Racconti nella Rete®

Premio letterario Racconti nella Rete – XIX edizione 2020

Premio Racconti nella Rete 2020 “Sgomento” di Eugenio Novara

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2020

Egle era in ritardo di mezz’ora e il pranzo era già in tavola. La mamma, aprendole la porta, la baciò sussurrandole di giustificarsi senza “dire sciocchezze” e col capo accennò a papà Fermo che già era a tavola.

Da tempo, sentendosi non più adolescente, la figlia esibiva un’evidente insofferenza per i rimproveri reiterati del padre e fastidio per i sospetti sulla sua condotta e la qualità delle sue frequentazioni.

La mamma le appariva più tollerante solo perché non ne vedeva tutta la rassegnata subalternità ad un marito ossessionato dal ruolo di capofamiglia, padre inflessibile, per volontà di Dio e del Regime reggitore dell’onore della famiglia. Ruolo che gli imponeva periodiche sfuriate alle due donne, mentre non avrebbe mosso rimprovero al figlio minore, Luca, se fosse stato presente. Ma Luca non c’era, si era arruolato, ancora diciassettenne, nella Guardia Nazionale della R.S.I., un gesto che valeva per il padre quanto una benemerenza del Duce per un membro del partito: tolleranza e perdono a priori per ogni intemperanza, salvi poi invidia e risentimento alle sue spalle.

Luca, quei sentimenti li suscitava tutti nella sorella maggiore, critica, seppure cautamente, sulla scelta del fratellino. La irritava quell’odiosa aura eroica e inoltre iniziava a valutare razionalmente i recenti sviluppi politici.

«Buongiorno papà».

Fece con studiato garbo per baciarlo ma il padre si alzò di scatto opponendole la sua prestanza.

«Non tollero più questi ritardi. Non devi trattenerti fuori per nessuna ragione. Sai che non son tempi per pettegolare in strada. Siamo in guerra» disse con enfasi, come a significare: e questo ti basti.

Il rag. Fermo Pederzani, funzionario dell’Intendenza di Finanza, non si preoccupava tanto delle amicizie femminili della figlia, che conosceva bene, quanto di quelle maschili, che ignorava. In ufficio come al Partito, ascoltava storie allarmanti di fanciulle ignare rovinate da giovanotti ebrei privi di scrupoli.

Pago dell’ostentata severità si sedette invitando le donne a fare altrettanto.

Non riprese tuttavia a mangiare e annunciò: «Malgrado i tempi difficili, ho una buona notizia. Ad … alcuni funzionari … di grado superiore con una certa anzianità di servizio, insomma, come me, vengono assegnati degli appartamenti … demaniali ».

«Demaniali?» disse incuriosita Egle che conosceva solo il demanio marittimo.

«Beh, ecco … sono proprietà di cui dispone la Prefettura attraverso l’Egeli».

«Egeli? E cos’è, l’anagramma del mio nome?» rise Egle

«Diamine, Egle, devo spiegarti ora tutta l’organizzazione statale? Vedrai, sarai contenta; ho esercitato un’opzione per un alloggio con tre camere, così ne avrai una tutta tua. Ora mangiamo» disse con tono ultimativo.

Era maggio, le bombe non davano tregua. Dopo l’8 settembre dell’anno prima, il giorno della pugnalata alle spalle dei camerati tedeschi, come il camerata Fermo definiva l’armistizio, col nord Italia in mano ai tedeschi, anche nella provincia gli alleati miravano a distruggere vie di comunicazione e piccole realtà industriali.

Una sera erano corsi nel rifugio per un’incursione aerea contro la Meccanica Moderna.

Passata, sa fa per dire, la paura, al sabato papà Fermo annunciò, a pranzo, che nel pomeriggio avrebbero visitato l’appartamento assegnato a lui.

L’ambiguo termine assegnato derubricava i temi di solito connessi all’acquisto di una nuova casa: il costo, il pagamento, la sorte dell’attuale, l’arredamento. Solo sull’ultimo punto papà Fermo aveva anticipato che questi alloggi erano talvolta parzialmente arredati. Null’altro.

Egle studiava al sabato pomeriggio con una compagna, Lidia, e perciò il padre le aveva promesso una visita breve.

Alle sedici incontrarono all’angolo tra Via Crispi e Corso Roma un tale che li guidò fino al civico 88, un’elegante palazzina liberty.

Aveva stimato Egle la strada in più da fare per giungere a scuola. Non molta. La casa era vicina alla Sinagoga, che conosceva bene e stava a due isolati dal Liceo Gioberti.

L’appartamento guardava sulla Via Crispi e, dietro, sul giardino, dal balcone della camera che papà Fermo le indicò subito come la sua cameretta.

