Racconti nella Rete®

Premio letterario Racconti nella Rete – XVII edizione 2018

Premio Racconti nella Rete 2017 “Cosa resta del padre” di Gianluca Massimini

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2017

  E allora, come da accordi, ognuno per la propria strada, senza troppe storie, senza tanti intoppi: lui in casa con i figli, ad accudirli e ad accertarsi che tutto andasse bene, provvedendo anche a farli mangiare, e lei a passare il suo weekend d’amore con quel Mauro, in Maremma, a Orbetello, come gli aveva annunciato qualche tempo prima.
  Si erano accordati così, da quando Sara, cinque mesi or sono, gli aveva comunicato per lealtà che aveva intrapreso una relazione con un altro, un collega di lavoro, un manager che le si era insinuato nella testa all’improvviso come un chiodo fisso e di cui non era più riuscita a liberarsi, un amore a prima vista travolgente, magico, passionale per entrambi. E lui, del tutto sorpreso da quell’evento inaspettato, era rimasto tramortito, senza parole a quella confessione sincera e per questo più temibile, perché fatta alla luce del sole, e perché mai, a pensarci bene, avrebbe sospettato una crisi così grave.
  Aveva provato innanzitutto a fare il punto, a razionalizzare: cosa c’era stato in fondo tra loro che non aveva funzionato, che non era andato più bene? cosa aveva potuto spingerla a lasciare il caldo nido familiare per una storia improvvisata? e cosa aveva potuto trovare in quella storia che non avesse già in casa? Si era interrogato a lungo, arrovellandosi a non finire.
  Forse la maternità in quegli anni si era rivelata troppo asfissiante, claustrofobica, con tutto quello stravolgimento di ormoni che esplodono e che ti buttano a terra come in un naufragio, oppure il tran tran quotidiano e la vita d’ufficio l’avevano stancata, annoiata, prospettandole una strada ormai troppo tranquilla mentre dall’altra parte ci sono i sogni. Forse vuole solo divertirsi e cercare un po’ di svago, era giunto a dirsi, distrarsi dopo anni di routine e di corse tribolate, di pappe e di magliette stirate tutti i santi giorni!, e questo forse poteva accettarlo, anche se a fatica. Sarebbe valso allora di più il valorizzarla, al lavoro, coi bambini, nelle piccole cose di ogni giorno, per non farle perdere quel senso della famiglia che aveva invece smarrito… oppure era stato lui che negli anni si era adagiato, impigrito, che aveva perso quel mordente, quel carisma che un tempo l’aveva reso affascinante agli occhi della moglie, che non trovava in lui più nulla di buono e di interessante.
  Ora per l’appunto ci pensava, mentre giocava con la figlia, e non riusciva a darsi pace, quando questa all’improvviso lo chiamò:
  – Papà, insomma! Vuoi giocare?
  – Sì, certo, amore mio! – e mosse una pedina.


Eppure nel corso degli anni Sara gli era apparsa tutta un’altra donna da come si era rivelata poi, negli ultimi tempi. Non era mai stata, per esempio, così fredda e senza cuore da nascondergli una cosa talmente grande e metterlo al muro solo a cose fatte, senza averne prima parlato. Non era mai stata crudele con le persone che aveva accanto, tanto meno con lui. Anzi!
  Quando l’aveva conosciuta, all’università, era stata una ragazza dolce e allegra che gli sorrideva strizzando gli occhi e che gli faceva feste quando lo incontrava, abbracciandolo forte e coprendolo di baci. Una giovane donna che amava indossare un cappellino e i guanti in tinta quando uscivano insieme per fargli fare bella figura, il tutto accordato, con tanto di ombrello all’occorrenza. Che ci teneva a far progetti su di loro e i loro viaggi, per condividere delle belle esperienze. Che pensava al futuro. Preparata, istruita, piena di interessi. Dopo invece, dopo il matrimonio, si era intristita. Aveva perso entusiasmo, ma non sapeva il perché. Aveva cominciato ad essere strana, sempre più indecifrabile, per non dire poi di quando erano arrivati i figli! mai che si potesse avvicinarla, consigliarla! Cos’era successo? e come era stato possibile? si chiedeva. Cosa non aveva capito?
  Ora non restavano tra loro che giorni tesi e grigi in cui riuscire a parlare era sempre più difficile, in cui lei lo ignorava e si chiudeva nel suo scrigno rimanendo inaccessibile, distante. E quel suo atteggiamento lo umiliava, lo stizziva.
  Aveva cominciato a far così forse l’anno prima ed era stato tremendo.
  Ricordava, per esempio, chiaramente il giorno in cui, rientrando dal soggiorno dove giocava con i bimbi, l’aveva scorta seduta al tavolo della cucina e le aveva chiesto, avvicinandosi:
  – Tutto bene? Cosa c’è che non va? – vedendola assorta.
  E lei, senza neanche guardarlo: – Sono cose che non puoi capire. – gli aveva risposto e aveva girato gli occhi altrove, oltre il vetro della finestra, verso i boschi che si agitavano là fuori. Lui sulle prime aveva atteso, pensando che volesse farsi pregare, che avrebbe sorriso e parlato prima o poi. E invece era rimasta serrata in un silenzio ostinato e impenetrabile, come quando si è preso coscienza di un errore o che il guaio è fatto, il bicchiere che ruotava tra le mani, mentre i bambini nell’altra stanza avevano continuato a frignare e a chiamare la mamma senza che lei rispondesse.
  Quello era stato l’inizio, si diceva, il giorno preciso in cui era iniziato il suo calvario.

