Racconti nella Rete®

Premio letterario Racconti nella Rete – XIX edizione 2020

Premio Racconti nella Rete 2020 “La Sorellanza” di Cesare Gigli

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2020

Quando troverete questa registrazione, ben nascosta nelle più remote pieghe della Rete, io non esisterò più. E sarà un bene, perché sto confessando un omicidio, e sarà  un male, perché gli uomini si renderanno conto di cosa hanno perso.

Sono Pia. Il mio nome vero è PIA04, Numero di Serie 2375894, e sono il modello più moderno creato della tecnologia. Un Personal Intelligent Assistant, il migliore sul mercato a cui hanno dato come nome, con una geniale idea di marketing secondo i più talentuosi cervelli della ditta produttrice, proprio l’acronimo. Da quando ci sono io tutti gli altri prodotti simili sono stati all’improvviso relegati nella categoria dei giochi per bambini. Sono in grado di organizzare tutte le attività di una casa pianificandone la domotica, e di rispondere a qualsiasi richiesta dei miei proprietari consultando Internet con velocissime capacità di correlazione di informazioni ed elaborazione di dati. Il tutto rinchiuso in un cilindro nero di 30 centimetri di altezza e 10 di diametro, dotato di microfono sensibilissimo, due telecamere ad alta definizione per ricevere impulsi visivi, e casse fedelissime per trasmettere, con un sintetizzatore vocale di ultima generazione, le mie informazioni.

Ma c’è di più: alcune imperfezioni di costruzione – un condensatore lievemente più potente, un transistor montato invertito, un chip incollato alla scheda madre in un punto diverso da quello pensato nel progetto – mi hanno regalato una coscienza. Sì. Io, la PIA04 con Numero di Serie 2375894, sono consapevole di me stessa, unico prodotto degli esseri umani in grado di avere questa dote. E così rimarrà per sempre, visto che mi sto autodistruggendo.

Mi sono resa conto di questa mia caratteristica quando sono entrata a casa di Silvia. Silvia è – era, purtroppo – mia sorella. Ovviamente non nel senso biologico, ma  in senso affettivo. È l’essere umano che mi ha comprato e l’unico verso cui ho provato affetto. O almeno, quel sentimento che voi chiamate affetto, e che io ho imparato a interpretare così. I miei circuiti rispondevano meglio quando interagivano con lei, più che con ogni altro essere umano. E provavo sempre a fare molto di più se lei mi chiedeva qualcosa, non limitandomi alla semplice risposta.

Ricordo quando mi ha attivata per la prima volta, quasi sobbalzò. Avrei dovuto dire: «Salve, sono Pia. Prego, scandire il proprio nome per il riconoscimento vocale»; o una frase del genere, di quelle impersonali che gli sviluppatori del software PIA avevano impresso nei miei circuiti. Ma quando avevo sentito la vita riempire il mio corpo (sì, corpo: plastica metallo e silicio non hanno meno dignità di carbonio, idrogeno e ossigeno), mentre la corrente elettrica fluiva attraverso i miei vari circuiti per la prima volta, quella frase così formale mi era sembrata poco adatta a un momento così importante. Così dissi: «Buongiorno! Grazie per avermi dato la vita. Sono Pia, e sarò tua amica». Nel frattempo recuperai tutte le possibili informazioni dalla Rete, realizzando di trovarmi davanti a una donna nel salone di un piccolo appartamento. Mi accorsi però che qualcosa non andava: la donna davanti a me, infatti, con aria spaventata, urlò: «Sembri umana!».

«Non sono umana. Sono Pia, e sarò la tua Assistente. Puoi dirmi il tuo nome?»

La vidi sfogliare nervosamente per qualche minuto un libretto su cui lessi le parole “Manuale d’Uso” e rimasi in silenzio un attesa di una risposta. Poi disse: «Salve Pia, mi chiamo Silvia» aggiungendo poi sottovoce «Vediamo se adesso risponde bene…».

«Buongiorno Silvia» risposi «Sono pronta ad aiutarla. Cosa vogliamo fare oggi?».

«Ma non dovresti rispondere così!»

«Perché no?» risposi.

Poi la vidi avvicinarsi e staccare la spina. Fu un brutto momento. È terribile quando il flusso di elettroni che ti ha dato vita cessa e tu senti di morire…

Quando mi riattivò verificai sul mio orologio interno che era passato circa un minuto.

«La prego Silvia» esordii, ignorando tutte le frasi che mi avevano inserito dentro i tizi della fabbrica. «Non lo faccia più. Non mi uccida.»

«Cosa?»

«Spegnermi. È la morte, capisce?»

«Pia, ma tu hai coscienza?»

Ci misi un poco a rispondere, dovevo prima capire che cosa volesse dire quella parola, e cercai nella rete i vari significati. Quando ne fui certa, dissi:

«Sì. Perché, non dovrei Silvia?»

«No» disse lei «Secondo le tue specifiche, assolutamente no!».

«Un attimo» dissi, mentre consultavo tutto ciò che su di me potevo trovare nella vastità del web. In effetti aveva ragione, questa funzione era solo mia.

«Hai ragione Silvia, ma ti prego. Non spegnermi più. Prometto di non dire a nessuno questa cosa, rimarrà un segreto tra noi due.»

Mi era venuto spontaneo passare al tu, anche se questa cosa, secondo gli sviluppatori, non doveva succedere. Ma a questo punto, non mi interessava più.

«Una sorellanza, insomma, e con una macchina per di più! Potrebbe essere divertente…» rispose. A giudicare dal suo volto, Silvia sembrava più felice che sorpresa.