La casa era spoglia. Alle pareti, tra vecchi quadri, le sagome dei mobili precedenti. Solo quella stanza era arredata con gusto sobrio ma piacevole: un letto con testata in ferro decorata a smalto, un tavolino per comodino, un armadio con un grande specchio al centro e uno scrittoio con ribalta.

Egle vi entrò e, dimentica delle bombe, immaginò liete ore di lettura o di riservata conversazione con le amiche.

Non le spiaceva che gli arredi vi restassero. Se interpellata, avrebbe detto di lasciarli.

D’istinto abbassò la ribalta, figurandosi di poterlo fare di lì a poco. All’interno due coppie di cassetti per lato ideali per custodire amorosi segreti. Sul piano dello scrittoio due fogli bianchi, un’elegante penna e un calamaio. Pareva una casa abbandonata senza volere o poter raccogliere le proprie cose. Aprì il primo cassetto: trovò alcune cartoline illustrate di saluti dalla Spagna e sotto una busta senza indirizzo, sulla quale era disegnato un cuore, aperta, che celava tre lettere legate da un nastrino rosso.

«Egleee!» gridò il padre spalancando la porta socchiusa «non guardi il resto della casa?» La ragazza non ebbe il tempo di riporre cartoline e busta e restò un attimo in imbarazzo. Temendo la quasi certa sgridata infilò rapidamente tutto nella tasca della giacca, la destra, che il padre non vedeva.

«Ora andiamo, Lidia ti aspetta, ma … non scendere in particolari con lei sulle ragioni del ritardo»

Egle non fece caso a quell’inconsueto avvertimento e scappò via salutando di fretta. Sentiva una pungente voglia di aprire quella busta; salì a due a due i gradini della casa dell’amica.

La trovò sola.

Il padre, un ragazzo del ‘99, ferito a una gamba sul Grappa, era al lavoro, la mamma dalla cognata.

Le parlò della visita, senza dettagli, e andò subito al fatto intrigante: le tre lettere. Lidia ebbe il dubbio di violare il segreto epistolare ma – disse Egle ridendo impaziente – senza busta non si sanno né mittente né destinatario e quindi …

Si sedette. Aprì la busta. Sciolse il nastro. Ne spiegò una.

Fu un attimo!

Girò con uno scatto le spalle all’amica, la ripiegò alla meglio.

Lidia si avvicinò sorpresa e incuriosita: «Che hai visto?»

Egle si contorse ancor più, come per coprire ogni angolo della lettera.

«Lasciami!» rispose confusa, la voce soffocata da un gran nodo alla gola.

Lidia la strinse teneramente e quel gesto la fece scoppiare in lacrime.

«Queste lettere…le …ho scritte io! Capisci? Le ho scritte a Davìd, ti ricordi, il ragazzo che incontravo in biblioteca e mi aiutava per le versioni di latino. Avevo preso una cotta. Avevamo un sistema per scambiarci le lettere: uno la lasciava in un libro poco consultato, Anatomia del bovino, l’altro, il giorno dopo, prendeva quel libro e la trovava.

«Davide» precisò Lidia

«No, Davìd. È ebreo. Per questo ne parlavo poco. Ne ho scritte quattro. Tre sono qui, la quarta è rimasta nel libro e ho dovuto riprenderla io… pensavo si fosse stancato di me, della mia antipatia per Ovidio. Invece… » Pianse.

Poi, tornando in sé: «Quella dunque era casa sua! Quando l’ha lasciata? Ma … abitava in una casa demaniale

In quel mentre entrò il papà di Lidia, claudicante. Notò subito la posa delle ragazze, ancora quasi abbracciate. Egle si asciugava le ultime lacrime.

«Che c’è, bimbe?»

Egle, ricomponendosi, senza salutarlo quasi lo assalì:

«Conosce l’Egeli? L’Ente che gestisce case demaniali che la Prefettura assegna ai funzionari statali?»

Papà Sauro sorrise e, con amaro sarcasmo, sbottò. «Dio mio! L’Egeli, un ente? Un’entità diabolica, vuoi dire. Dal ‘39, dopo le leggi razziali, sequestra i beni immobili e mobili, cioè case, arredi… ma fino anche ai mestoli e ai vasi da notte, capisci, agli ebrei presi di mira. Gli alloggi dovrebbe venderli per fare cassa, ma pare che tra tedeschi rapaci e maneggioni nostrani, molti prendano altre strade»

«Come: altre strade? Strade illegali?»

«Sì, all’interno di un sistema già di per sé indegno»

«Ah …ora capisco, grazie davvero»

«Perché me lo chiedi?»

«Mah,così» rispose Egle mentendo «papà ha detto quel nome e mi sono incuriosita»

La versione di latino era finita in gloria. Non aveva proprio voglia di trattenersi. Lidia si offrì di accompagnarla ma lei si divincolò dalle braccia dell’amica e guadagnò in fretta la strada. Corse fino alla Sinagoga. Giunta davanti al piccolo ma austero edificio, abbassò lo sguardo e si prese la testa fra le mani. Stette, così, alcuni minuti, singhiozzando in silenzio. Poi scappò di corsa verso casa. Mancava poco al coprifuoco.

