Racconti nella Rete®

20° Premio letterario Racconti nella Rete 2020/21

“Dopo ventuno giorni” di Marco Floridia

Categoria: Forum dei vincitori, Forum di Racconti nella Rete

Arrivò finalmente sull’orlo del crinale e scoppiò a piangere. Dopo ventuno giorni finalmente, sotto di lui, un paese. Era caduto in una scarpata durante l’escursione con la mountain bike, la bicicletta era scivolata sulla ghiaia della strada non asfaltata, e lui era volato giù rotolando per decine e decine di metri fino a rimanere incastrato nei rovi. Gli ci era voluta più di un’ora a uscirne, pieno di spine e di sangue da tutte le parti. Aveva un ginocchio gonfio, ferite ovunque nelle braccia e nelle gambe, e un enorme bernoccolo sulla fronte, ma era vivo. A malapena poteva camminare, non era riuscito a risalire sulla strada che era troppo in alto. Dopo aver recuperato la borraccia e quelle poche barrette che aveva con sé, aveva continuato a scendere nel bosco. Nessuno sapeva dove era andato, aveva lasciato la macchina in una radura isolata, e da lì aveva fatto almeno 20 km con la bici sui monti prima di cadere. Il telefono era spaccato e la batteria era caduta chissà dove. Sapeva che non lo avrebbero mai trovato.

Si era trascinato a caso in giri tortuosi ed inutili per giorni. Aveva dormito sotto gli alberi, nelle grotte, nei cespugli, in ricavi di fortuna fatti di rocce, in capanne abbandonate o in case diroccate quando andava bene, e il più delle volte si era svegliato coperto di formiche che lo pizzicavano da tutte le parti. Era arrivato ad un ruscello ed aveva deciso di seguirlo se non altro per non morire di sete, sperando che lo avrebbe portato ad un fiume, e da lì magari ad un qualche posto abitato. Aveva rubato miele dagli alveari coprendosi di punture di api, e aveva passato una giornata intera a cercare di catturare le trote con espedienti rudimentali. Aveva succhiato radici, mangiato frutti e bacche che non conosceva, e quando aveva trovato una pianta di mele selvatiche ne aveva mangiate così tante che il giorno dopo non aveva più potuto muoversi per la diarrea. Ma era sopravvissuto.

Piangendo e parlando da solo si avvicinò lentamente ai margini del paese. Era ancora presto, e le strade erano deserte. Una donna percorreva la strada che usciva dall’abitato portando al guinzaglio un cane per la passeggiata mattutina. Trascinando la gamba con il ginocchio gonfio come un melone le si avvicinò ridendo e piangendo, mentre lei si irrigidiva al vederlo. Era stracciato, sporco, ferito, inguardabile, ma gli sembrava di non essere mai stato così felice in vita sua.

La donna si bloccò a cinque metri da lui mentre il cane ringhiava.

– Erano giorni che sognavo di incontrare qualcuno! Non sa come mi sento a vedere finalmente un altro essere umano! Si avvicini, la prego, mi dia la mano, mi porti a casa sua!

– Se non se ne va subito chiamo i carabinieri e le mando contro il cane!

– Sì i carabinieri sì, ma il cane no, la prego, non posso tornare indietro, sono stanco, ferito e probabilmente ho anche la febbre.

La donna lo guardò: aveva gli occhi lucidi, croste di sangue sulla testa e i capelli attaccati alla testa da un collante di resina e foglie. Il viso, le braccia e le gambe erano cotti dal sole e pieni di tagli e di bolle rosse. Un residuo di muco gli partiva da sotto il naso e attraversando la barba lunga e inzaccherata finiva nella maglietta, che mostrava tutte le sfumature possibili fra il marrone e il giallo, e chiazze che avrebbero potuto essere di sangue, vomito, o tutte e due le cose. I pantaloni corti e strappati mostravano delle sospette macchie scure all’altezza del cavallo. E continuava a grattarsi e a ridere come un pazzo. Pensò atterrita che era evaso da qualche casa di cura, forse dal manicomio criminale.

– Non si muova, gli disse. Io ora me ne vado, e chiamo i carabinieri. Il cane continuava a ringhiare, pronto a partire all’attacco.

– Sì, sì, non si preoccupi, li aspetto, ma vorrei mangiare qualcosa, qualsiasi cosa. Non c’è un bar qui vicino dove posso fare colazione? Sto morendo di fame.

La donna lo guardò, ancora più spaventata, e iniziò ad allontanarsi camminando all’indietro lentamente. Poi si girò e corse via, sparendo dietro una casa, seguita dal cane che si girava a guardarlo senza capire perché la passeggiata era finita.