  E dire che dopo il primo sbandamento, ci aveva anche provato, aveva reagito. Si era rimboccato le maniche all’idea di salvare il salvabile e di rimettere insieme i cocci prima che si rompessero del tutto. Aveva cercato di renderla meno occupata, di sgravarla di pesi e di incombenze, pulendo lui il bagno, la cucina, facendo la spesa quando tornava da lavoro, e mostrandosi allegro, ma sfoggiando all’occasione un sorriso così ebete in faccia, perché immotivato, che tradiva invece un’ansia e una fragilità pronte a mostrarsi, a cedere al primo colpo, come quei castelli di carta così alti a cui basta un soffio per farli rovinare.
  Tant’è che a volte: – Vuoi dell’acqua, o un caffè? – aveva tentato di chiederle, oppure: – Vuoi che prepari io la cena? – con l’intenzione di farla riposare e sentire importante, volendola coccolare. – E il secondo? vuoi che lo prepari? – ma per ricevere in quei casi da lei, che non sopportava il vederselo attorno, solo rispostacce, o dei sospiri di sufficienza, con un esito davvero inglorioso.
  – Prova a capire se è una cosa temporanea, un momento di incertezza, poi magari fra un po’ le passa, – gli aveva detto Andrea, in una delle tante sedute al bar, a due passi da casa. – e magari ritorna. – ma lui aveva stralunato gli occhi.
  Era successo così che, in quei mesi, l’aveva aspettata per ore nel vano della finestra del soggiorno fino a quando imbruniva, nell’attesa che tornasse da lavoro per prenderla in un attimo di pausa e per parlare, per cercar di conciliare, di capire, di farsela di nuovo vicina. La cercava quindi, la copriva di attenzioni, ne sussurrava il nome, si faceva trovare con dei piccoli regali, fino a risentirsene quando lei invece lo scostava.
  Ed eccolo ad alternare allora tentativi di dialogo a momenti di indecisione, di pentimento, di stizza feroce per non aver saputo tenersi buona la moglie, a scoppi d’ira e di risentimento per quella donna ingrata che di punto in bianco, dopo sei anni, cambiava bandiera al calar del vento e non voleva più saperne di ascoltare, di capire, di comprendere la situazione per tornare al suo posto.
  – Cosa vuoi che facciamo, quindi? – aveva tentato più volte di dirle – Ci lasciamo? – ponendo la cosa come se fosse improponibile, impensabile.
  – E vattene se vuoi! cosa aspetti? Sai dov’è la porta. La vedi?
  E a quel punto si era sentito solo di tacere.
  Ma che fare dunque con due figli, con due pargoli ancora da allevare e da crescere, e con tutti quei sogni di pace e tranquillità custoditi per anni e che adesso all’improvviso svanivano solo perché lei aveva deciso di farsela con un altro, perché non sapeva tenere a bada quel che aveva tra le gambe? Che rabbia, gli faceva! In quei momenti non sapeva neanche lui cosa provasse, avrebbe potuto far pazzie! Ma che fare alla fine senza Sara? cosa fare senza di lei? Lui, a pensarci, si sentiva perso… L’idea che potessero lasciarsi lo terrorizzava!
  E nel guardare di nuovo i bambini: – Ecco, come siamo rimasti, – si disse con un misto di rabbia e di incredulità, – in attesa di una telefonata!