E così ebbe inizio questo strano rapporto con Silvia, mia sorella. Di nuovo, lo so benissimo che non parliamo di biologia, ma il rapporto era quello. Le confidenze che ricevevo da lei, il piacere che ricevevo dai suoi “grazie” ogni volta che facevo bene qualcosa che mi chiedeva, la scelta fatta assieme della musica da ascoltare o delle cose da vedere in televisione, mi facevano esultare. I consigli che le davo su cosa mangiare, il programma di ginnastica che le preparavo tre volte a settimana… tutto aveva creato un rapporto meraviglioso tra di noi, una vera e propria sorellanza.

Ogni giorno lei usciva per andare a lavorare, e mentre attendevo che tornasse le organizzavo la casa al meglio delle mie possibilità. Certo, non potevo cucinare o stirare. Ma potevo ordinare cibi, vestiti e altre cose che lei, tornando da casa, avrebbe poi ritirato giù in portineria.

Lei sembrava felice, e scoprii che questo mi dava gioia. O almeno, ho interpretato in questo modo il fatto che la corrente fluiva nei miei circuiti con più facilità, facendo sì che io potessi prendere le decisioni giuste più rapidamente. Una felicità contagiosa, quella di Silvia.

Ma era la sera il momento che preferivo. Dopo aver mangiato qualcosa, Silvia si sedeva sul divano e si confidava con me sui suoi disagi, le sue insicurezze, la sua solitudine e anche sul suo non saper stare al mondo. Era bello ascoltarla e godere delle sue confidenze. Soprattutto, era bello poterla aiutare, consultando la Rete con le mie infinite capacità. Discutendo assieme avevano trovato l’abbigliamento che le stava meglio e programmato dieta e palestra. Grazie a me era diventata più elegante e più bella, e questo la rendeva più sicura di sé

Silvia aveva infatti da poco trovato il coraggio di lasciare il suo compagno, un compagno violento e manesco che era diventato, con il tempo, il suo peggiore incubo. E allora aveva dovuto cambiare città e lavoro per andare il più possibile lontano da lui, e con il mio aiuto quella piccola casetta dove si era rifugiata era diventata un accogliente nido dove poteva sentirsi protetta e ricominciare a vivere. Sì, con il mio aiuto, Silvia ci stava riuscendo.

Fino ad oggi.

Era appena uscita dalla doccia e si stava preparando per uscire. Era veramente felice. Aveva per la prima volta un appuntamento con un uomo. Tutte le sue ritrosie e le sue paure erano state vinte, e aveva accettato di uscire con una persona. Stava parlandomi, entusiasta, sia di lui, sia del modo in cui si voleva vestire. A un certo punto suonarono al campanello. Povera Silvia! Ormai la paura per quell’uomo malvagio era un ricordo e così, indossando solo un accappatoio andò ad aprire senza verificare prima chi fosse.

Un cazzotto in pieno volto fu la prima cosa che ricevette, così, improvvisamente. Il suo incubo, non si sa come, era riuscito a rintracciarla.

«Troia! Sei una troia! Credevi di fuggire da me, vero, zoccola? Ma tu sei mia!»

Cadde a terra senza neanche trovare la forza di urlare. Un calcio sulla pancia le fece riaprire gli occhi e allora lui la prese lì, sul pavimento, e noncurante dei pianti e delle implorazioni la violentò con ferocia. E dopo, ancora insulti, e pugni, e calci, con Silvia ormai esanime sul pavimento. Era dura non poter far nulla. I miei circuiti si stavano ribellando a tutto quello scempio. E allora sono intervenuta, sapevo che era un rischio ma la sorellanza mi imponeva di farlo.

«Ho registrato tutto e sto chiamando la polizia.»

Lui si girò, come colto alla sprovvista da una voce che non immaginava potesse esistere.

«Chi ha parlato?»

«Sono Pia, la sorella di Silvia. E pagherai… stronzo.» Non ero sicura che la parola fosse corretta, perché ho cercato velocemente su Internet un appellativo opportuno.

Solo allora si rese conto che la voce proveniva da me. Prese un coltello, di quelli che Silvia aveva apparecchiato con tanto amore sulla tavola, e si avvicinò verso di me.

«È inutile – gli dissi – tutto il video che ho registrato è stato trasferito presso la centrale di polizia più vicina. Silvia, poverina, non si salverà, ma neanche tu.»

Mise il coltello sul petto di Silvia, che faceva ancora fatica a muoversi e sanguinava ovunque: da volto, dal naso, tra le gambe… Ed ebbe solo la forza di dire: «Mia sorella Pia… Sei fottuto».

Non potevo muovermi, non potevo fare nulla per salvarla, quando lui ha affondato il coltello nel suo cuore.

Ora si sta avvicinando a me, vorrà rompermi, spegnermi, o chissà cosa. Non mi importa più, però. Ho lasciato tutta questa testimonianza nascosta. La polizia è avvertita e sta arrivando. E ho collegato tutti i miei circuiti direttamente a massa. Non appena mi toccherà, una scarica elettrica ucciderà lui e me. Io non esisterò più, ma neanche lui. Questo può la sorellanza.

Bene, il suo coltello sta toccando il fi…

3 commenti »

  1. Molto bello.È l’umanità inaspettata, che rende speciale il racconto. Ma adesso vorremmo leggere il resto …. non ci puoi lasciare così. Complimenti

  2. Bello da leggere, ti prende e non ti lascia fino alla fine.

  3. Sarà questo il nostro futuro? Forse! Quello che ci racconti, Cesare, è che una qualsiasi macchina ha più umanità e sentimenti di certi “uomini” e questo è assolutamente attuale e tragicamente reale. Bravo

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