Racconti nella Rete®

Premio letterario Racconti nella Rete – XVIII edizione 2019

Premio Racconti nella Rete 2018 “Verme” di Ester Arena

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2018

“Sei un verme”

Luisa me lo ripeteva da un tempo che ormai mi sembrava un sempre.

Ok, d’accordo, le mie scappatelle si erano ripetute nel corso degli anni del nostro matrimonio, ma che ci potevo fare? Gli occhi delle ragazze erano un oceano che mi attraeva e io ci dovevo fare almeno un tuffo.

Era un tuffo e basta, però, mica altro. Tornavo sempre a casa e questo era il segno che, nonostante tutto e nonostante le apparenze, Luisa era la mia scelta. E poi, non fosse altro che per la mia coda di paglia, non le facevo mancare nulla. I fiori la domenica mattina, i regalini al mio rientro dai viaggi, le cene nel nostro ristorante per gli anniversari e nessuna restrizione sul conto corrente. Avevo anche trovato la tattica giusta per farmi perdonare quelle volte che Luisa era proprio arrabbiata e non voleva sentire le mie stronzissime scuse da verme, quale diceva che fossi. Mi riempivo gli occhi di lacrime e scivolavo lentamente a terra fino ad allungarmi completamente prono. Allora cominciavo ad accarezzarle la caviglia, la destra preferibilmente, il dorso del piede e poi l’alluce. Dopo averlo solleticato, lo prendevo tra le labbra e cominciavo a succhiarlo, finché non scivolava a terra anche lei e, quel che succedeva dopo, ci riappacificava almeno sul momento. Era strano, perché anche in quei momenti continuava a dirmi “Sei un verme”, ma dall’intonazione della voce capivo che l’intenzione stava cambiando. Le piaceva il mio strisciare ai suoi piedi perché poi diventava uno strisciarle addosso.

Luisa avrebbe dovuto essere felice, già, proprio così, invece, da un anno, sembrava che in questo meccanismo si fosse inceppato qualcosa.

Mi sentivo i suoi occhi addosso anche quando mi chiudevo in bagno per inviare qualche messaggio col telefonino, ma senza usare le chat così non rischiavo che mi chiedesse perché mi fossi connesso di nascosto.

Attuava un controllo serrato sui miei tempi, sulla mia posta e su tutta la mia vita. Non avevo più la possibilità di inventare riunioni in ufficio che mi consentissero di rendermi irraggiungibile almeno per qualche ora e tutti i miei viaggi di lavoro diventavano la scusa per un deciso, ma acido, “Vengo anch’io, AMOREEE”.

La sera, a letto, mi prendeva la mano e metteva la sua gamba, sempre preferibilmente la destra, sulle mie come volesse essere certa che io non potessi allontanarmi da lei e, anche se nei suoi “Buonanotte Verme” c’era, alle volte, un senso di tenerezza, sentivo che il cappio al collo era sempre più serrato. Mi sembrava che mi mancasse il fiato tanto da farmi pensare che, prima o poi, sarei morto soffocato.

Sudavo freddo, mi irrigidivo e lei subito diceva “Che hai, Verme, la coscienza sporca che non riesci a dormire?”

“Niente, niente, Luisa. Che vai a pensare? E’ solo un po’ di bruciore di stomaco. Ora passa, dormiamo…”, le rispondevo cercando di rallentare il mio respiro.

La necessità di sfuggire alla sua presa e al suo controllo in quei momenti diventava una questione di sopravvivenza, che cercavo di mascherare per non farla insospettire di più, ma avevo cominciato a preoccuparmi, non posso negarlo, per una serie di fatti strani che non riuscivo a capire.

Quando mi chiamava col mio nome, Valerio, non le davo retta, non la sentivo nemmeno, come se quel nome non mi appartenesse in più. “Verme”, invece, le assicurava la mia risposta immediata.

