i problemi.

Non lo avrei mai detto, e mi domandavo: “perché a me?”

Sorridevo al medico di famiglia che mi diceva di stare tranquilla, mentre mi prescriveva la prima sfilza di analisi tanto per vedere se fosse stato tutto a posto, rassicurandomi che sicuramente non era come mi avevano detto. I medici mi avevano riferito che il mio piccolo “sbubbolino” come lo chiamavamo noi, che cresceva in me, era affetto da una rara malattia di cui ero la quarta nel mondo.

Ecografie, isteroscopia, cariotipo…Eeeeh???

Che paroloni!!!

Panico, dubbi, e intanto ripeti nuovamente: “perché a me?”.

Esami pronti.

Appuntamenti dal ginecologo.

Classica domanda del dottore: “avete qualcuno in famiglia con lo stesso problema?” Io e Daniele ci guardiamo e in coro pronunciamo un bel sonoro: “No!”.

E intanto fuori la coda di donne che con problemi simili, attendono il loro turno. Si legge nei loro occhi un misto di tristezza e rassegnazione, stanchezza….

Ne abbiamo visti di ospedali, Pisa, Firenze, Versilia, ci hanno fatto fare le analisi ovunque, ma la nostra voglia era pari a zero, non ne potevamo più.

Si vedono facce sofferenti, abbattute, stanche, ognuno ha la sua storia, chissà dietro cosa c’è. Ma in quei posti non ti senti più sola. E’ lì che capisci invece quanto siano fortunate quelle persone che rimangono incinte e portano la gravidanza a termine.

Aria viziata, microbi, corridoi e sale d’aspetto, Camici bianchi e parcheggi a pagamento.

Mi ero pure comprata una bella cartellina nuova per gli esami del futuro bebè…invece quel  libretto di gravidanza è ancora lì in ricordo di Tommaso. E  pensare che  Ero semplicemente andata per fare la mia prima ecografia felice di vedere in fotografia il mio piccolo, volevo consigli, informazioni, ero tranquillissima. Mai stata così bene. Non sono mai stata una persona ansiosa.

Ci siamo ritrovati in un Incubo.

Tutto ha iniziato a correre, correre, da un ospedale all’altro per capire, capire che malattia fosse quella vista dal duotest e capire se era possibile fare qualcosa e intervenire in tempo.

Sono diventata una tra tante, un numero in fila, senza differenze.

La domanda mi frulla sempre nella testa: “perché a me? Perché a noi? Non è possibile”.

Quando incontravo in paese i passeggini con dentro quei fagottini  cercavo di girarmi dall’altra parte, sperando non mi riconoscessero.

Se mi domandavano poi “tutto ok?” o “come procede la gravidanza?” io rispondevo di si ma non era vero.

Il mio bimbo aveva una malattia rara, stavamo cercando di salvarlo, ascoltando vari dottori, scienziati, ma intanto che passavano i giorni, io morivo e lui con me…

Allora sorridevo alle mamme… e passavo via veloce senza nemmeno guardare i bimbi che non è assolutamente un comportamento che mi rispecchia. Avevo già comprato qualcosina nei negozi per neonati, una copertina di lana perché sarebbe nato a gennaio (come poi è voluto nascere il mio nipotino Luca), un paio di scarpine, un bavaglino, che ancora conservo nella mia memory-box, la scatola dei ricordi.

Passano i giorni, altre visite in altri centri, leggono gli esami di nuovo.

Tiro fuori la  cartella con l’elenco.

Emocromo, prolattina, HiV, Citomegalovirus, rosolia, pap test, clamidia test, lupus e qualcosa…

“Quelli della tiroide?” “Fatti”.

“Questo va bene, questo anche… ummmh,  insomma non avete assolutamente NIENTE!.

È tutto ok, ma è inspiegabile. Voi siete sanissimi”. Replica la  dottoressa.

Un consiglio che dò a tutte le ragazze incinte, capisco la felicità di dirlo al mondo ma tornassi indietro me lo terrei finchè proprio non si vede la pancia.

Perché non c’è niente di peggio che sentirsi chiedere continuamente come stai, come va, ci sono novità, ecc…

E poi così di nuovo ne senti un’altra: Hai saputo, Sonia è incinta…. ma non sei tu.  Non me ne importava di chi fosse.

Non ero io che portavo quella gravidanza a termine! Mi dava una noia…

Io li perdevo, senza un perché. Quella era la risposta, non c’era niente che non andava in me, in noi. Ed era la cosa che ci faceva più incazzare di tutti. Volevamo almeno un motivo.

Sfiga. MALEDETTA SFIGA.

La natura fa il suo corso, la natura crudele. Destino? Chiamatelo come vi pare.

Nel momento in cui decidi che vuoi un figlio e non lo ottieni, ogni altra donna che ci riesce ti porta via un pezzetto di cuore, di vita.

E il grado di dolore cresce a seconda di dove accade nel cerchio degli affetti. Più vicino è, e più fa male perché non si può fare a meno di vederla. Poteva essere una estranea? Sarebbe bastato un sorriso e un via veloce.

A questo punto basta. Alle domande estenuanti dei curiosi e dopo qualche seduta di autostima dalla psicologa la risposta non era più ehm…boh…. Diventava un secco e duro “L’HO PERSO”o addirittura “E’MORTO”! Da farci rimanere malissimo chi mi trovavo di fronte. Avevo imparato a crearmi una barriera che non mi faceva più soffrire. E voi donne, che aspettate? Una risposta inaspettata, un sorriso smagliante, da indossare con disinvoltura.