  Paola giocava ora al gioco della parrucchiera: – I capelli corti e lunghi! – diceva di volere, e dopo aver pettinato e colorato la testa di una bambola si disponeva a lasciare i pettini sul tappeto. Peccato che dopo bisognasse raccogliere, pensò il padre, senza fare però parola.
  Erano tutti e tre nel soggiorno dal pomeriggio, i bambini intenti a litigare e a contendersi i giochi a vicenda, e lui che si arrabattava con loro tra una cosa e l’altra.
  – Tra poco devo cucinare, Paola. Devo alzarmi. – disse.
  – No! Resta qua! Dobbiamo giocare.
  E il padre, per un attimo, esitò. Allora, annoiato da quella situazione, si alzò e accese la tivù, tirando il piccolo per mano. E la cosa funzionò.
  Due, tre minuti, e i figli si incantarono, e lui con loro. La principessa Polly, munita di ali, visitava una fabbrica di giocattoli e si stupiva tra i reparti, per giungere infine in quello della pittura, dove Babbo Natale mostrava i macchinari. Gli elfi dipingevano i capelli delle bambole sul nastro, con un colpo di pennello, poi queste passavano all’asciugatoio e all’impacchettamento, pronte per la spedizione. Arrivava quindi la fata a colorar di rosso gli abiti di tutte. Che efficienza, lui pensò.
  Si stufarono. Sicché Paola propose di giocare a io vedo. Io vedo qualcosa di rosa, la maglia di Paola, il fazzoletto della bambola, ma durò poco, perché si buttò di nuovo sul fratello, che iniziò a frignare, per salire in braccio, e il padre cominciò a ricoprirla di baci, accarezzandoli entrambi.
  – Papà! io mi sto annoiando! – fece quindi scocciata, le braccia incrociate e il viso imbronciato. – Papà!
  – Vediamo cosa possiamo fare. – disse il padre, che tirò a sé una busta ch’era sul tappeto, colma di oggetti.
  Venne allora il momento di giocare col memory, di accoppiare cioè le madri e i figli di varie specie animali nel modo corretto, capra con capra, panda con panda.
  – Però come dice la mamma! – intimò Paola, perché intendeva separare dapprima i due gruppi, in modo da ricomporli poi successivamente. Al che, noncurante del fratello che stava in grembo, gli si sedette addosso e lui le fece posto.
  – Si vede che ho giocato con mamma?
  – Sì, si vede, amore mio. Sei brava. – e l’accarezzò. Poi continuò a scegliere le carte una dopo l’altra, giocando da sola, sollevandole da terra.
  – E il mio turno? – fece il padre, ma di scoprirne una, per lui, nemmeno l’ombra.
  – Aspetta!
  La bimba alzò ancora qualche carta, riponendole tutte nel mucchio accanto a sé.
  – Quanto fa? – fece il padre, che era riuscito intanto a prendere qualcosa.
  – Sei.
  – Sei più tre…
  – Nove!
  – Ha vinto papà, allora…
  E lei, dopo un attimo d’esitazione: – Facciamo finta che questa volta non vale! – fece sorridendo.
  – Va bene. Rifacciamo.
  Al che, all’improvviso, venne il momento di far fare la pipì a Matteo e dovettero correre in bagno. Il piccolo alzava le braccia verso il padre, strillava. Una volta asciugatolo, cominciò a fare storie che non voleva lavare le mani. Scappava e non voleva sentire ragioni. Quando tornarono nel soggiorno c’era un dodò alla tivù che non voleva fare la doccia e Paola rideva.
  Ma questa nel frattempo aveva preso a ritagliare. Usava un paio di forbici rosa con le quali tagliava una gran quantità di giornali presi dalla borsa del padre. Ritagliava lunghe strisce che poi spezzettava per farne pasta da calare nelle pentole, o dei cerchi concentrici come chioccioline, che erano la sua passione.
  – Papà, prendi l’acqua per le pentoline? – fece la bimba.
  – Non è il caso di giocare con l’acqua!
  – No! voglio l’acqua! – e scalciò stizzita col piede da seduta, facendo pure un verso.
  – Va bene… ma quando è ora di mangiare non voglio scuse, hai capito? – disse lui, mentre il più piccolo, che aveva ancora per mano, guardava il tutto senza parlare.