Altre volte mi coglieva un senso di spossatezza infinita. Sentivo la necessità impellente di stendermi a terra e strisciare per raggiungere il divano, ma giuro, non avevo nulla da farmi perdonare. Luisa sembrava contenta di quei fuoriprogramma. Ogni volta allungava il suo piede, il destro ovviamente, pensando che volessi succhiarle l’alluce e io la accontentavo, ma era solo per evitare la discussione di una sua eventuale delusione.

Preoccupato, ero andato anche dal medico.

“Ha mangiato qualcosa di diverso? Che so, del pesce o della carne crudi, verdure lavate di fretta? Di corpo come va? Ha prurito? Dalle analisi risulta solo una lieve ipereosinofilia, ma non è indicativa di nulla. Del resto conosciamo bene le sue allergie, in assenza di altri fattori causali, direi che non dobbiamo meravigliarci.”

Dovevo riprendere ad andare in palestra, perché, secondo lui, la vita sedentaria d’ufficio mi stava facendo rammollire (“Grazie dottore, sono commosso per la sua delicata espressione”, avevo pensato) e poi ero sicuramente anche un po’ stressato.

“Una cosa normale, stia tranquillo, chi di noi non lo è?”

Diceva tutto questo, mentre misurava col plicometro i rotolini addominali che avevano cominciato a disegnare il mio profilo e che non scomparivano nemmeno ai miei tentativi di stare con la pancia in dentro e il petto in fuori, come quando ero andato alla visita di leva. Andava tutto bene, ripeteva. Il rilassamento tessutale era dovuto all’età, a qualche stravizio culinario di troppo e alla scarsa voglia di muovermi.

Tutto quello che diceva rispondeva al vero e io non avevo, ovviamente, argomenti per contraddirlo, però avevo tentato ugualmente di fargli notare, da malato immaginario come mi aveva definito, che la mia pelle olivastra stava virando lentamente verso un colorito grigio-rosa pallido, quasi trasparente, e i miei peli di petto e pube si stavano rarefacendo, mentre sulle gambe e sulle braccia erano lunghi, lisci e ordinati, come se avessi fatto un trapianto di bulbi.

“La smetta di guardarsi e di esaminarsi in continuazione, o finirà per ammalarsi sul serio. Piuttosto, vada anche al mare e vedrà che riacquisterà un po’ di colore.”

Mi aveva congedato così, con un rimprovero ma senza nessuna prescrizione di altri esami o un nuovo appuntamento per un controllo.

Non è che fossi proprio soddisfatto della visita, perciò, anche se a detta del dottore non avrei dovuto, mi guardavo allo specchio per cercare di tranquillizzarmi ripetendo alla mia immagine riflessa che non avevo nulla di serio. Valerio, però, era lì che mi guardava anche lui e mi faceva l’occhiolino.

“Ti piace quella, eh? La ragazza del bar, dico. Non ti senti un po’ verme?”

Cavolo, ci mancava pure che il mio io riflesso invece di aiutarmi facesse l’eco delle parole di Luisa, che poi, in quel periodo, non prendevo più nemmeno il caffè per via dello stress e la ragazza del bar la guardavo solo attraverso la vetrina, mentre passavo velocemente per non indurmi in tentazione.

I giorni passavano così e il mio sentirmi strano diventava sempre più incomprensibile e fastidioso, tranne la notte quando riuscivo a sgusciare dalla presa della gamba di Luisa e arricciarmi a ciambella nel triangolo di letto tra il cuscino e il suo corpo. Era una sensazione di ritrovata libertà che mi consentiva di dormire almeno un po’.

Una mattina, scendendo dal letto, avevo faticato a mettermi in piedi e a restarci. Mi faceva male tutto.

“Aiuto! Luisa corri!” avevo urlato.

“Mannaggia a te, che mi farai venire un infarto. Sei proprio un Verme. Che ti urli che la bambina dorme. Non c’hai niente, l’ha detto pure il dottore. Con la pioggia di questi giorni, al massimo ti si saranno svegliati i reumi, no?”.

