Racconti nella Rete®

Premio letterario Racconti nella Rete – XIX edizione 2020

Premio Racconti nella Rete 2019 “Tugal e il mare” di Anna Di Giusto

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2019

Già da tempo la clessidra si è rotta, spandendo i granelli della nostra speranza nell’inquieto frangente che li sta trascinando verso coste a noi ignote. Mentre sull’orizzonte in fuga ancora non si riesce a discernere il contorno della terra promessa, la mistura di acqua salata e benzina continua ad abradere con ferocia la mia pelle, quasi volesse cancellarne il colore maledetto. Mi tormenta il timore che, al termine della traversata, non sarò più in grado di sorreggere il peso del mio desiderio.

In cammino verso la spiaggia, la fanciulla si sente attraversata da una melanconica meraviglia, mentre l’ignoto la spinge sempre più in là.

Ci sarà mai un termine a questa distesa di nulla, eterna come il silenzio di Allah? Potrò ancora respirare un’aria purificata da questo soffocante cielo di rame? Il caldo torrido alimenta l’incubo che mi attraversa le notti: mi è nato in cuore il timore che in Europa potrebbe arrivare solo uno sventurato veliero svuotato delle nostre vite, una nuda carcassa di sogni spenti dal logorio di queste onde implacabili.

Cosa darei invece per sciogliere nella bruma della dimenticanza questi ultimi anni, incisi sul mio corpo dalle lame di ricordi percosse e coltellate che si affastellano al ritmo scompaginato dell’increspatura delle onde. Credevo di potermi lasciare alle spalle la guerra civile, e invece… E invece l’ordito del mio arazzo si interrompe sugli scogli acuminati di questa discesa agli inferi, dove a ogni scalino si va perdendo quanto di umano c’era nel mio petto.

Mentre mi arrovello nell’oscurità di questo silenzio, scorgo un filo dipanarsi.

La fanciulla nota in terra un filamento. Lascia cadere sulla sabbia lo sciame irrequieto dei suoi pensieri, ne afferra un capo e si inoltra nella pineta.

Riprendo il filo della memoria per ritrovarmi in Libia. La lama dello schiavista rifulge come la spada dell’Arcangelo Michele, impietosa verso i traditori della propria terra. Meryem e io, respinti dagli altri reietti, abbiamo intrecciato le nostre storie per sopravvivere all’indicibile. Gli uomini che a frotte hanno abusato di te, notte e giorno, ignorano di aver contagiato l’ultimo brandello di anima che ancora albergava in loro. Ma a noi non è stato chiesto di rinnegare noi stessi. Tra i gironi di questo inferno, sommersi e aguzzini non vestiranno mai gli stessi panni: solo noi negri ci smarriamo nei meandri del sopruso.

Svestito lo stupore iniziale, perso il candido velo per un impudente refolo di vento, sente una forza attrarla verso quell’essere in attesa da sempre.

Il viaggio su questa casseruola sta prosciugando le mie ultime energie, mentre il mare continua a tentarmi con la promessa di abitare la quiete assoluta del suo buio. Apro gli occhi ancora un volta, ma non intravedo alcun varco, né so se riuscirò a mantenere la promessa fatta a Meryem quando l’ho convinta a imbarcarci. Come un mantra mi ripeto che, se nel lager siamo morti ogni giorno, in mare moriremo una volta sola.

Viene dal mare, pensa la fanciulla, mentre rivoli d’acqua colano da quel corpo di un biancore solenne.

Ormai sono passare ore da quanto il mare ha iniziato a incendiate le mie gambe, mentre dietro di me altri sventurati si consumano in una pozzanghera di secrezioni promiscue. Torna così a martellarmi in capo l’interrogativo che appicca il fuoco a queste mie notti maledette: perché sono partito? Perché ho lasciato la casa degli avi, i riti e ritmi di un mondo a cui avevo diritto e che, soprattutto, aveva diritto a me?

È attratta da quel manto degno di un re. Comprende finalmente che la regalità non si sposa a un luogo, ma incede altera con chi la detiene per retaggio.

In questo silenzio irreale, dove si può udire la sola voce dei morti intenta a sedurci come un canto sirenico, da giorni si è spento lo sconcerto per i cadaveri che vanno accumulandosi dentro il barcone. Non c’è alcuna pietà nella decisione di abbandonarli al flusso indifferente del mare, ma solo il timore del contagio. Perché a tutto ci si abitua, anche all’inumano.

Gli pone in capo una corona di fiori, a vestire quel corpo latteo. Così lo riconosce come suo nuovo re. Non c’è bisogno di parole, perché tutto è già stato espresso, tutto già scritto. Da sempre.

Da quanto tempo il gommone sta imbarcando acqua? Nessuno sembra curarsene. Ma io devo resistere perché Meryem è con me. E Meryem è incinta. Incontrata nei gironi della Libia, l’ho subito riconosciuta come la mia Persefone, la mia guida per trovare la via d’uscita dall’Ade. Ora però le onde ci obbligano a nuotare. Con una mano afferro Meryem e cerco a fatica di rimanere a galla. Prego con un’intensità nuova: prendi me, ma che questa donna mi sopravviva.

Le ha promesso di portarla verso nuovi lidi. Lontano dalla terra natia, profetizza che da lei avrà origine una nuova stirpe di mortali.

Non mi importa di chi sia incinta Meryem: se sua figlia non avrà un padre biologico, se il mio corpo mutilato non saprà darle fratelli o sorelle, ho promesso a Meryem che sarò il suo compagno e il padre della creatura. Le mie forze si stanno però spegnendo, ed io mi sento un esausto cammello, sperduto tra dune polverose da cui sono stati rimossi i colori dell’oasi. Gli uccelli sul nostro capo lanciano ormai grida taciute per pudore del nostro scialbo smarrimento. O sono io che sto abbandonando il suono di questo mondo?

Le parole del dio l’accarezzano come ambrosia sul palato. Per lei sono più dolci dei datteri del deserto, cari ad Apollo Archegete, il fondatore di colonie.

Proprio quando temevo di non farcela più, mi ha risvegliato il rumore di un elicottero. Una nave ha poi soccorso noi pochi superstiti, ultime briciole di promesse rimaste a galla. Solo allora sono riuscito ad abbandonarmi agli operatori come un neonato alle mani della levatrice. Una nuova dignità mi è stata regalata da una volontaria che mi ha offerto un paio di ciabatte: i miei piedi ne avevano smarrito la memoria, piagati dal bollore del suolo libico, ma lacrime copiose sono scese a battezzarle. Mi sento ora travolto il petto da un’azzurra onda marina, come fosse un riflusso finale di tutta l’acqua che non abiterà più il mio corpo.

Meryem ha gli occhi traboccanti di riconoscenza, mentre io le poso una mano su quel grembo agli occhi di tutti immondo, ma per me sacro: lì ha viaggiato Tugal, la nostra bimba. Lei nascerà nel paese che le dà il nome, perché Tugal nella lingua dei nostri avi significa Europa. Il paese della seconda pelle, la terra della nuova promessa. Verrai alla vita e avrai i suoi occhi, Tugal.

Dopo la traversata in mare, finalmente le indica la costa: La vedi quell‘isola? È un altro continente, e da te prenderà il nome, Europa.

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