Lui continuò a trascinarsi verso il centro del piccolo paese.

– E che cazzo, tutto chiuso, ma che ora è? Possibile che neanche i bar hanno aperto?

Gli sembrò di vedere delle persone che lo guardavano dalle finestre mentre attraversava le strade verso il centro del paese.

– Aiuto! Apritemi! Ho fame! Sono ferito! Ho la febbre!

Le tende si richiusero velocemente. Nessuno più in vista, nessuno che rispondesse. Ma che cazzo era successo?

Arrivò finalmente alla piazza principale, vide la fontana. Ficcò la testa nell’acqua, bevendo fino a soffocarsi. Ci si buttò dentro, spruzzando come un bambino, gridando e ridendo di felicità.

In quel momento la gazzella scura arrivò entrando lentamente nella piazza. I due uomini in divisa studiarono la situazione prima di scendere. Il più anziano sospirò.

– Ecco, ci mancava anche questo, nel secondo giorno di chiusura totale. Da dove arriva questo?

– Avrà almeno quaranta di febbre per delirare così. – disse il giovane.

– Fra poco dovrebbe arrivare l’ambulanza. Nel frattempo mi raccomando – fece all’altro – evitiamo ogni contatto fisico al di fuori dei dispositivi di protezione. Il giovane annuì, stringendo gli occhi.

I due scesero dall’auto guardandolo con attenzione. Il superiore si avvicinò guardingo, il giovane sottoposto si spostò, posizionandosi di lato e un po’ distante, a seguire la scena.

L’uomo iniziò a uscire dalla fontana emettendo gorgoglii incomprensibili e grondando acqua dai vestiti e dai capelli come un mostruoso tritone. Il brigadiere si avvicinò, aggiustandosi la mascherina e i guanti, e si fermò a pochi metri. Lui, senza più sentire alcun dolore, saltò fuori dall’acqua gelata e gli corse incontro, ridendo e gridando, e allargò le braccia per abbracciarlo.

Nessun contatto fisico. Il brigadiere era stato chiaro. Il giovane agente tolse la sicura, puntò, e fece fuoco.

Il brigadiere chiuse gli occhi. Sentì prima il colpo di pistola e poi un corpo bagnato e puzzolente cadergli addosso a peso morto. Non riuscì a sostenerlo, e cadde a terra sotto di lui. Per un lunghissimo istante nella piazza ci fu solo silenzio.

Poi, mentre il giovane in divisa raccoglieva imbarazzato il bossolo del proiettile che aveva bucato la ruota anteriore della gazzella, gli unici rumori a risuonare nella piazza furono, nell’ordine: la sirena dell’ambulanza che si avvicinava, il fischio della gomma che si sgonfiava, e lo schioccare dei baci di gratitudine del ciclista sul volto ormai senza mascherina del brigadiere.

– Collega, prima che io spari a tutti e due, toglimi questo di dosso, e presto.

16 commenti »

  1. Una situazione teoricamente possibile, anzi per l’antefatto sembra probabile, nei timori di questo periodo. Hai saputo gestire la regia degli avvenimenti con una successione di immagini tanto che in un primo momento può essere sia racconto che corto. Molto bello, ricco di suspance e con un finale perfetto.

  2. un buon cocktail di fantasia, amara realtà, suspanse, ed uno shaker di ironia, ingrediente speciale usato molto bene nei racconti di Marco Floridia, Grazie mi sono divertito

  3. Molto bello e avvincente, fai il tifo per lui e ti senti gelare al colpo di pistola. Bravissimo Marco, è un piacere leggerti

  4. Gianna, Ivano, Andrea: un grandissimo grazie per la vostra sosta: i commenti contano e i sorrisi servono sempre.

  5. Marco, accipicchia! mi avevi quasi ingannato, credevo ti fossi buttato sul tragico! Insomma ci sei andato vicino, giocando col ‘caso’ della nostra vita.Il ciclista me lo immagino tipo cane spinone, tutto bava e pelo, e con la faccia (chissà perché !)di Gastone Moschin, che ‘caso’ strano ,vero? Non ho capito però la scelta del numero 21…È un caso? Mi sto a macerare ..Anyway, you are the best, ever.

  6. Avvincente con il coupe de theatre finale

  7. Povero il tuo ciclista, Marco. Dopo tutte le vicissitudini che ha dovuto affrontare, si trova in una situazione che quasi gli da il colpo di grazia. Nonostante tutto, è più facile guardare alla pandemia dall’interno delle case, che esserne catapultati così all’improvviso dal di fuori, senza averne avuto il minimo sentore. La drammacità della situazione, sfocia in un bellissimo finale comico. Come sempre i tuoi racconti mi piaciono tantissimo, complimenti.