  Lui a Marco ci pensava, quel suo amico che s’era separato, anni fa, e che in poco tempo era finito dritto dritto dallo psicologo. Aveva faticato non poco a riprendersi e ad andare avanti, e non solo perché con la separazione gli avevano tolto tutto, la casa e i soldi. Ma nel suo caso aveva avuto a che fare con una donna che si spogliava davanti alla figlia senza un motivo e che scappava fuori per le scale con la bambina senza che si potesse sapere dove andasse, e che bisognava poi rincorrere. Una tipa che era solita buttargli via i vestiti di notte mentre lui dormiva, tant’è che al risveglio, l’indomani, non trovava più nulla, e che lo minacciava sempre di buttarsi dal tetto. E ogni volta giù a penare, a rimboccarsi le maniche, con la testa sempre a cosa potesse succedere ancora, alla bimba, ad ogni nuova occasione, vedendo il tutto precipitare. Era stata una situazione incredibile e difficile da affrontare, che il povero si era ritrovato tra le mani a lungo andare e a poco erano servite le preghiere e le buone intenzioni.
  Questo, però, nulla aveva a che vedere con Sara, si disse, che invece era brava e amorevole e che si preoccupava dei figli, facendo in modo che a loro non mancasse nulla, e che doveva solo capire se stessa, che si sarebbe ravveduta, per il bene di tutti, come lui sperava. E il perderla sarebbe stato certo un grave errore.
  Poi pensò anche ai suoi genitori, alla loro storia, e si chiese perché non si fossero mai separati.

  – Paola, devo alzarmi per fare la pasta, altrimenti questa sera non mangiamo.
  – No! Stai qua. – lei disse stizzita. – Dobbiamo giocare!
  E il padre esitò, pensando però che la moglie prima o poi avrebbe telefonato per sapere se aveva cucinato e lui non aveva fatto nulla.
  – Sei stata brava, amore, ma adesso basta…
  – No! – disse ancora indispettita, e fece per graffiargli la faccia.
  – Paola, devo alzarmi. E metti giù le mani. Ci vuole almeno mezz’ora per cuocere tutto e se non mi sbrigo vi viene fame. Non posso farvi mangiare tardi. Poi telefona la mamma e cosa le diciamo? che non abbiamo mangiato? – quindi si alzò mettendo il piccolo a terra, che cominciò a piangere.
  – Dai retta a tuo fratello, per favore…
  Sara gli aveva detto dov’era la pastina, nel mobile a destra, vicino al frigorifero, assieme al sale e alle altre cose da cucina, ma non la trovava. Cavolo! pensò tra sé. Chissà dov’è? – Mi sa che non ne abbiamo di pasta, accidenti! – disse, come riflettendo.
  – Papà… mamma la trova sempre!
  La stessa cosa accadde con le pentole, nel trovare quella giusta. Allora ne prese una a caso e la mise sul fuoco, aspettando che l’acqua bollisse. Dopo qualche minuto aggiunse un po’ di pastina, e cominciò a girare, della pastina corta pronta in sei minuti e una platessa cotta in forno a duecento gradi, così gli aveva detto la moglie, e cercò di concentrarsi, mentre per Matteo mise a scaldare del latte a bagnomaria in un pentolino, come aveva visto fare tante volte. Ci mise pure due biscotti, mangia amore mio!, pensò, anche se Sara gli aveva detto di no, tanto adesso non avrebbe potuto vedere.
  Chissà quando telefona, intanto si chiese. E cercò di affrettarsi in modo che fosse pronto per quando la moglie avrebbe chiamato.
  – Adesso che facciamo? – chiese Paola a gran voce. E poi: – Uffaaa! Mi sto annoiando! Papà perché non giochi? Papà! – e cominciò a tirarlo per un braccio, la testa rovesciata all’indietro.
  – Aspetta! – e si avvicinò alla figlia malvolentieri.
  Ma il piccolo cominciò a quel punto a frignare perché voleva la mamma, di nuovo. Lui cercò di consolarlo col dire che sarebbe tornata tra poco, anche se non sapeva quando, cosa non vera ma che forse sarebbe servita a calmarlo. Era tutto il pomeriggio che frignava e quando cominciava o iniziavano entrambi era costretto a sudare sette camicie.
  – Matteo, la mamma non c’è. Torna domani. – disse l’altra, – È inutile che piangi! – mentre metteva a terra le pentole, sistemandole per il gioco.
  Poi finalmente arrivò la chiamata e lui accorse. Prese il telefono, ne sentì la voce:
  – Ti sei ricordato di prendere i bimbi da mia madre? Ma li hai lavati?
  – Lavati ancora no…
  – E cosa aspetti… mio dio! Matteo si addormenta, a un certo punto! È piccolo! Sennò non dorme più. Ma hai cucinato almeno? – chiese con apprensione, – Devi prendere la pastina ma metti prima un goccio d’olio nell’acqua, sennò si attacca… – disse con un tono di comando, come fa chi ha a che fare con un tonto e deve accertarsi che sia tutto a posto.
  – Sì, lo so…
  – E non farle mangiare il tonno! non le piace, poi sai che si innervosisce… Ma sei impazzito a farle mangiare la mozzarella? – e dopo un attimo di pausa, come parlando tra sé: – Ma com’è che devo pensare sempre a tutto io! – aggiunse, – mai una regola, mai un aiuto… – e giù un sospiro forte, un singhiozzo… – come stesse compiangendo una situazione ormai consolidata.
  Sicché, l’orecchio al cellulare, lui sentì delle voci, delle auto che passavano miste a un brusio flebile e indistinto, sempre da esterno. Al che avrebbe voluto chiederle: – Tutto bene? – ma più per curiosità, per abitudine, che per altro, ma se ne vergognò subito, sembrandogli la cosa ridicola, e si trattenne, tanto più che lei poco dopo riattaccò.
  E allora un miscuglio di rabbia e frustrazione inaudita lo travolse senza dargli scampo, trascinandolo in un istante nel baratro di un’istintiva e momentanea ribellione, del rancore perenne. Che fare? Cosa dire a quel punto? Quanto sarebbe durato quel tormento? Poteva accettare tutto questo? Cercò con gli occhi chiusi di fare un respiro profondo, per calmarsi.
  Poi posò lo sguardo sulla figlia: è bionda, è bella e serena, non sospetta nulla, pensò, ha grandi occhi azzurro cenere, le labbra rosse e un carattere vivace.