L’avevo guardata come mi avesse fatto la grazia, la sua risposta era quello che ci voleva. Ma certo, i miei reumi! Non poteva essere altro, visto che, oltre alla palestra, avevo trascurato anche i cicli di fisioterapia.

Così, avevo ricontattato il centro di riabilitazione, dove facevo anche le sabbiature, e avevo fissato gli orari per le sedute.

Ci andavo con regolarità. Alle volte veniva anche Luisa, per i fanghi diceva lei, io direi più per verificare che la mia assiduità non fosse legata alla presenza di qualche fisioterapista di bella presenza, ma non mi importava. Mi immergevo nella vasca di sabbia e mi lasciavo ricoprire tutto il corpo. Poi dicevo al personale “Tranquilli, potete andare, tanto io schiaccio un sonnellino. Se ho bisogno, chiamo.”

Stavo bene in quel tepore, chiudevo gli occhi e sognavo il mare, il sole, la spiaggia e tutto quello per me era sinonimo di benessere e libertà. Mi sentivo così rilassato che, senza rendermene conto, alle volte scivolavo anche con la testa dentro la sabbia, risvegliandomi poi più per il senso di prurito che mi davano i granellini nel naso, piuttosto che per la difficoltà di respirare.

Anzi devo dire che la difficoltà di respirare non la avvertivo proprio.

L’ultima volta, prima della chiusura estiva, la fisioterapista mi aveva trovato con i piedi che fuoriuscivano dalla vasca, mentre il mio corpo e la mia testa erano completamente infossati. Mi ero addormentato profondamente e lei, trovandomi così sommerso, si era allarmata e aveva gridato aiuto ancora prima di sapere se fossi vivo o morto.

 

E’ agosto e siamo venuti al mare, perché ci piace e perché ci fa bene. Il sole serve per le ossa, lo iodio per la tiroide. Insomma serve per tutte quelle cose che dicono i dottori. Io direi che fa bene anche agli occhi e allo spirito, perché le ragazze in costume sono uno spettacolo ricreativo incluso nell’abbonamento per ombrellone e lettini. Luisa però mi placca stretto, sorveglia la direzione del mio sguardo, così non la posso tanto fregare, anche se provo a dirle che guardo solo Lena, nostra figlia che ha cinque anni, mentre gioca con gli altri bambini.

Per convincerla che è così, le dico “Vado a vedere che combinano. Vieni con me?”

Luisa, che si è appena seduta, mi risponde “No, tanto vi guardo da qui”.

Il tono è tale che mi sento veramente i suoi occhi appiccicati addosso.

Mi alzo a fatica dal lettino, le articolazioni mi dolgono di nuovo tutte, raggiungo i bambini un po’ incuriosito. Stanno scavando una buca.

“Che fate di bello, tesoro di papà?”

“Vogliamo trovare l’acqua.”

“Dietro di voi c’è il mare, a che vi serve fare tanta fatica?”

“Così, per giocare.”

Resto lì, vicino a loro, in silenzio ancora per un po’. Tra una fitta e l’altra ripenso alle sabbiature come liberazione dal dolore. Mi viene un’idea…

“Volete fare un gioco con me?”

“Quale, papà?”

“Scavate una buca grande grande. Io mi ci metto dentro, voi mi coprite e sarò il vostro prigioniero.”

Geniale! Senza farselo ripetere, cominciano a scavare eccitatissimi. Ogni tanto mi chiedono di fare la prova. Mi sembra di essere dal sarto: no, un po’ più lunga di qua, un po’ più profonda di là… finché non sembra perfetta.

Mi stendo, mi ricoprono e poi mi girano in torno fingendo di essere indiani. “WawHuuWawHuuWawHuu!”

Cazzo che casino che fanno!, ma il gioco l’ho proposto io, devo avere pazienza.

Il tepore della sabbia è come un abbraccio. Sto già decisamente meglio.