A mente fredda ripensandoci poi forse sarebbe bastato molto meno.  Mi è servito Andare dalla dottoressa, perche lo faccio ancora, se mi chiedono ripetutamente o maleducamente qualcosa sui figli, la risposta è da farci rimanere male gli altri. Perché non si  dovrebbero chiedere certe cose.

Quando successe, mi  chiudevo letteralmente in casa, in un negozio,  a piangere, ovunque mi trovassi, se capitava di trovare un neonato davanti a me.

In giro vedevamo la città piena di donne incinte, passeggini, fiocchi rosa o azzurri ai cancelli, mamme felici e discorsi su bebè.

Non vedevo altro!

E mi ripetevo, siamo sani, non ne perderò più.

Rieccoci di nuovo al punto. Faccio il test. Bam. Le lineette rosa!

Avrei voluto annunciarlo al mondo intero invece sssccch silenzio.

Solo alla dottoressa e a pochissimi intimi.

Anche perché stavolta lo persi quasi subito, i valori invece che alzarsi come dovrebbero in gravidanza si abbassavano sempre di più.

Coraggio, ci ripetevamo, ci vuole coraggio.

Di nuovo rinuncio a cene familiari, compleanni di bambini, mi inventavo scuse su scuse, se potevo per non farmi coinvolgere in corredini, regalini festicciole con bambini.

Sii positiva. Non ho nulla, non abbiamo nulla.

E mi convinco che la prossima volta ce la farò.

Oltretutto nello stesso reparto, nello stesso corridoio, tutte insieme arriva quella con la pancia per fare la morfologica e accanto c’è quella che l’ha perso o quella che fa la fivet. Non è molto carino.

La dottoressa che col tempo è diventata una amica recitava sempre la stessa parte. Non avete niente, ce la farete, è solo sfortuna, tanta sfortuna. Sfiga.

Prima o poi arriverà il momento giusto. Siete ancora giovani.

A un certo punto lui mi mette la sua mano sulla mia, la stringe. Sento il calore che pian piano arriva al cuore.

Grazie Daniele, grazie per esserci sempre stato.

Esco dall’ambulatorio dopo l’ennesima visita con le lacrime agli occhi pensando a quanti ne dovrò perdere ancora e quanto avremmo dovuto ancora soffrire…

Non avevo più voglia di arrabbiarmi, non avevo più le forze.

Eravamo in Olanda, l’ennesima vacanza, io e Daniele ci siamo fatti una promessa, che al ritorno saremmo andati a prenotare una visita con la psicologa per adottare un bambino.

Ci avevamo già provato con quelli che vengono dalla Bielorussia, avevamo preso Viktoria, una bambina bellissima, con i suoi riccioli, ed abbiamo provato cosa vuol dire dare amore a chi ne ha bisogno…. Vi posso giurare che dopo pochi giorni che era con me, aveva già le mie abitudini, eravamo un famiglia stupenda. Le abbiamo voluto bene come una figlia. Ma poi, farla tornare dalla sua mamma, è stata dura, ma è stata proprio quell’esperienza che mi ha fatto capire che ero portata per l’adozione, e che non mi avrebbe fatto nessuna differenza tra adottarla e partortirla….

Rifletto sul numero tre, tre persi, tre come la trinità, Viola finalmente è Nata, il 3 giugno 2014,ed era appena ritornata anche Viktoria.

Con le sue manine, il suo nasino, tutto al suo posto, paffutella, smorfiettina e sbubbolina.

Che emozione vedere La mia sbubbolina nella culla di plexiglass.

Arrivata, voluta, desiderata, dopo tanto dolore ecco la speranza. Non abbiamo mai smesso di crederci, non ci siamo mai arresi…

Anche se per una donna è dura…arrivi lì e anche se ti trovi il medico più bello del mondo, (e vi assicuro che all’ospedale Versilia c’è), sentirsi dire “apra bene le gambe” oppure “un po’ più avanti perfavore, brava, così, ancora un attimo, stia rilassata”…non è così carino.

Noi non ci si abitua mai a quei posti e al gel spalmato sulla pancia, ai guanti di lattice,  o al “può rivestirsi”.

La natura sorprende sempre e la dottoressa lo aveva detto.

Il lieto fine della storia è Viola nata il 3/6/2014.

Tommaso nato e vivo nei nostri cuori dall’ 08/08/2010.

Sono passati dieci anni, ma questa esperienza, come altre, che sono venute subito dopo questa, ci hanno insegnato tante cose, soprattutto che la vita è una sola e va vissuta e goduta in pieno giorno per giorno, credetemi. A volte ci penso e dico ne vorrei un altro, ma con quello che ho sofferto, ho paura che mi succeda di nuovo, e allora va bene così. Penso a chi non può averne, e queste persone sono sempre nel mio cuore.

Affrontare il lutto perinatale non è per niente facile, perché non viene considerato un lutto grave o alla pari degli altri. Non era solo un feto, era un bambino, era il mio.

#innomeditutte

4 commenti »

  1. una storia molto personale, narrata con dolcezza e pudore.

  2. Grazie Raffaele, sono alle prime armi con la scrittura. 🙂

  3. Un racconto coraggioso, tutto al femminile. Brava Romina!

  4. Grazie Claudia <3

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