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29 commenti »

  1. Bello e ben scritto.
    Sono una mamma, separata per giunta, che sa sempre dove sono le pentole giuste e la pastina.
    Eppure, per tutto il tempo del tuo racconto, sono stata anche il padre.
    Ho provato il suo dolore non ancora del tutto espresso, forse neppure pienamente capito, certamente inesploso.
    Ho sentito la confusione, il senso di abbandono e la paura, ma anche la rabbia, la frustazione e la tenerezza per i figli, con il senso di responsabilià misto a colpa che ne deriva.
    Avrei letto tutta la storia, se fosse stata un libo.
    Merita, complimenti.

  2. Gentila Chiara, la ringrazio molto. Era mia intenzione esprimere proprio quello che lei ha detto. Grazie ancora.

  3. È fatto veramente bene. Esprime perfettamente lo smarrimento, la rabbia, la frustrazione, il bisogno di capire il perché, che prova chi viene lasciato dopo anni di intesa e complicità, almeno in apparenza, in seno a una famigliola.

  4. Grazie Dominique, è molto gentile da parte sua.

  5. Quanta qualità! letteraria, umana, emotiva. Molto intenso, compatto, concreto. Sentimenti che si tagliano con il coltello tanto sono densi. Molto bravo!

  6. Gentile Ugo, grazie. Ho voluto solo accennare. Se avessi spiegato o approfondito qualcosa non avrei ottenuto lo stesso effetto. Grazie ancora.

  7. Gianluca,

    la descrizione perfetta (e ben scritta) di un inesorabile tracollo di coppia.

    D’altra parte, credo che il rapporto moglie/marito non conceda vie di mezzo: completa gli uomini quando si fonda sulla condivisione; li trascina a picco in caso di sopravanzare di una vuota, pesante monotonia, spesso condita da superficiale egoismo.

    Strana, pericolosa e meravigliosa bestia il matrimonio, non c’è che dire.

    Sarebbe bello far leggere il tuo racconto a qualche coppia che sta per convolare a nozze, sono convinto che sarebbe spunto di ottime riflessioni.

    Bravissimo.

  8. Gentile Lorenzo, approfondirei volentieri con lei questo argomento. Il tema della coppia mi interessa molto, tant’è che ne ho scritto in più di un racconto. Grazie per i suoi complimenti.