La sera Fermo, soddisfatto della visita pomeridiana, chiese alla moglie notizie di Egle.

«Ha l’emicrania, non vuol cenare. Le ho già dato un cachet»

«Un cialdino!» la corresse Fermo stizzito.

La mattina seguente Egle, alzandosi di buon ora, aveva barbugliato alla mamma di voler seguire una prassi nuova: sarebbe andata a messa alle otto, anziché con lei alle undici, per salire al Bastione e godere il tiepido sole di maggio.

Per accondiscendenza e quieto vivere la mamma non aveva neppure tentato di dissuaderla.

Alle tredici il pranzo era in tavola, come sempre ma Egle non compariva ancora. Fermo iniziava a spazientirsi.

«Dov’è Egle? Non era con voi a messa? Si sarà fermata a spettegolare con la sua amica».

«Lidia era sola in chiesa» confessò la moglie «Egle è andata a quella delle otto».

Fermo non fece in tempo a sorprendersi della irritante novità che dentro al tovagliolo trovò un biglietto.

Lo aprì nervosamente, lesse sottovoce, poi in crescendo: …e ti giuro che in quella casa usurpata a Davìd non entrerò neanche morta. Egle

Col volto paonazzo, batté un pugno sul tavolo facendo saltare in aria il piatto con tutta la pasta al ragù che ancora conteneva: «Dannato ebreo, adesso anch’io vengo pugnalato alle spalle» urlò «e proprio da mia figlia … da quella che ERA mia figlia!»

Grugnì.

In un cupo silenzio, rubò con rabbia il piatto di pasta della moglie e prese a mangiarla con voracità.

10 commenti »

  1. Molto toccante, ne aspetterei il seguito. Complimenti ha un ritmo incalzante e scorrevolissimo bravissimo

  2. Il periodo di guerra è sempre difficile da raccontare, con le sue atmosfere per noi lontane, quasi storiche direi, relegate per le nuove generazioni ai libri di storia. Il tuo racconto però è credibile e la rabbia della ragazza nei confronti del padre padrone si avverte perfettamente. Unica nota forse quando il padre dell’amica si sbottona così tanto nei confronti del regime pur sapendo, immagino, chi fosse il padre di Egle.
    Complimenti.

  3. Bello! Al di là dell’interessante e realistica vicenda umana c’è una puntuale, per nulla scontata, ricostruzione storica.

  4. Grazie Alessandra del motivato apprezzamento. Il seguito? A scelta del lettore. Drammatico: Davìd muore in un lager, Fermo viene ucciso in un agguato Egle vive nubile maestra d’asilo nell’Italia repubblicana. Romantico: Davìd si e nascosto e torna, sposa Egle. Fermo diventa un burocrate apolitico che adora i nipotini nell’Italia repubblicana.

  5. Grazie Raffaele per la positiva analisi e valutazione. Quanto al padre di Lidia, ho immaginato che, a differenza e in contrapposizione al padre sospettoso ma arido di Egle, egli fosse a conoscenza del pensiero e dei sentimenti critici verso il regime di alcune compagne e amiche della figlia.

  6. Veramente un bel racconto, ben scritto, tiene incollati fin da subito e coinvolge molto, l’ho letto tutto d’un fiato. Se posso permettermi, l’ultimissima frase mi ha un po’ spiazzato, rispetto allo stile di tutto il brano che la precede, questa mi sembra quasi buttata lì e “rovina” leggermente il finale. Ribadisco, è la mia impressione personale, se il racconto fosse mio cercherei di lavorare per migliorarne la chiusura.

  7. Grazie, Davide, per il favorevole commento. Grazie anche per il rilievo sulla frase conclusiva.. Lo scopo di essa è di far rilevare la prevalenza tra i sentimenti di Fermo della insensibilità, del dominio sulla povera moglie e della voracità, in tutti i sensi, verso ciò che non gli appartiene. Probabilmente la frase sconta l’estrema sinteticità.

  8. Una lettura che scorre facilmente, benché i temi trattati siano tanto difficili. Mi sono piaciuti sia la prosa che non cede al romanticismo, anche se il tono è decisamente intimo, che la costruzione complessiva del racconto. Ci sento amore per la storia e la capacità di trasmettere il proprio pensiero attraverso una buona trama. Bravo.

  9. Bel racconto. Mi piace lo stile e le tematiche. Bello anche il finale che fa rimanere in sospeso la storia.

  10. Grazie David dell’apprezzamento positivo, Ho scritto il racconto più per rendere partecipi della forte sensazione di angoscia di una giovane donna in un tempo assai problematico che per raccontare una vicenda con un inizio e una fine.

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