Ora che i bambini si sono stancati di ululare, chiamo Lena e le dico: “Tesoro di papà, siete stati bravissimi. Ora perché non chiamate la mamma, che così vi porta a fare il bagno? Io tanto non mi muovo. Poi quando tornate mi dissotterrate.”

Lena e gli altri bimbi si allontanano correndo verso il mare. Luisa li segue, ma ogni tanto si gira dalla mia parte. Chissà se lo fa per assicurarsi che io stia bene o semplicemente che non mi muova.

Loro sono in acqua e io sono rimasto finalmente solo. Questo attimo di beatitudine vorrei durasse a lungo, ma così interrato comincio a sentire un po’ troppo caldo, sto sudando e ho sicuramente un calo di pressione. Ho le vertigini, mi sembra di scivolare nella buca, sempre più giù, sempre più giù…

Provo a gridare. Dalla mia bocca non esce nessun suono. Sto avendo un attacco di panico? No, pure questo, no!

Mentre scivolo, sento la sabbia che massaggia il mio corpo, mi sembra che lo stringa compattandolo. Posso solo ancheggiare, ammesso che questo sia il termine corretto, perché non riesco a muovere e piegare le gambe. Anche le braccia le sento incollate al tronco, cerco di muoverle, ma non posso, mentre penso che, invece, dovrei togliermi la sabbia dal viso per tornare a respirare. Respirare? In realtà non mi sembra che mi manchi l’aria, anche se ormai sono diversi minuti che sono qui sotto.

“Papà, dove sei?”

Sento Lena che mi chiama. Il suo tono di voce è tra il deluso e il disperato.

“Dov’è quel verme? Verme, dove sei andato? Solo un verme poteva fare questo a sua figlia.”

Luisa urla come una gallina, chiaramente pensa che io abbia approfittato del suo momento di distrazione per farmi i fatti miei. Come faccio a spiegarle che non è così? Come le spiego tutto questo, che non capisco nemmeno io?

Mi do una spinta verticale. Faccio capolino tra i granelli umidi e vedo Lena, tesoro di papà, che ha i lucciconi negli occhi.

Resto a guardarla per un po’, mentre piange. Ci rimango male a sentire che mi chiama Verme anche lei, come la madre, girando intorno e dando calci con i suoi piedini alla sabbia smossa dove c’eravamo la buca e io.

Sarei tentato di attirare la sua attenzione, ma la voce imbestialita di Luisa mi fa desistere. E’ meglio se ci provo in un altro momento, quando gioca da sola. Sono sicuro che lei e io ci intenderemo di nuovo. Col pensiero le mando un bacio, mentre scompaio nella sabbia per schivare l’affondo del tallone di Luisa.

28 commenti »

  1. Complimenti Ester! Non userò quella parola per non anticipare nulla al prossimo lettore, posso solo dire che nell’ordine mi sono venuti in mente: Ovidio,Kafka,Gogol, Roth.
    Brava ad affrontare un tema non facile per il rischio di cadere nel già scritto. Invece no, un testo molto originale sviluppato con eleganza e ironia. Davvero bravissima.

  2. Ciao Gianluca, grazie!!!
    Un racconto lontano dai miei soliti schemi, devo dire, ma proprio per questo il tuo commento mi fa molto piacere.
    La storia è nata da sé e sono contenta che sia riuscito emergere lo spirito ironico, del quale, ti confesso, mi sono sorpresa anch’io!

  3. Pensavo. . . Da lassù, vicino al soffitto, a quaggiù, strisciante sul pavimento. Due estremi, e qui non posso dire che la tua scrittura stia alla stessa “altezza” del protagonista! :))
    Scherzi a parte, bellissimo sapere della tua sorpresa nell’abbandonarti al flusso creativo e assistere alla storia che si fa da sé. È così che funziona, in effetti, quando funziona.