  8. Non voglio rubare spazio ma non posso non ringraziare i carissimi Ottavio, Pasqualina e Laura per i loro commenti. Grazie davvero. Una rapida risposta a Laura che voleva chiarimenti e che ha fornito un volto con una intuizione/visione azzeccatissima: GM era insuperabile nel tragicomico, da ora in poi anche io lo vedrò con quel viso. Perché ventuno giorni? Primo, per farlo soffrire più a lungo! : ) E secondo, perché ci voleva questo intervallo perché dalla vita normale che aveva lasciato quando era partito si arrivasse alla situazione (chiusura totale) che incontra e che ovviamente non può capire. Un enorme grazie.

  9. Gestione da manuale del registro ironico: ne sappiamo più del protagonista sul perché tutti lo scansino, ma gli assi del racconto sono calati con tempismo ideale: fino al “E che cazzo, tutto chiuso, ma che ora è?” un capolavoro di comicità involontaria del protagonista, niente farebbe pensare al Covid, che pure è chiave di lettura della narrazione, ma arriva quasi alla fine, dopo aver già saputo trarre il meglio dallo spunto “incontro con sconosciuto malmesso di cui diffidare”. Questo sì è saper tenere il lettore per il bavero!! Ogni elemento di questa storia “gira” e “funziona” come un meccanismo perfetto… A Marco tutti i miei complimenti!!

  10. Caro Marco, avvincente, ricco di suspance, mi piace il sibilo della gomma, ho riso, bravo… Tutto fila sul filo del rasoio.

  11. Anch’io ho temuto che a un certo punto il racconto virasse verso un finale tragico, ma per fortuna non è successo. E’ una storia costruita ad arte come tante che scrivi, questa tra le più divertenti e riuscite. Bravo Marco!

  12. Bello e avvincente si parteggia per il protagonista dall’inizio alla fine sentendosi nei suoi panni sino alla suspance del finale. Un colpo di coda fantastico. Bravissimo complimenti

  13. Grazie davvero a Patrizia, Diana, Francesca e Alessandra. Ho cercato molto una strada per tirare fuori un sorriso da quello che ha portato tutt’altro in questi mesi. Sorridere non cambia le cose ma è rispondere, reagire. Come diceva quel pugile con la faccia gonfiata dai cazzotti: gli stiamo facendo male alle mani eh? : )

  14. Carissimo Marco, intanto grazie per la mail su Tommy Paletta, ti risponderò a breve. Ho letto ora questo tuo racconto. Non ho letto la data, immagino tu lo abbia scritto in tempi di quarantena, e infatti è attualissimo. Apprezzo molto, davvero, la scorrevolezza della tua scrittura: i tuoi sono “racconti fiume” e “corti fiume”, pagine cioè che scorrono veloci, senza rapide a inceppare il respiro e l’attenzione. E sono fiumi che rigano assai dritti, non amano le tortuosità: scrivi con una semplicità di linguaggio che non toglie niente alla storia. La semplicità, se ben utilizzata, per me vince sempre. E poi amo i tuoi “colpi di coda finali”, quell’ultima scena che in tre righe capovolge tutto. Sei abile, non c’è dubbio, nel condurre il lettore su una strada mostrandogli la destinazione: solo che poi, all’improvviso, sull’ultima curva, magari nascosto dietro un cespuglio, trova un cartello sbiadito che cambia via e cambia tutto. Bravo. Unica cosa, se posso permettermi, ma è solo un parere da lettrice: trovo che tu abbia leggermente abbondato nella descrizione fisica del protagonista, nel suo essere malridotto, intendo. Non è assolutamente una critica, sia chiaro! Penso solo che, nell’ambito di un racconto in cui la sintesi è tutto, avresti potuto togliere qualche riga lì e sostituirla con altro: magari i suoi pensieri, magari emozioni, magari ambiente, suoni, rumori, sogni. Altro, insomma. Ma è un buon racconto. E trovo molto efficace la sua necessità di contatto che si scontra con la paura del contatto. Molto, molto efficace. In bocca al lupo!

  15. Grazie Valentina, un commento graditissimo e per me molto importante, perché ha voluto scartare e osservare con attenzione e delicatezza tutto il corredo che provo ad impacchettare e portare in dote ogni volta. Con risultati migliorabili, perchè è vero quanto dici, se si aggiunge molta descrittività la maionese rischia di impazzire. Ti ringrazio per il tempo, la cura e la curiosità, e ricambio un grande in bocca al lupo.

  16. un racconto perfetto come sequenza di eventi, hai gran mestiere nel raccontare.

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