  9. Emerge lo smarrimento dell’uomo quando viene lasciato dalla donna. La sua incapacità nel gestire la casa e i figli.
    L’hai raffigurato bene.

  10. Elvira grazie, molto gentile da parte tua. Mi fa piacere che ti sia piaciuto.

  11. Veramente bravo ! un racconto intenso, ritmo, analisi psicologica e uno sparpagliarsi di sentimenti che come i giochi dei bimbi creano scompiglio nell’ anima del protagonista.
    Ancora complimenti,

  12. Gentile Gianluca grazie, mi è piaciuto molto questo tuo accostamento ai giochi sparpagliati. Il bello del dialogo con i lettori è che si apprende sempre una nuova chiave di lettura, anche del proprio testo.

  13. Un racconto di grande attualità, che sa cogliere tutte le sfumature del rapporto di coppia finito male, senza mai essere scontato. In pochi tratti si capisce tutto il dramma del protagonista,la sua lotta interiore e il suo sentirsi impotente. Lo stile usato, poi, permette di entrare subito nella mente del protagonista. Sembra di essere in quella casa, con loro. Molti complimenti all’autore.

  14. Gianluca, il tuo racconto è un invito ad entrare nella testa e nel cuore di questo papà solo che assiste impotente allo sgretolarsi della sua famiglia, ed è un invito che ho accettato molto volentieri, perchè tutto è scritto con una semplicità che però riesce a colpire come un pugno il lettore. Complimenti!

  15. Grazie Carola, volevo infatti che il lettore che si ponesse delle domande, sul padre, su quella situazione familiare. Volevo anche provocare una scossa. Grazie ancora.

  16. Un racconto di grande attualità, che sa cogliere tutte le sfumature del rapporto di coppia finito male, senza mai essere scontato. In pochi tratti si capisce tutto il dramma del protagonista, la sua lotta interiore e il suo sentirsi impotente. Lo stile usato, poi, permette di entrare subito nella mente del protagonista. Sembra di essere in quella casa, con loro. Molti complimenti all’autore.

  17. Ciuridda grazie per il tuo commento. Ho voluto parlare della condizione di alcuni padri proprio perché mi sembrava un argomento di attualità. Quello del padre è oggi un ruolo più che mai difficile.

  18. Grazie Dominique, è molto gentile da parte sua.

  19. Gentila Chiara, la ringrazio molto. Era mia intenzione esprimere proprio quello che ha detto. Grazie ancora.

  20. Gentile Ugo, grazie. Ho voluto solo accennare. Se avessi spiegato o approfondito qualcosa non avrei ottenuto lo stesso effetto. Grazie ancora.

  21. Gentile Lorenzo, approfondirei volentieri con lei questo argomento. Il tema della coppia mi interessa molto, tant’è che ne ho scritto in più di un racconto. Grazie per i suoi complimenti.

  22. Elvira grazie, molto gentile da parte tua. Mi fa piacere che ti sia piaciuto.

  23. Gentile Gianluca grazie, mi è piaciuto molto questo tuo accostamento ai giochi sparpagliati. Il bello del dialogo con i lettori è che si apprende sempre una nuova chiave di lettura, anche del proprio testo.

  24. Ciuridda grazie per il tuo commento. Ho voluto parlare della condizione di alcuni padri proprio perché mi sembrava un argomento di attualità. Quello del padre è oggi un ruolo più che mai difficile.

  25. Grazie Carola, volevo infatti che il lettore che si ponesse delle domande, sul padre, su quella situazione familiare. Volevo anche provocare una scossa. Grazie ancora.

  26. Complimenti Gianluca hai colto con il tuo racconto l’attualità della coppia. I rapporti intensi e complicati. Fortemente realistico. Sono rimasta colpita dal dramma del padre e ho provato la stessa sensazione di smarrimento di fronte a quegli occhi della figlia che ignora tutto. Bravo!

  27. Grazie Vale, sei molto gentile.

  28. Gianluca, non si può che tifare per questo povero padre che si arrabatta e si mette in discussione. Tutti i personaggi suscitano emozioni, alcuni soprattutto negative, ma questo è lo scopo del narrare.

  29. Grazie Paola. Ho voluto proporre un argomento di forte attualità, da un’ ottica poco usuale ma, credo, significativa per capire la condizione di certi padri di oggi. Condizione di cui nel nostro Paese si discute molto poco, a mio avviso.

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