  4. Grazie Marcella! I due estremi! Non ci avevo proprio pensato! Sorrido!

  5. Bello bello bello! Incalzante, curioso, interessante, kafkiano, sorprendente, metaforico. Tutti ingredienti per un racconto perfetto. Sei riuscita a coinvolgermi nuovamente in una lettura davvero piacevole. Bravissima!

  6. Accidenti, tosto questo Verme! Certo che pure Luisa è tremenda, cosa che lo fa ancora più verme… Metamorfosi impietosa e veritiera di tanti in giro sopra la sabbia…
    E, sbaglierò, ma mi sa che la Clara che salta alla fine verrà su meglio della povera Lena che piange.

  7. Molto interessanti i tuoi racconti. Nella loro assurdità, li vedo quasi concatenati, uno come conseguenza dell’altro. Dal salto nel vuoto si passa allo strisciare, per poi approdare a un definitivo affossamento!!! Bellissimi.

  8. Carola, Claudia, Pasqualina… grazie davvero anche a voi! Che vi sia una qualche connessione tra i due racconti? Sono stati scritti in tempi diversi, ma, come Marcella, mi sollecitate a cercare il filo che potrebbe legarli!

  9. Bravissima Ester! Kafka in chiave moderna. Bella narrazione della bulimia dell’uomo traditore. Divertente e non banale. Complimenti!

  10. Surreale, kafkiano. Non e’ assolutamente facile scrivere un racconto come questo, tu ci sei riuscita egregiamente.
    Congratulazioni, bravissima.

  11. Alessandro, Mariangela, grazie davvero!

  12. bellissimo racconto, mi hai incollato la mente e gi occhi dalla prima all’ultima parola. Ben scritto e bel ritmo. Brava!

  13. Grazie Aldo!

  14. Ester davvero complimenti, mi è piaciuto molto. Surreale e ben scritto, molto divertente.

  15. Agghiacciante curioso e visionario al punto giusto ! Brava !

  16. Complimenti! Per come si snoda la trama, per le immagini ben rese, per l’empatia che suscita, nonostante tutto, il protagonista! Anche a me il ritmo ha trascinato, fino alla fine! Bravissima.

  17. Bella ironia, stile pulito e ritmato; un senso di inquietudine sottile che accompagna fino all’ultima riga. Complimenti Ester!

  18. Michele, Elena, Silvia, Laura, grazie!

  19. Sorprendente Ester, una narrazione elegante ed ad un tempo spietata dove il Verme e’ Nudo, senza la protezione del guscio di ipocrisia e perbenismo che spesso lo cela.Surreale, kafkiano eppur concretissimo. Complimenti!!!

  20. Grazie Elisa! Confesso che ha sorpreso anche me!

  21. Questa metamorfosi ci dà la sensazione che in fondo “giustizia è fatta”. Il tema, per così dire, classico è stato reso originale da una prosa molto scorrevole e a tratti ironica. Si legge veramente volentieri. Brava!

  22. Grazie, Les UBU!

  23. Mi sono divertita tanto nel leggerlo e la sorpresa finale è del tutto inaspettata ed efficiente. Brava Ester!

  24. Grazie Paola!

  25. Anch’io ringrazio per le storie e le emozioni raccontate nella rete. Farle sentire e vivere al lettore, credo sia la vera vittoria. In bocca al lupo per tutto a tutti!

  26. Complimenti Ester! Devo dire che io avevo particolarmente apprezzato Il salto di Clara, un racconto davvero intenso ma sono comunque contenta che sia stato premiato un tuo racconto.

  27. Brava Ester. Bellissimo racconto. L’ironia e il dramma sono facce della stessa medaglia.

  28. Ciao Fabrizio, grazie! Il racconto, in effetti, è un misto di ironia e amarezza. Ognuno ha il suo modo per fuggire dalla realtà e dalle responsabilità…
    Ivana cara, grazie ancora a te, a cui ricambio di cuore i complimenti!
    A tutti, ma proprio tutti tutti, rinnovo i miei auguri!

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